Firenze –E’ in libreria il nuovo numero di Testimonianze (537-538), dal titolo “Cattolici, Sinistra Pci Memoria e lezione di un dialogo alla prova”. La rivista diretta da Severino Saccardi prende spunto dal centenario dello storico Congresso di Livorno per un’ampia riflessione storico-culturale sul dialogo fra cattolici e comunisti alla metà del secolo scorso. Pubblichiamo il contributo di Piero Meucci.
L’illusione durò fino all’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’Armata rossa. La logica dei blocchi ideologici contrapposti tornò a coprire con il metallo della cortina di ferro la speranza che comunisti e cattolici potessero confrontarsi in modo costruttivo sul piano della rispettiva tradizione culturale.
Chi scrive ricorda quell’agosto 1968 in Versilia, quando gli autori del “Dialogo alla prova” (Vallecchi 1964), Mario Gozzini, Gian Paolo Meucci con loro gli amici più vicini, tra i quali Mario Lupori e Davide Maria Turoldo, scuri in volto prendevano atto che il fermento virtuoso che erano riusciti a creare era destinato ad esaurirsi nel tunnel di una nuova tensione internazionale.
Eppure la miccia accesa con quel libro coraggioso nei tre anni successivi alla pubblicazione (novembre 1964) sembrava aver prodotto una reazione positiva. La questione del dialogo era stata al centro di convegni e dibattiti, alimentati anche dall’infaticabile azione di Meucci e Gozzini che si misero a girare per l’Italia per spiegare il significato autentico dell’iniziativa e cercare di ribattere alle reazioni degli esponenti più conservatori della gerarchia ecclesiastica come il cardinale Giuseppe Siri.
Pochi mesi dopo l’uscita del libro l’arcivescovo di Genova fu indicato come l’ispiratore di un articolo sull’«Osservatore Romano», che le fonti vaticane sostenevano rivisto dal papa, nel quale si criticava duramente Giorgio La Pira definendo «colpevoli e condannabili le forme di dialogo con i comunisti che alcuni gruppi di cattolici hanno intrapreso».
Tuttavia la Civiltà cattolica, la rivista dei dei Gesuiti, con il padre Giuseppe De Rosa, aveva assunto un approccio positivo, cominciando – rilevavano con una certa ironia i fiorentini – a non mettere più fra virgolette la parola “cattolici”: “I comunisti – scriveva De Rosa – da un confronto delle posizioni cattoliche potrebbero anzitutto attingere una conoscenza meno sommaria del cristianesimo e accorgersi in tal modo che l’idea che essi si fanno del cattolicesimo e della Chiesa non corrisponde alla realtà”.
Ma gli avversari avevano aperto il loro fuoco di sbarramento. Con grande astuzia polemica Siri andava all’attacco di colui che veniva identificato come il maestro di quel gruppo di cattolici che avevano deciso di prendere atto delle novità rappresentate dal pontificato di Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II facendole diventare azioni concrete. Troppo concrete, secondo il punto di vista dell’ala destra del Vaticano.
I convegni sulla Pace e la Civiltà cristiana organizzati dal sindaco di Firenze nei primi anni 50, quando più dura era la morsa dello scontro fra Est e Ovest e tante altre iniziative come l’invito ai sindaci delle capitali di tutto il mondo, Mosca e Pechino comprese, avevano preparato il terreno per la distensione internazionale. Finché l’enciclica Pacem in terris (11 aprile 1963) pose per la prima volta una netta distinzione fra filosofie sistematiche ateiste e movimenti storici da quelle originati. “Si trattava soprattutto di uno sblocco psicologico per una comprensione reciproca – diceva Meucci – così da oltrepassare lo stadio delle reciproche intolleranze”.
Il messaggio di papa Giovanni rivolto a tutti gli uomini di buona volontà, dunque non solo ai fedeli della Chiesa, ma anche ai fratelli separati delle altre confessioni e ai non credenti, trovò successivamente sostegno nella Ecclesiam Suam, la prima lettera enciclica pubblicata dal papa Paolo VI il 6 agosto 1964 e nel documento pastorale del Concilio Gaudium et Spes promulgato il 7 dicembre 1965.
Stabilire i principi e i limiti del dialogo nel quadro di questi documenti, al di fuori da ogni compromesso di qualunque forma, era la parola d’ordine sulla quale puntavano Gozzini e Meucci partecipando agli innumerevoli dibattiti e tavole rotonde nelle sedi parrocchiali o in quelle delle associazioni cattoliche, così come in tante “case del popolo” dove la gente e gli attivisti del Pci cominciavano a prendere atto che il dogmatismo di un marxismo non inteso come critica e come liberazione si cristallizza in potere autorefernziale, sopraffazione e violenza.
“Abbiamo sempre sostenuto – era questa l’impostazione dei due “venditori di ombrelli”, come ironicamente si definivano – che lo scopo del dialogo lungi da una ricerca di proselitismo o di compromessi pratici doveva essere quello di creare i presupposti perché, attraverso le reciproche contestazioni i cristiani fossero più e meglio cristiani, i marxisti più e meglio marxisti . Ossia gli uni e gli altri più strenuamente fedeli alle rispettive origini; che vengono invece disattese e tradite quando marxisti e cristiani, anziché promotori di liberazione e di crescita per l’uomo si fanno autori e complici di oppressione e di schiavitù”.
Lunghe serate dedicate al trasferimento e al dibattito. Prima di prendere la parola, i due amici e sodali già da tempo impegnati nel dare contenuti all’insegnamento dell’educazione civica materia da poco introdotta nelle scuole (avevano scritto insieme un fortunato libro di testo, “Lo Stato siamo noi”) si erano divisi le parti in modo da stemperare le inevitabili critiche più o meno accese da parte dell’ala conservatrice e tradizionalista dell’una e dell’altra parte. Il primo metteva in evidenza le premesse culturali, filosofiche e religiose da cui era partita l’avventura del dialogo. Il secondo si concentrava sulla confutazione degli attacchi, che puntavano a trascinarli sul terreno minato della polemica politica.
Usando metafore che preludono alla sua attività di giudice dei minori, Meucci sottolineava che la dottrina della Chiesa non era cambiata, ma prendeva coscienza della crescita dei suoi figli: Papa Giovanni “è stato più capace degli altri di aderire immediatamente ai nuovi bisogni degli uomini tutti” (vedi “La questione del dialogo”, Quaderni di Corea, la registrazione dell’incontro avvenuto al Livorno nell’autunno del 1965).
Nessuno si deve dunque stupire se si parla di dialogo, perché “il dialogo è realtà perenne della Chiesa”. Il libro dunque è stato maturato “in un senso decisamente religioso, quale necessità assoluta per chi vuole essere minimamente degno della vocazione cristiana”. Qui ci si riferiva direttamente all’enciclica di Paolo VI che invita “a un riesame dei nostri modi di presenza nella nostra vita della Chiesa e della vita della Chiesa rispetto al mondo che ci circonda”.
I due oratori non sono perciò degli illusi dissidenti che si offrono alla strumentalizzazione dell’avversario, ma si muovono perfettamente in linea con il magistero della Chiesa: “La presa di coscienza del dialogo dentro la Chiesa e la capacità di radicare modi diversi di presenza cristiana rispetto al mondo che ci circonda sono le novità di questo tempo come espressione dell’affinamento del modo di vivere la vocazione e l’impegno cristiano”.
Subito dopo l’introduzione basata sui principi, toccava poi a Mario Gozzini, curatore del libro, affrontare il tema più spinoso: le implicazioni politiche del dialogo che veniva visto come un esporsi alla strumentalizzazione dei comunisti il cui unico obiettivo era quello di impadronirsi del potere, con qualunque mezzo e servendosi di quelli che la propaganda di destra definiva “utili idioti”. Non è possibile conciliare “una dottrina come il cristianesimo che crede in Dio fondata sulla trascendenza e una dottrina storicista in modo assoluto, legata all’immanenza”, esordiva. Tuttavia il dialogo può essere utile perché può aiutare i credenti a mettere a fuoco quello che c’è da riformare non tanto nella dottrina cattolica quanto negli atteggiamenti concreti di cattolici tiepidi.
Il “dialogo alla prova” è allora un’operazione culturale e non politica volta a “identificare le insufficienze concrete delle rispettive istituzioni nei confronti dei rispettivi principi”. Anzi è il modo con il quale i comunisti possono maturare una coscienza critica di quella dottrina marxista che è diventata solo uno strumento di governo e di oppressione: “C’è oggi una insufficienza una sproporzione una sfasatura fra i principi marxisti e la realtà storica in cui il marxismo si è concretato nei paesi dove è arrivato al potere – così Gozzini riportato dal Quaderno di Corea -. E’ una presa di coscienza che i marxisti stessi hanno manifestato attraverso il xx congresso del Pcus un processo avviato non ancora certamente portato a termine che il nostro contributo di cattolici la nostra compartecipazione di cattolici può certamente fare molto perché sia portato a termine. Dalla parte nostra mi limiterò a dire che le strutture politiche, economiche sociali dell’occidente manifestano ogni giorno un po’ di più la loro distanza dai principi della Chiesa dalle encicliche dei pontefici”.
Che è la declinazione aggiornata della posizione che da più di un decennio hanno portato avanti La Pira e il gruppo degli intellettuali cattolici a lui vicini. Utilizzare la loro disponibilità per conquistare un consiglio comunale o entrare al governo è pertanto snaturare un confronto sulle idee per creare una comunità umana più giusta e aperta. Conclusione: i cattolici del dialogo sono figli fedeli di “questo pontificato che non potrà e non vorrà non passare alla storia come il pontificato del dialogo”. Seguiva poi il dibattito che i due esperti relatori riuscivano quasi sempre a guidare sulle loro posizioni.
L’intervento sovietico in Cecoslovacchia e il periodo della contestazione con le sue radicalizzazioni e il suo rifiuto di qualunque gerarchia posero fine alla speranza di tenere il dialogo al livello non solo degli intellettuali ma anche dell’intera istituzione ecclesiale. Il segretario del Pci Enrico Berlinguer ne fece un pilastro della politica del compromesso storico favorendo la presenza in parlamento di Mario Gozzini, Raniero La Valle, Piero Pratesi e altri. La questione da quel momento diventò quella posta da Lidia Menapace in un convegno che si tenne all’Istituto Stensen di Firenze nel 1973: “I cristiani devono avere il diritto di venire accolti nei partiti comunisti a pieno titolo, senza rinunciare per nulla alla loro fede”.
Nel trarre un bilancio di quel convegno lo stesso Meucci prese atto della fine della stagione del Dialogo alla prova: “Ha ormai più un senso parlare di dialogo fra cristiani e marxisti in una situazione tanto cambiata che vede ormai un numero crescente di cristiani, del nostro e di altri paesi, In Europa, in America Latina, in Africa, militare decisamente nei partiti di ispirazione marxista e lottare insieme ai non credenti per una società diversa sia da quella del capitalismo avanzato sia da quella socialista come siè realizzata nell’Urss e nell’Est europeo?”.