Firenze – Tre grandi autori – lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, con una pièce teatrale, e i Fratelli Taviani, con il film “Meraviglioso Boccaccio” – hanno scelto in questo difficile momento storico di mettere in scena il Decameron di Boccaccio. Questo classico consente infatti di individuare nella riscoperta dell’amore, della sensualità e della fantasia un possibile antidoto alla “peste nera” delle ingiustizie sociali attuali. Un testo dirompente della tradizione letteraria occidentale viene così rappresentato per la sua capacità mimetica di mostrare i sentimenti, i desideri e i sogni di personaggi “reali” che cercano di scongiurare l’epidemia.
Firenze e la sua cultura sono stati al centro degli interessi letterari e drammaturgici del Premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa che ha ricevuto lo scorso 4 giugno la laurea honoris causa dall’Università degli studi di Firenze (anche l’Università di Torino gli ha conferito questo riconoscimento il 6 giugno). Lo scrittore ha tenuto presso l’ateneo fiorentino una lectio magistralis dedicata proprio al capolavoro boccacesco, che egli considera una pietra miliare del realismo occidentale, ma anche un esempio di “realismo fantastico”, uno stile che permette di narrare e al contempo di mettere in scena il vissuto, la vita materiale dei personaggi che cercano di fuggire la peste attraverso la sensualità e la fantasia. Il Decameron, secondo Vargas Llosa, contiene molti spunti drammaturgici: le novelle sono interpretate come piccoli spettacoli nei quali i personaggi “arricchiscono il vissuto con l’esperienza immaginaria” per “esorcizzare la peste”.
Durante il conferimento della laurea honoris causa, la professoressa Martha Canfield ha ripercorso l’itinerario artistico e intellettuale dello scrittore peruviano, mettendo in evidenza l’importanza rivoluzionaria che la sua opera ha avuto nella cultura ispanoamericana degli anni ’60, insieme alle opere di altri grandi scrittori, come il colombiano Gabriel Garcia Marquez e l’argentino Julio Cortazar. I due capolavori La Casa Verde e La città e i cani, tradotti in italiano rispettivamente da Feltrinelli (1967) e da Einaudi (1970), segnano il panorama letterario ispanoamericano per l’invenzione di nuove strutture letterarie. La Conversazione nella Cattedrale (Feltrinelli, 1971) è invece un romanzo che rivela l’oppressione sotto la dittatura.
Vargas Llosa ha sempre mostrato un impegno civile e un interesse critico per la letteratura, come mostrano i saggi su Marquez, Flaubert, Sartre e Camus. Il suo stile narrativo utilizza la comicità, come nel romanzo La zia Julia e lo scribacchino, dove autobiografia e finzione, letteratura e vita si intrecciano. Negli ultimi anni egli ha inoltre seguito i conflitti del mondo contemporaneo come la guerra in Iraq e la guerra tra Israele e la Palestina.
Oltre alla lectio magistralis presso l’Università di Firenze, il premio Nobel, dal 3 al 5 giugno scorsi, è stato protagonista di numerose iniziative fiorentine, come l’inaugurazione, alla RFK international house, della mostra delle opere del grande artista peruviano Jorge Eielson, suo caro amico. Il saggio La letteratura è la mia vendetta (Mondadori, 2013), scritto insieme a Claudio Magris, è stato inoltre presentato da Ernestina Pellegrini e Martha Canfield alla Biblioteca delle Oblate. In questo saggio si rivendica il ruolo della letteratura come strumento politico e non di solo intrattenimento. Infine, giovedì 5 giugno, la mattina, è avvenuta la presentazione, presso il Rettorato di San Marco, del libro Perù frontiera del mondo. Dalle radici all’ impegno cosmopolita, edito da Florence University Press, mentre, nel pomeriggio, lo scrittore ha ricevuto, a Fiesole, da parte dell’associazione Nuovi eventi Musicali, il premio Nem per il suo saggio La civiltà dello spettacolo (Einaudi).