150mila in delirio per un Liga vestito di nero, come un cavaliere dell’apocalisse. Circa 8 milioni di euro che si mettono in tasca quelli dello staff del rocker correggesse (che spingono fortemente per l’Arena della musica con questa formula chissà perché) e tanti vip e politici a ballare sul mondo con lui e tutti gli altri, a partire da Maria Elena Boschi.
A come Antonio, naturalmente Ligabue. Il più grande pittore naif della storia visiva italiana da ieri è solo un pallido ricordo. L’altro Ligabue, Luciano lo ha sopravanzato in fama e gloria, per di più da vivissimo. Ma anche A come Arena, quella della musica, fortemente voluta dallo staff di Re Liga

B come Bue, naturalmente popolo. La destrutturazione artistico-culturale di fine ‘800 ha prodotto la mancanza di punti di riferimento estetici oggettivi. Non è dunque colpa di nessuno, tanto meno dei 150mila in delirio di buona fede, se i concerti di musica classica vanno perlopiù deserti. Ma anche B di Boschi Maria Elena, la governante che balla sul mondo mentre la sua Italia annaspa
C di canto, naturalmente ligabuiano o di Concerto. Il Liga ha prodotto tre ore di concerto ininterrotte (non udibili però dal resto della città non pagante, come invece sbandierato fino a pochi minuti prima dello start). Un record di durata e di incassi (7,5 milioni di euro). Ma anche C di Correggio il luogo natìo, capitolo a parte e C di Campovolo, ormai riserva autoctona del Liga. Da ultimo C di calca
D di delirio. Non altrimenti definibile l’atmosfera di entusiasmo ed eccitazione respirato tra il popolo ligabuio. Un misto di ritualità, idolatria, meccanismi tribali, piatto appetitosissimo per qualsiasi antropologo desideroso di studiare i nuovi fenomeni di massa apotropaici

E di empatia ed enfasi. La prima, innegabile quella che riesce a creare il Liga descritto altrimenti, da chi lo conosce di persona, come individuo dal caratterino tutt’altro che facile. La seconda, quella mediatica che usa termini e metafore per descrivere l’avvenimento, oltre il quale andrebbe riscritta la lingua italiana in caso, molto probabile, di avvenimenti anche più importanti. E anche di Eco-concerto, andato a finire maluccio considerando la quantità impressionante di detriti lasciati sul campo(volo)

F di folla e follia. la distanza tra le due parole sta tutta in una semplice “i”
G di godimento: nei volti stravolti dal viaggio, dal caldo, dalla calca e dall’attesa dei tantissimi concertati, i segni, le piaghe, le stigmate di una gioia infinita. Che farebbe paura, per determinazione epifanica, anche agli estremisti islamici. Ma anche G di guardoni, quella marea anelante l’ingresso che è rimasta fuori a sgolosare il Paradiso. Per non dire G di guadagno: i vertici ligabuiani si intascano una cifra che certamente supera gli 8 milioni di euro. E ne danno solo 100mila alla Società Aeroporto per l’affitto dell’area. Beati loro
H di ho ancora tanta voglia di Liga. Auspicio o minaccia? Era lo slogan del grande contro esodo. Questi non ci mollano. Il Liga non gli basta mai e, con questi chiari di luna, scommettiamo che torneranno ancor più numerosi e Liga agguerriti?
I di immortale: si festeggiava il quarto di secolo della vita musicale del Liga. Una carriera destinata a coprire almeno gli altri due terzi. Più avanza negli anni e meno differenzia i propri brani, più il Liga assomiglia ad un Highlander. I di Iren; i cui uomini alla fine hanno spazzato via il superfluo in quantità imbarazzante gentilmente lasciato dal popolo accalorato e pagati coi soldi di tutti. Ed I di ira, quella incontenibile di chi non potrà mai dire “io c’ero”. Ma ancor più quella dei residenti l’area della festa, impossibilitati a qualunque cosa in pratica per una settimana

L di Ligabue e cosa altrimenti? Non ci sono più parole, oltre al profluvio di quelle lette e ascoltate per definirlo. Dal 19 settembre, ogni cosa verrà dopo sarà vana
M di Maioli Claudio, storico manager del correggese doc. Vuole a tutti i costi l’Arena della Musica. Chissà come mai. Allora è vero che la filantropia non si è estinta. Ma anche M di marea umana. Quella del Campovolo. Ed M di musica, tre ore di fila. Sparata a bomba durante le prove, per far crepare d’invidia chi non aveva ancora il biglietto. Poi solo “sussurrata”, per far schiattare di altrettanta invidia quelli che non potevano permetterselo, tagliati fuori dai cerchi vicini alla beatitudine. Ed ancora M di mercato e merchandising: per lunghi giorni tutto attorno godeva del prefisso Liga a prezzi tutto sommato abbordabili
N di nero: il colore della mise di Ligabue durante il concertone più lungo del mondo. Colore che snellisce ed ammonisce, scaramantico e rabdomantico, apocalittico e festaiolo, nazionale ed universale. Insomma l’unico colore possibile. Donne in odore di altare, siete avvisate
O di orario spaccato al secondo invece che di Orazero: l’inizio avrebbe dovuto essere alle 20.30 e così è stato. Puntuale come una cambiale, il Liga non voleva far aspettare oltre gente che era là per lui da una settimana
P di pioggia: quella che miracolosamente a concerto finito (come le acque del mar Rosso al passaggio degli egiziani) è venuta giù dal cielo a mondare l’appena conclusasi celebrazione pagana ed a refrigerare gli ultimi fan aggrappati agli aggeggi della Ligastreet che avrebbero voluto colà accamparsi per sempre

Q di qua quaquaraquà: tutti i commentatori e gli esperti che hanno trovato qualcosa da eccepire a certe notti come quella del 19. Cioè nessuno
R di rock: Ligabue coltivava il sogno rockettaro fin da fanciullo. Ampiamente realizzato il suo e quello di 150mila che si è trasformato in un incubo per tutti gli altri
S di scaletta e sanità: il “manoscritto” della scaletta ligabuia è già oggetto di battiture all’asta da Sotheby’sa manco fosse una cinquecentina (altro che l’autografo di Giovanni Lindo Ferretti se tu avessi contribuito economicamente alla ristrutturazione della sua stalla…). 500 invece gli interventi occorsi per la salute di altrettanti giovani colti da malore (da intendersi come visioni mistiche non certo sofferenza). Ed S di sudore, quello secreto a fiumi dai ligamorfi 
T di Telereggio: almeno 30 tra uomini e donne a seguire per un giorno intero il concerto con toni da fine del mondo. Col direttore Maria Mariani sorvolante la pianura in elicottero come una divinità azteca e gli inviati che si intrufolavano nelle tende a svegliare i fan dormienti richiamandoli all’eccitazione immediata dopo un breve sonno del giusto. Il trionfo di un nuovo genere mediatico tra il trash ed il divino. Contenuti terrenissimi sviluppati con progressione epica. Inarrivabili, uno show nello spettacolo

U di ululati: raccontano leggende periferiche di concerto che le urla alla luna dei più Liga esagitati sono state prodromiche alla loro trasformazione in Ligamannari dando vita a rari quanto spiacevoli fenomeni di Ligantropia
V di vedi di annartene a…: bene anche questo ennesimo concerto è stato celebrato, è andato tutto bene e magari ne riparliamo tra qualche anno, che i soldi possono bastare
Z di zozzoni; quelli che non hanno aderito alla campagna Iren per la raccolta differenziata lasciando in terra un mare di sporcizia determinando una Waterloo per la multiservizi e una Caporetto per la campagna pubblicitaria di spalla. A quelli del differenziato sai cosa gliene frega? Quelli vogliono solo ballare sul mondo ed anche sull’immondo.