Parigi – Un Macron bis viene ormai dato per scontato dalla stragrande maggioranza di pronostici anche se l’incognita delle astensioni e delle schede bianche non permettano di escludere tassativamente che la Francia superi il tabù di una presidenza di estrema destra ed elegga Marine Le Pen. A tre giorni dal secondo turno i sondaggi danno il presidente uscente Emmanuel Macron vittorioso con percentuali che vanno dal 56 al 53%, un margine abbastanza solido anche se la candidata rivale è riuscita a ridurre le distanze.
Sulle intenzioni di voto sembra aver avuto un modesto impatto il duello televisivo di mercoledì sera che ha mostrato un Macron più agguerrito sui dossier ma anche nervoso e da quei toni arroganti e condiscendenti che gli hanno alienato in questi anni le simpatie di molti francesi mentre la Le Pen si è voluta soprattutto presentare come la candidata più sensibile alle sofferenze della gente ordinaria.
Il dibattito è stato lungo e poco interessante, senza che da una parte o dall’altra scaturisse una qualche visione per il futuro del paese. Entrambi hanno soprattutto cercato di attrarre l’elettorato della France Insoumise di Jean Luc Mélanchon, il candidato di sinistra arrivato terzo con il 21,95 % dei voti. Secondo i sondaggi circa un 20% dei suoi elettori, in gran parte giovani, potrebbe riportarsi favore di Marine Le Pen.
Giovani che, secondo un’altra inchiesta demografica, sarebbero fortemente tentati da un’astensione che per i 25-35 anni potrebbe raggiungere il 46%. Melanchon comunque non ha invitato a votare Macron ma contro Marine Le Pen. Una consegna che lascia la porta aperta di fatto all’astensione o alla scheda bianca, come ha chiaramente indicato invece Lutte Ouvrière (0,6% dei voti al primo turno). Gli altri maggiori partiti, dai « Republicains » ai verdi passando per i socialisti, hanno invece invitato a votare il presidente uscente e sull’altro fronte solo il candidato di estrema destra Eric Zemmour che ha ottenuto il 7% dei voti si è pronunciato a favore di Le Pen.
Qualunque sarà il prossimo inquilino dell’Eliseo, queste elezioni ci rimandano a un’immagine di una Francia profondamente divisa, priva di prospettive. Molti, domenica prossima, avranno l’impressione di dover scegliere tra « la peste e il colera », secondo lo slogan fatto proprio dai giovani cui nessuno dei candidati sembra sia stato di offrire una risposta alle loro aspettative. A cominciare sul fronte della protezione dell’ambiente o delle prospettive sul fronte del lavoro e delle libertà individuali messe a dura prova dalle misure contro la pandemia del Covid.
Non a caso molti commentatori sono quasi più preoccupati del dopo elezioni, dopo che queste elezioni presidenziali hanno spazzato via i principali partiti che dal dopo guerra sii erano spartiti il potere, il centro destra dei Républicains e i socialisti , che non sono nemmeno riusciti a raggiungere la soglia del 5% necessaria per il rimborso delle spese elettorali.
Con un paese diviso, un potere d’acquisto che non sta al passo di un’inflazione non più sotto controllo, il numero dei poveri in aumento e l’inquietudine per le tensioni internazionali e la guerra in Ucraina, si teme un futuro di forti agitazioni sociali. L’atteggiamento arrogante che ha caratterizzato la presidenza Macron il cui bilancio economico e sociale è giudicato da alcuni assai severamente, ha aggravato la divisione del paese. La sua deriva decisionista che si è tradotta nel ricorso quasi constante all’articolo 49,3 della Costituzione per fare approvare una legge scavalcando il voto dei deputati, ha poi gravemente limitato il ruolo del parlamento, necessario contrappeso soprattutto in un paese retto da una repubblica presidenziale.
Tutti elementi che fanno temere « autunni caldi », con ripresa di movimenti contestatari alla « gilet jaunes », ravvivati dal caro vita o dalla riforma delle pensioni in arrivo che entrambi i candidati prospettano con modalità diverse ma pur sempre suscettibili di creare malcontento.