Certo la crisi in cui versa l’Europa e i segnali di rigidità con cui viene trattato il tema del debito non possono essere condivisi. In più dobbiamo rilevare che i commenti e gli atteggiamenti politici e culturali sul debito non sono dello stesso tenore se si tratta del debito privato oppure del debito pubblico. Una certa giustificazione, se non rassegnazione, nel caso dei debiti di imprese, banche e intermediari ed invece la voce forte e severa nei confronti dell’indebitamento degli stati. E questo non può essere accettato. Anche perché a fronte dell’indebitamento degli stati ci stanno tante manchevolezze e cattive scelte allocative ma anche, e non marginali, scelte di sostegno e , in qualche caso anche di sostituzione, di compiti che dovevano essere presidiati e coperti altrimenti dalla libera iniziativa privata.
Ma l’elemento che più mi fa dissentire dall’attuale politica europea è l’assenza di intervento sul grande tema della crescita e dello sviluppo. Il “laissez faire” sembra l’asse culturale e filosofico più sostenuto dai circoli economici europei e sembra davvero fuori sintonia con quanto sta emergendo nella gran parte delle economie del continente. La situazione non sembra molto complessa dal punto di vista dell’analisi. Non c’è bisogno di andare sul sofisticato. Anche lo studio dei rudimenti Keynesiani apparirebbe sufficiente a capire che in Europa ci sono capacità produttive inutilizzate (fra cui la più evidente è la risorsa umana), consumatori insoddisfatti e imprese senza sbocchi di mercato. Cioè, per semplificare, la classica situazione “keynesiana”. Vale a dire la situazione nella quale un intervento di impulso dello Stato nella funzione di investitore di “ultima istanza” è il solo strumento in grado di rilanciare la produzione e di asciugare la disoccupazione senza sollecitare alcun fenomeno di crescita dell’inflazione.
Il fatto che una ideologia dominante di stampo ultraliberistico non consenta di essere conseguenti rispetto a questa lettura, rende la situazione politica europea inaccettabile. Stiamo assistendo inermi rispetto allo spreco di “risorse” altrimenti utilizzabili per lo sviluppo e stiamo creando nei paesi dell’Europa più “debole” una disaffezione verso l’Europa e le Istituzioni europee che difficilmente sarà sanabile, specialmente nelle nuove generazioni che sono le più colpite dall’attuale crisi, nei prossimi decenni.
Qui non si tratta di far pagare agli europei del Nord i guasti e le furbizie contabili dei paesi mediterranei. Qui si tratta solo di rimettere al centro dell’Europa i temi importanti della crescita e dello sviluppo, dell’innovazione e della trasformazione tecnologica dell’economia e della società europea, senza pensare solamente alla difesa del risparmio delle vecchie generazioni benestanti e ricche del continente europeo. I giovani senza lavoro, che sentono non solo il “morso della crisi” ma che si sentono anche “colpevolizzati “ da gruppi dirigenti privati e pubblici dell’establishment per la loro scarsa flessibilità e adattabilità, rischiano di diventare la miccia accesa di una bomba sociale che potrebbe scoppiare nella rivolta o nell’apatia depressiva nei prossimi decenni. E non so quale sarebbe il male peggiore.
Ma detto questo e rilavata la giusta avversità verso una impostazione ideologica e egoista del gruppo dirigente che domina la politica europea occorre, nello stesso tempo e con la stessa forza polemica, avversare la irricevibile novella dei poveri fratelli greci dissanguati e messi sul lastrico dalle istituzioni finanziarie del mondo e dell’Europa. Non è volontà di punire i colpevoli, come in qualche misura sembra emergere da alcune affermazioni di dirigenti politici e finanziari tedeschi o olandesi. Cioè i bravi europei che, dall’alto della loro bravura, moralità ed efficienza bacchettano i pessimi meridionali europei , certo per evitare infezioni pericolose nell’intero continente, ma anche per insegnare loro le “buone maniere”.
Ma possiamo dire, al di fuori di questa visione “punitiva”, che la Grecia, e non solo lei ma in generale molti dei paesi dell’Europa meridionale, si sono comportati molto male, hanno dissipato risorse non per lo sviluppo ma per coprire eccessi di spesa pubblica improduttiva e hanno lasciato andare avanti, senza grandi contrasti, i peggiori vizi del sistema pubblico e privato fra cui la corruzione e l’evasione fiscale a livelli elevati endemici???
Insomma c’è qualcuno che pensa che una finanza internazionale “più democratica” invece che di quella “bieca” che domina il mondo attuale, finanzierebbe allegramente il debito greco e lascerebbe che i vizi endemici di questo paese si perpetuassero all’infinito?
Io penso che chi ha fatto debiti ingenti non per finanziare investimenti produttivi e infrastrutture pesanti e leggere ma piuttosto per pagare un eccesso di occupazione pubblica inefficiente, per pensioni al di sopra della sostenibilità del sistema e per consumi non coperti da una produzione adeguata ha in primo luogo danneggiato le giovani generazioni e ha creato un sistema fondamentalmente immorale.
Un sistema di cui devono rispondere i gruppi dirigenti e non i cittadini? Anche questo è uno slogan che va molto di moda. Non solo in Grecia ma anche nel nostro paese. Io penso che sia profondamente sbagliato. E’ evidente che i gruppi dirigenti di un paese sono primi responsabili del fallimento di un paese. Ma si può pensare che il popolo sia completamente indenne da colpe e da responsabilità. Questo forse in un sistema dittatoriale. Ma non in un sistema democratico. Dove il popolo elegge i propri rappresentanti e dove porta , tutte intere, le responsabilità dei fallimenti e delle inadeguatezze degli stessi. Anche perché non credo che l’alta corruzione e l’alta evasione fiscale sia, purtroppo per il sistema paese, un sistema comportamentale esclusivo dei gruppi dirigenti.
E allora che fare?? Penso che il da fare sia da una parte il rilancio della crescita europea. Senza se e senza ma. Senza attendere oltre. Senza una crescita mediamente elevata l’Europa rischia non tanto e solo il default dei debiti pubblici ma anche il fallimento di una intera comunità. E un’Europa senza una comunità è non solo un danno ma anche un pericolo per il futuro. E poi penso che i paesi “che si sono comportati male” devono bere l’amaro calice del cambiamento. Un cambiamento doloroso e, per alcuni versi, drammatico per le fasce sociali più deboli che vanno per quanto possibile tutelate dalla caduta in povertà, ma che appare inevitabile.
In Italia abbiamo avuto la fortuna di trovare il Governo Monti nella strada della guarigione. Dobbiamo tenercelo stretto e farlo durare più a lungo. Per il famoso principio che la cura, per essere risolutiva, deve essere forte e continua ma non tale da ammazzare il malato. E quindi occorre perseverare. Perseverare e cambiare. In maniera continua, abbandonando i tradizionali vizi di sistema e non curandosi dei tanti pezzi di società e di politica che di volta in volta si dimostreranno stanchi, contrari e insofferenti come sospinti, in maniera quasi naturale, verso quegli atteggiamenti tradizionali più accomodanti e meno responsabilizzanti.
E chissà che dopo questa cura i poveri fratelli greci, insieme ai poveri cristi italiani, non sappiano tornare ad insegnare qualcosa di utile e di interessante agli antipatici amici tedeschi ed olandesi. Ma non ci sono scorciatoie. E’ il tempo dell’umiltà. Evitiamo ridicole rivalse antiteutoniche che oggi farebbero soltanto sorridere i nostri interlocutori.