Un regime alimentare virtuoso non basta a viver sani e certamente non a considerarsi liberi. La Carovana Internazionale di solidarietà dei Semi, organizzata dall'associazione Navdanya International, capeggiata dall'attivista Vandana Shiva, sembra coagularsi attorno a questo semplice dato di fatto, tanto elementare quanto preoccupante, se è vero (come con ogni probabilità è) che la biodiversità – garante nei secoli dei concetti i forza e salute – è da troppo tempo minacciata dalle alchimie dell'ingegneria genetica che, per mezzo di ciclopiche multinazionali e in nome di profitto e surplus di fabbisogno, riversa sui mercati nazionali quella che l'ecologista indiana e il suo nutrito entourage non esita a definire "trash", spazzatura.
Si leva da qui l'appello al salvataggio dei semi tradizionali e delle qualità agricole locali lanciato dall'Associazione Navdanya, in un percorso che, iniziato in Grecia in occasione del 14' "Festival panellenico dello scambio delle varietà locali", lambisce in questi giorni l'Italia (a Firenze e Genova) con il "Festival dei semi, del cibo e della democrazia della Terra", per concludersi il primo Maggio in Francia, a Mas d'Azil ai piedi dei Pirenei. Oltre venti le associazioni di agricoltori greci, italiani, bulgari, americani, tedeschi, greci e naturalmente indiani accodate alla Carovana di Vandana, che stamattina ha presentato il suo "Manifesto di Firenze", una summa della "Legge dei semi" (vero e proprio codice laico concepito e stilato dalla fondatrice di Navdanya) elaborata ieri durante l'incontro internazionale tra i movimenti aderenti all'iniziativa.
"Il movimento per il recupero dei semi locali in agricoltura – spiega l'attivista – parte dalla cancellazione, di fatto, della possibilità degli agricoltori di tutto il mondo di tramandare le sementi coltivate nei propri campi, sementi che sono libere, rinnovabili, fuori dai brevetti. Le multinazionali monopolizzano il mercato delle sementi, controllando il cibo in tutto il mondo. Oltre i tre quarti dei semi utilizzati provengono dall’agroindustria. Questo genocidio delle tradizioni alimentari e culturali si traduce in un vero e proprio furto di denaro a danno degli agricoltori, che destinano una parte consistente delle loro risorse all’acquisto di sementi. Ma anche in un vero e proprio furto di democrazia. Rivendicare i semi e la terra come beni comuni è diventato vitale per affrontare e risolvere la crisi economica creando opportunità di vita e lavoro per le giovani generazioni. Salvare i semi significa seminare il futuro».
Parlare di democrazia del cibo rimanda fin troppo facilmente al ritornello del "siamo quello che mangiamo", e il fatto che tale democrazia vada riconquistata come un alcazar sotto assedio di un tiranno poco convince della libertà delle nostre scelte alimentari. Non sani, quindi, – perché "la perdita della biodiversità colturale porta, e ha già portato in passato, a forti carestie e problemi per la salute delle colture che, non differenziandosi più a livello genetico, possono ammalarsi gravemente distruggendo interi raccolti" – e non liberi. "In Europa – sottolinea Maria Grazia Mammuccini, vicepresidente di Navdanya International – l’attuale normativa sementiera per garantire varietà commerciali uniformi e stabili a sostegno dell’unico modello di agricoltura industriale sta facendo scomparire le varietà tradizionali mettendo a rischio la nostra sicurezza alimentare e la proposta di nuovo regolamento che si stava discutendo a livello europeo rischiava di peggiorare ulteriormente la situazione portando di fatto ad estendere la possibilità di brevetto anche alle sementi non Ogm, con un ulteriore passo in avanti nel controllo totale del cibo da parte delle multinazionali. I cittadini europei devono conoscere i rischi che stiamo correndo – ha incalzato – e chiedere una normativa sementiera che riconosca diritti collettivi sulle varietà locali, consenta agli agricoltori l’autoproduzione e il libero scambio delle sementi e la loro non brevettabilità. E’ di questi semi che abbiamo bisogno per l’agricoltura e il cibo del futuro". In Italia, tanto per fare esempi, sono a rischio circa 500 specie di piante alimentari e un numero difficilmente inquadrabile di varietà tradizionali. Di queste ultime il Messico, patria incontrastata del mais, ha perso l'80% del patrimonio. Naturalmente si pone anche un problema di identità culturale. "La Grecia, solo con gli ibridi di mais e di soia non è più la Grecia – ha incalzato Shiva dal palco allestito sotto lo sguardo di Ferdinando I – e l'Italia senza le sue varietà di fagioli non è più l'Italia. Quindi questa non è soltanto una battaglia alimentare. Riguarda chi siamo". Non manca di citare un passaggio di Gore Vidal ("La lotta dei popoli contro il potere equivale alla lotta della memoria contro l'oblio, inclusa la lotta della memoria dei semi") per tuonare con grazia un rinnovato appello contro l'estinzione genetica del patrimonio sementiero locale. "Noi non dimenticheremo la memoria della nostra terra e la memoria dei nostri semi. il nostro impegno è fare in modo che la dittatura nel dei brevetti non vinca sulla vita. Oggi celebriamo questo".
In attesa di una riconquistata libertá di manovra (impresa, al momento, a dir poco donchisciottiana), è con l'antitesi del profitto pecuniario che procede a passo spedito la Carovana, che chiude oggi la sua tappa fiorentina in Piazza SS. Annunziata. Al Festival di Firenze, infatti, i semi non vengono venduti ma scambiati. Le varietà disponibili di fagioli, farro, cavolo e patate non si contano.