Lo chiamavano “il doganiere”, Henry Rousseau, perché lavorava al casello del dazio di Parigi. La mostra a lui dedicata all’interno del Palazzo Ducale di Venezia è intitolata al suo “Candore arcaico” che riassume bene le caratteristiche stilistiche del pittore e soprattutto ne evoca alla perfezione quell’aura da idiot savant che per tutta la sua epoca, dai suoi contemporanei, gli fu appioppata.
Le ricostruzioni della sua personalità, in particolare quelle fornite da geni freddi e sarcastici come Apollinaire o, indirettamente, Picasso, ne rievocano infatti l’ingenuità, il temperamento puerile, così in linea con la sua stessa visione del mondo e della pittura e, specialmente se confrontato con chi, in quegli stessi anni, aderiva al futurismo, alla sperimentazione intellettuale delle parole in libertà, componeva (e anzi de-componeva) le figure prismatiche delle Damoiselle d’Avignon, la sua stucchevole semplicità.
Eppure. Eppure quello del Doganiere è un linguaggio che tocca e che evidentemente non impressiona solo noi, pubblico contemporaneo, che di naif ha digerito generazioni di grandi pittori. Qualcosa, della sua cifra pittorica, che pure faceva sbellicare dalle risate gran parte di pubblico e critica, abituati entrambi al lindore delle forme accademiche o, al massimo, alla trasgressiva rottura impressionista che dalla prima esposizione del 1874 rompe la scena naturalista, fa intuire, in maniera forse inquietante, di ciò che sarà, di lì a poco.
Diversi gli elementi che mi affascinano di questo figuro.
1) Rousseau comincia a dipingere in età matura e la sua prima mostra è del 1885, all’età di quarantuno anni.
2) Fino al 1910, anno della sua morte, si cristallizzerà nella sua bambinesca maniera, la sua visione del mondo e la sua rappresentazione rimarranno inalterate, il suo stile, una volta definito, rimarrà tale dal primo all’ultimo dei suo quadri – ben prima e al di là delle contemporanee logiche di mercato che dalla riproducibilità della cifra artistica han tratto margini e profitti -.
3) La maggior parte dei contemporanei si è fatto matte risate davanti ai suoi quadri ma questo non ha scoraggiato la sua profonda (e ingenua) vocazione alla pittura.
4) Diversi amici, pittori e letterati, l’hanno sostenuto nella sua scelta, e per molti versi mi chiedo quanta condiscendenza ci fosse in tale atteggiamento verso un personaggio che sicuramente piaceva più perché “un po’ matto”, che non per le sue profonde dissertazioni erudite.
5) Era matto e un po’ folle, ma aveva ragione lui. Per molti versi ha inciso di più il Doganiere nell’arte novecentesca che tutto l’esplodere dell’impressionismo.
Ha inciso con la sua profonda, sostanziale e solitaria rottura sulle avanguardie; il candore primitivo e quasi tribale anticipano Cesanne, Gauguin, Picasso.
La sua forma originaria e primigenia influenza il ritorno all’ordine, in Italia, negli anni ’20; la sua incantata visione onirica la metafisica DeChiricana e prima i monacensi del Cavaliere azzurro.
E fin negli anno ’30 la Nuova oggettività tedesca ritroverà nel Doganiere un capostipite.
Se anche non mi piacessero così tanto le sue opere credo non si possa provare che stima e ammirazione verso chi crede così profondamente nel proprio lavoro… e a ragione, contro la visione comune.
Poi invece, anche se non sono sicura non sarei stata anche io una befana sghignazzante in crinolina, i suoi quadri affascinano. E mi piacerebbe non soffermarmi sui soliti concetti ampiamente espressi, visibili e lampanti.
Quanto sulla cura per la forma e per la qualità pittorica, certo diversa dai quadri coevi ma ancora artigiana, legata alla bella tradizione del saper fare.
La scelta dei soggetti che quasi mai esulano dall’elemento umano, forse mai profondamente colto ma sempre presente e importante, in un patrimonio di immagini, situazioni e simboli che non riescono a non incidere i più remoti e profondi angoli della mente, come una filastrocca semplice e penetrante.
Ultima nota sul finale: la mostra di Venezia non vale una visita solo per Rousseau il Doganiere, ma perché è una bella mostra. Ben allestita, con interessanti pannelli illustrativi, con bellissimi prestiti e un nutritissimo parco di autori presi a confronto e illustrazione delle influenze e delle evoluzioni stilistiche.
Valutazione:☺☺☺☺
Consiglio di visione: Mostra per tutti i palati, forse ancora di più per quelli poco avvezzi a masticar d’arte. Potrebbe essere interessante vederli cadere nella tentazione del “ma questo posso farlo anch’io!!” ma potrebbero anche redimersi per sempre da tale faciloneria.