Storie italiane in “perfetta buona fede”

treC’è un’unica spiegazione: siamo noi, a non esserci capiti. Da soli. Un po’ perché quello con le istituzioni, con buona pace di tanta mitologia delle democrazie (Aristotele già metteva ampiamente in guardia circa le possibili distorsioni) è, in effetti, più che un dialogo, un monologo: si recita a soggetto, tu entri sul palco, dici la tua, e dal buio del sipario il coro, nascosto, sentenzia “Quattro gambe, buono, due gambe, meglio!” – e non sai mai se sono le pecore opportunamente addestrate in tal senso oppure se è un vero Portavoce Ufficiale, oppure ancora c’è il disco coi discorsi, come si faceva una volta, tipo “Gli amici della Storia” coi discorsi del Duce. E quindi, ecco: stiamo parlando da soli, nell’immenso vuoto che c’è.

Un po’ anche perché si tratta forse di una mera questione di semantica: forse, per “buona fede” si intende qualcosa di legato ad una fiducia mistica nella giustezza del proprio operato agendo ex cathedra, oppure un riferimento a pratiche devozionali che nulla hanno a che vedere coi fatti in questione (tipo, quando muore uno che ne ha fatte di tutti i colori, ma era una gran brava persona); oppure ancora, poniamo il caso del fedifrago che si spupazzi una signorina per dieci anni e poi salti fuori che in realtà è già sposato: a quel punto potrebbe perfettamente dire di essere in buona fede, perché no? Rifiutando qualsiasi altra spiegazione circa il significato di quello che intende.

Tipo, era in perfetta buona fede nel Torino Calcio, che c’entra col fatto che era sposato? E così, oggi ascolti con perfetta buona fede anche tu, spettatore, la difesa d’ufficio del Ministro Guidi mentre scrive, caro Matteo Renzi, sono assolutamente certa della mia buona fede e della correttezza del mio operato. Come dicevamo: magari lei è perfettamente convinta, perché no? Si danno casi di convinzione anche più estremi, l’autoipnosi è efficacissima. Una mera questione di semantica, insomma; anzi, di più, è più come se, dovendo raccontare tutta la storia, ci si affidasse solo ad una campana,trascurando tutte le altre voci perché, in fondo, a voler esagerare si fa anche un po’ di casino, che non giova a nessuno. Peccato che le altre voci, se chiamate in causa, parlino di favoreggiamento e concorso in corruzione e traffico di influenze illecite; e non sono le voci dei vecchi del paese, che, si sa, tra un quartino in più di rosso e la vecchiaia che avanza, già la memoria non è un registratore preciso, figuriamoci poi.

No; è il vocione non molto gradevole della Magistratura, che come possiamo facilmente immaginare, per quanto politica e politicizzabile tanto e più di qualsiasi altra cosa, prima di mettere i bastoni tra le ruote ad un politico, di questi tempi, specie di uno di quelli che hanno tutte le carte in mano, ci pensa quindici volte. Intercettazioni – pesantissime – alla mano. A questo punto, rassegnare le dimissioni non dovrebbe essere tanto un fatto di opportunità politica (anche qui, pura semantica: si scrive “opportunità”, magari è da intendersi “incertezze”, come al Monopoli) quanto un fatto dovuto: ehi, sto facendo nettamente gli affari di famiglia, o c’è il sospetto di questo, e anche ben fondato: prima di tutto rispondo al cittadino e faccio un passo indietro. No; il passo indietro, al contrario, c’è, ma molto morbido, un po’ un passo di danza in un ballo di gruppo ben oliato, tipo un meneito (infatti, se n’è ita), mentre le opposizioni ovviamente ne approfittano per chiedere che il Governo tutto si sciolga come un gelato sul marciapiede e il solito buontempone ne approfitta per dire che il male vero del Paese sono le intercettazioni.

Ma magari, c’ha pure ragione lui: il male di questo Paese non è che si delinqua, è che lo si venga a sapere. Come Otello con Desdemona. Ricordiamo con una certa nostalgia i tempi in cui si rubava, sì, ma in silenzio, senza sollevare troppa polvere: e sì che c’erano ladri veramente patentati, eh. Altro che la foto del Premier canadese in equilibrio sulla scrivania: quello che facevano i nostri con terga e poltrone per decine di anni era un funambolismo inarrivabile. Però era di nascosto, e l’atto del nascondere era in se stesso il medium e il messaggio: è sbagliato. E se ti bèccano, hai chiuso, scappi in Africa. No; oggi se ti bèccano, o se c’è il sospetto che tu non possa ricoprire quella carica perché il sospetto fondato che tu l’abbia usato per i tuoi interessi personali è pressante e pubblico te ne vai senza tanti drammi, mentre al massimo, invece della gogna di partito, scatta un ringraziamento, “Rispetto la tua scelta personale sofferta, dettata da ragioni di opportunità che condivido”.

Non esattamente il Gulag, insomma. Poi, certo: non è questione di garantismo ma proprio di giustizia, e c’è il caso che scopriremo tutti si sia trattato di un agguato politico, o di un malinteso, oppure di un mero errore, non luogo a procedere, tutti innocenti fino a prova contraria. Eppure, il sospetto resta, e non è un bel vedere; e a ben vedere, è già sufficiente per rovinare quel poco di interesse, per non dire di fiducia, che il cittadino ha al giorno d’oggi nelle istituzioni. Come dire: ecco come si costruisce il popolo italiano, da sempre.

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