Firenze – Alla fine della Messa restavano quasi tutti sul sagrato della Badia Fiesolana, aspettando per un commento sull’omelia l’officiante che si stava togliendo i paramenti sacri, doni dell’artigianato di popoli lontani.
Era questa la “comunità concreta” di Ernesto Balducci, padre scolopio, una delle figure chiave del cattolicesimo fiorentino della seconda metà del novecento. I nomi di coloro che ne facevano parte hanno contribuito alla storia civile dell’Italia: Silvio Bozzi, il magistrato ferito dalle Brigate Rosse, Pier Luigi Onorato, Gian Paolo Meucci, Mario Gozzini, Alessandro Margara, Graziella Magherini e tanti altri, soprattutto giovani. Poi c’era chi veniva da fuori Firenze per conoscere il padre e “catecumeni” che volevano entrare stabilmente in quella comunità. Anche molti non credenti consideravano l’appuntamento domenicale un arricchimento culturale e umano.
Andavano a San Domenico per partecipare alla celebrazione eucaristica e per ascoltare qualcosa che era molto di più di un’omelia nel senso tradizionale del termine. Con una ferrea e coerente capacità di argomentazione e un rigoroso uso della lingua italiana, Padre Balducci interpretava le vicende contemporanee, intessendole con i messaggi evangelici della liturgia, che trasmetteva senza un filo di retorica pietistica e con un sentimento di profonda adesione verso le vittime innocenti. La condizione perché si possa aprirsi all’altro è capire la ragione nascosta dei fatti, interpretare i segni dei cambiamenti e utilizzare mente e cuore per adempiere alla propria missione di fede.
Balducci era dunque soprattutto “uomo della Parola: “Si assunse l’onere e la responsabilità di prendere la parola in un tempo difficile e la espresse in maniera significativa”. Realizzando “una traduzione e attualizzazione del messaggio evangelico in un linguaggio adeguato e compatibile con la mentalità, le esigenze e le aspettative dell’uomo contemporaneo e un forte dialogo e confronto con la cultura moderna”.
Le citazioni sono tratte dai saggi di Anna Scattigno e Andrea Bigalli pubblicati nell’ultimo fascicolo della rivista Testimonianze dedicato interamente al centenario della nascita e al trentennale della morte di colui che l’ha fondata nel 1958. “Terzo millennio. Il pensiero anticipatore di Ernesto Balducci” (a cura di Maurizio Bassetti, Gregorio Iacopini, Miriana Meli, Roberto Mosi, Severino Saccardi, Stefano Zani) è il titolo del volume diviso in due parti: la prima comprende venti saggi ciascuno dei quali affronta un aspetto della vita, del pensiero e delle opere del padre scolopio; la seconda propone una selezione di brani di suoi scritti apparsi sulla rivista dal 1958 al 1992.
Nella foto di copertina i tetti di Santa Fiora, villaggio di minatori ai piedi dell’Amiata, dove Balducci era nato nel 1922, uno dei territori più poveri della Toscana. Di questa realtà ha vissuto i disagi, le sofferenze e gli stenti, “ma ha anche respirato, e assimilato la cultura di un popolo in cui non erano spente, nonostante tutto, la vitalità e l’allegra sorrette dalla speranza in un domani più giusto, più libero, aperto a più ampi orizzonti”, scrive Saccardi, direttore della rivista, nella sua introduzione. “La sua montagna come luogo dell’anima che amava osservare dall’alto lasciando che lo sguardo potesse spaziare dalla val d’Orcia fino alle prime sinuosità del Fiora, aveva bisogno di un nuovo futuro tutta da inventare”, aggiunge Paolo Piacentini che si chiede: “E se il futuro fosse dei villaggi del mondo?”.
Dalla memoria delle radici, al luogo e alla comunità della Badia ai quali “era radicato ostinatamente”, all’apertura all’universale, all’infaticabile ricerca dei segni che indicano la direzione da seguire per un futuro incontro fraterno di tutti i popoli, alle tante opere fra le quali spicca il suo libro simbolo, “L’uomo planetario”: questo il percorso di lettura che propone Testimonianze per approfondire il suo messaggio.
Una vita di studio e di riflessione senza pausa, che produceva un pensiero continuamente rivisitato e arricchito, messo alla prova sul piano dell’azione concreta: “L’impegno globale per la difesa e la promozione della cultura dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli è dimensione imprescindibile di un’azione volta a dare solido fondamento alla cultura della pace”, conferma ancora Saccardi ricordando i convegni degli anni 80 “Se vuoi la pace prepara la pace”, che Balducci aveva promosso insieme con la rivista.
Il lettore di oggi rimane quasi sbigottito nel trovarsi di fronte all’attualità e all’urgenza di quel messaggio. La guerra in Ucraina riporta davanti agli occhi lo spettro della catastrofe nucleare mentre balzano agli occhi le profonde analogie fra le parole di Balducci e quelle di Papa Francesco contenute soprattutto nell’enciclica “Fratelli Tutti”: il dialogo, il rapporto con l’umanità sofferente del Sud del mondo, l’accoglienza e il confronto con l’altro.
“L’umanità è obbligata a uscire dall’età della guerra e dallo sfruttamento incondizionato dell’ambiente”, così Mauro Ceruti che ricorda gli ammonimenti del padre scolopio, “l’uomo del futuro sarà uomo di pace, o non sarà”. “Il nuovo umanesimo planetario – prosegue – sarà prodotto dalla coscienza della comunità di destino che lega ormai tutti gli individui e tutti i popoli del pianeta e che lega l’umanità intera all’ecosistema globale e alla terra”.
Da qui il suo appello – sottolineato da Vannino Chiti – a un impegno coraggioso e coerente, invito a saper andare anche contro corrente: “C’è l’imperativo assoluto della pace. E’ quello che stiamo annacquando dietro calcoli di equilibri politici, rischiando la subalternità a logiche solo militari”.Oggi invece siamo tornati a un pericoloso bipolarismo culturale, aggiunge Simone Siliani: “Una parte ritiene che per garantire un ordine stabile globale ci si debba affidare alla forza e alla minaccia delle armi, mentre l’altra parte ritiene al contrario che solo dialogo, giustizia globale, diplomazia possano garantire la pace e che il riarmo non faccia altro che preparare sempre più distruttive guerre”. Il grande balzo in avanti delle spese per le armi è uno degli effetti più duraturi e mefitici della guerra.
L’uomo planetario si oppone dunque all’uomo identitario, ideologia che si sta imponendo in questi anni così tormentati: “Egli è l’uomo universale arricchito delle differenze che ha, dunque superato ma anche conservato; l’uomo globalizzato invece le ha tutte annullate ”, afferma Marco Salucci, che cita Balducci: “L’uomo planetario è l’uomo postcristiano.. la qualifica di cristiano mi pesa . Mi dà soddisfazione sapere che i primi credenti in Cristo la ignoravano… Non sono che un uomo”.
Quest’ultima forte e pregnante espressione è stata presa da Andrea Cecconi, presidente della Fondazione Ernesto Balducci, come titolo del volume pubblicato anch’esso in occasione degli anniversari (Edizioni San Paolo).
Si tratta di un profilo biografico complementare alla lettura di Testimonianze che ha l’obiettivo di far conoscere Balducci ai giovani in modo semplice e diretto. Cecconi inserisce l’evoluzione del suo pensiero nel contesto storico politico del tempo, raccontando i grandi conflitti e le battaglie civili, come quella sull’obiezione di coscienza, che sostenne con coerenza e fermezza, testimoniando con i fatti e i comportamenti quanto diceva e scriveva.
“Non fu un prete del dissenso né del consenso – avverte Cecconi – ma un sacerdote alla ricerca di un nuovo senso della Chiesa, nella speranza di un suo rinnovamento profondo secondo le prospettive conciliari. Per questo suo impegno possiamo dire che fu un prete “scomodo” , in particolare nei confronti di chi amava il quieto vivere dello status quo”.

