Ricorrono vent’anni del film-cult Troy le cui riprese terminarono nel dicembre 2004. Colossal epico-mitologico, spettacolare ma controverso specie per le discrepanze con i poemi omerici, anche se fu esplicitamente dichiarato che era “liberamente” ispirato all’Iliade e all’Odissea. Né non poteva essere altrimenti perché il cinema ha non solo un linguaggio ma una forma mentis narrativa del tutto peculiare. E negli ultimi tempi la spettacolarizzazione è una componente imprescindibile.
Invece di soffermarmi sull’elenco delle discrepanze preferisco sottolineare la coerenza di fondo di Troy con i poemi omerici. Infatti, in entrambi in casi, la vicenda è narrata con gli occhi dei vincitori ma è emotivamente e psicologicamente dalla parte dei vinti.
Infatti, Omero è un greco e gli avvenimenti dell’Iliade sono soprattutto nel campo greco. Quelli all’interno della mura di Troia sono solo un riflesso di quanto avviene tra gli Achei. E questo lo vediamo anche nel film. Protagonista è l’armata ellenica, con le dispute fra Achille e Agamennone, le gesta di Ulisse, Diomede, Aiace.
Eppure – e anche qui il film rispecchia l’Iliade- il vero eroe è Ettore consapevole di battersi per una causa perduta ma non indietreggia.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai
Ove fia santo e lagrimato il sangue
Per la patria versato, e finchè il Sole
Risplenderà su le sciagure umane.
Esemplare uno dei momenti top di Troy: il colloquio fra Agamennone che con arroganza chiede non tanto la restituzione di Elena ma il controllo dell’Egeo e la sottomissione di Troia. Altrimenti avrebbero distrutto la città e avrebbero fatto strage degli abitanti.
Ettore con tono pacato, quasi rassegnato ma indomito risponde che, qualunque cosa accada, non accetterà mai di sottomettere Troia al dominio degli Achei. Ettore archetipo di Francesco Ferrucci, del No pasaran di Dolores Ibárruri, di Salvador Allende.
Gli Achei, invece, appaiono rissosi, mentitori, si segnalano per la ybris (ὕβρις) e porteranno l’oscuro retaggio dei sacrifici di Ifigenia e di Polissena, dello stupro di Cassandra di Astianatte gettato già dalle mura.
D’altronde, anche l’unico punto in cui sembrano difendere un diritto violato, il ratto di Elena, cela, in realtà una considerazione della donna come oggetto da possedere perché tutti sapevano che Elena non era stata rapita ma era fuggita da Sparta.
Qui arriviamo a un altro punto rilevante. Elena compare solo poche volte nell’Iliade ma è uno dei personaggi più significativi. Figura particolarmente complessa che offre più chiavi di lettura.
A cominciare dal nome. Elena di Sparta è più appropriato del più diffuso Elena di Troia. Infatti, il re di Sparta Tindaro aveva nominato suo successore il marito Menelao ma solo per la prassi maschilista. In realtà, lei in quanto figlia adottiva di Tindaro era la vera erede. Tant’ è vero che Omero la definisce sempre come “l’Argiva”… mentre l’appellativo “di Troia” è legato a un’immagine di donna fedifraga.
E qui veniamo al secondo punto: fuga o ratto? Che fosse consenziente lo si capisce da molti passaggi ma Omero resta nel vago, aiutato anche dall’ambiguità della lingua greca.
Nel II Canto, i greci parlano degli gli affanni e dei patimenti per Elena (Ἑλένης ὁρμήματά τε στοναχάς τε) e questo può voler dire per causa (colpa) di Elena oppure a vantaggio di lei, ovvero per riportarla a casa
Si può anche ipotizzare che Elena sia stata considerata “rapita” perché, per la mentalità dell’epoca, una donna era poco più di un oggetto di cui ci si impossessava. Questa interpretazione faceva comodo agli Achei per giustificare una guerra che aveva ovviamente altre motivazioni: l’egemonia nell’Egeo e il controllo delle importantissime vie di comunicazione con l’Oriente.
Elena, dunque, nuora affettuosa, integrata nel ruolo di moglie di Paride ma quando parla dei greci prova nostalgia per la patria e del valoroso primo marito. Una dicotomia di atteggiamenti che si ripropone nel VI Canto quando rimprovera Paride per essere fuggito di fronte a Menelao. Prima si autoaccusa: “Cognato mio -dice ad Ettore – […]sono una cagna funesta, lurida! Ma subito chiama in causa gli dèi e rivolge a Paride espressioni dure osservando che poiché i Numi vollero “che tanti mali […] seguissero” almeno avesse avuto un marito più valoroso (il confronto con Menelao balza agli occhi). Manca ogni accenno di comprensione umana che è presente invece in Ettore il quale chiama il fratello “Sciagurato” ma poi gli riconosce di essere valoroso sebbene privo di mordente.
Un altro episodio rilevante è, infine, nel XXIV Canto quando, dopo la madre Ecuba e la moglie Andromaca la terza donna che pronuncia il lamento funebre di Ettore è, inopinatamente, Elena.
Nelle Troiane di Euripide, Ecuba, condotta in schiavitù, esorta Menelao ad uccidere Elena L’Atride risponde che lo farà quando arriverà a Sparta. Ecuba capisce che la perdonerà. Anche Andromaca, nella tragedia omonima parla dell’adultera Elena. della sua condotta licenziosa . E Peleo dice a Menelao : “ era meglio se la lasciavi là e davi un compenso ai Troiani perché se la tenessero”.
Ma poi c’è una nuova svolta… Stesicoro nella Palinodia asserisce che a Troia non era andata Elena ma un suo “doppio”, una sorta di fantasma, un εἴδωλον. Questa innovazione è ripresa da Euripide : Elena sarebbe andata in Egitto dove, insidiata dal figlio di Proteo difende la sua virtù fino a che Menelao non arriva a salvarla.
Euripide utilizza un artificio narrativo per salvare la rispettabilità della regina di Sparta? Oppure suggerisce, sottilmente, che la guerra fu combattuta per motivi ancora più futili, non per Elena ma per una sua semplice sosia. O viceversa, si vuole sottolineare che le vere motivazioni erano state occultate da una strategia di comunicazione che non si faceva scrupolo di ricorrere ad un plateale falso. Un po’ come si è fatto tremila anni dopo parlando di inesistenti armi di distruzione di massa
In ogni caso, questa ambiguità di fondo percorre tutta la letteratura, fino ai giorni nostri. Ed è continuata anche nel cinema. Ne cito alcuni esempi tra i molti film in cui compare Elena. Ne La vita privata di Elena di Troia del 1927 vediamo la regina di Sparta (interpretata da Maria Corda) che, trascurata dal marito cerca l’avventura con il bel Paride. Menelao vorrebbe punirla ma si lascia sedurre di nuovo e lei lo tradirà con Ulisse.
Invece, nel colossal del 1956 con Rossana Podestà, Elena seduce Paride fingendosi una schiava. Quando Menelao fa arrestare il troiano, lei lo fa evadere. Non vorrebbe fuggire con lui.. però Paride la costringe. Alla fine tornerà a Sparta (da notare una giovanissima Brigitte Bardot nel ruolo di un’ancella).
Nella miniserie Helen of Troy – Il destino di un amore del 2003, Paride incontra Elena (Sienna Guillory). Nasce una storia d’amore e i due fuggono a Troia. Poi si narra della guerra, della conquista della città dove Agamennone prende prigioniera Elena e la stupra. Ma viene ucciso da Clitemnestra.
E torniamo a Troy dove discostandosi da Omero, Andromaca ed Elena, quando la città viene espugnata, guidano la fuga di molti troiani attraverso un tunnel segreto. Diane Kruger mi sembra che interpreti bene il carattere complesso di Elena. Altera (sul cocchio con Paride) umile (quando incontra Priamo) passionale (con Paride a Sparta) coraggiosa quando, in una delle scene più suggestive, vuole consegnarsi a Menelao e viene trattenuta da Ettore.
Forse il vero fascino di Elena è questo: di essere non un’asettica icona di bellezza ma una donna forte e fragile, tenera e audace.