Smaltimento Concordia: tanti interrogativi sulla soluzione turca

L'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana (Arpat) ha reso noti gli esiti degli esami sui campionamenti ambientali effettuati il 14 aprile all'isola del Giglio. Nonostante la presenza della Costa Concordia dal 13 gennaio 2012, il mare gigliese rimane incontaminato e si sono rilevate soltanto delle leggere alterazioni dei parametri di tensioattivi, mentre sono ancora risultati nella norma i livelli di idrocarburi e solventi. Le associazioni ambientaliste Legambiente, Greenpeace e WWF Italia, però, sono tornate a chiedere che vi sia maggiore attenzione per l'impatto ambientale del naufragio più disastroso della storia della navigazione da crociera italiana. L'occasione del nuovo intervento delle associazioni ambientaliste è stato offerto dalle recenti discussioni sulla scelta del porto di smantellamento del relitto, con la Turchia che sembra la più seria candidata ad accogliere la Concordia dopo la sua rimozione dalle secche di Punta Gabbianara. La scelta del porto in cui smaltire la nave, hanno tuonato, non dovrà essere dettata unicamente dalle esigenze economiche della compagnia armatrice, ma dovrà tenere conto dell'impatto ambientale del mostro d'acciaio. Nè si dovrà dimenticare che, oltre al miliardo di euro già sborsato da Costa Crociere, c'è un danno ambientale che, al momento, non è quantificabile.

Nel corso della sua audizione alla Camera dei Deputati era stato proprio il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, a ricordare le spese dell'armatore genovese (1,1 miliardi di euro) e che la soluzione turca sembrerebbe la più ragionevole. Scartata l'ipotesi norvegese (la più economica ma anche la più rischiosa per la distanza abissale dall'isola del Giglio) i 40 milioni di dollari proposti dalla Turchia sembrano lasciar poco scampo ai 200 milioni di euro richiesti da Civitavecchia. Solo Genova sembra poter contrastare, ormai, la proposta turca. Va considerato, però, che la soluzione italiana non solo sarebbe una sorta di "rimborso" per un Paese ferito dal tragico inchino del 13 gennaio 2012, ma anche un'immensa opportunità. Al momento, hanno ricordato Legambiente, Greenpeace e WWF Italia, l'Italia non ha un porto attrezzato per smaltire navi di grandi dimensioni, ed in questo senso il naufragio della Concordia potrebbe portare in retaggio alla Penisola un porto in cui smantellare navi di grossa stazza in sicurezza e nel rispetto dei più elementari parametri ambientali.

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Anche il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, è tornato a precisare che la scelta del porto di smaltimento del relitto dovrebbe ricadere su Piombino. Per il Governatore toscano non c'è dubbio che tra i 5 giorni di navigazione Giglio-Genova e le 5 ore che separano l'isola dell'Arcipelago toscano da Piombino, la scelta più corretta sarebbe quella del porto della costa livornese. Piombino, ha assicurato Rossi, dovrebbe essere pronta ad accogliere la Concordia entro settembre; quindi la destinazione naturale della Concordia dovrebbe essere il porto toscano. Spostare la nave dal Giglio a giugno è ormai inverosimile e potrebbe anche danneggiare la stagione turistica dell'isola, perciò la scelta più ragionevole del porto di destinazione dovrebbe essere fra Genova e Piombino, con Piombino in primis e Genova soluzione di rincalzo. "La rottamazione della nave deve avvenire nel rispetto sia dell'ambiente che dei diritti dei lavoratori", ha spiegato Rossi. Cosa che, a suo dire, non avviene in Turchia.

Dello stesso avviso anche il presidente della Commisione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati, Ermete Realacci: "Si tratta ora di portare a compimento questa difficile opera garantendo la massima sicurezza per l'ambiente e utilizzando questa occasione per avviare una filiera per lo smaltimento e il recupero delle grandi navi, partendo appunto dalla demolizione della Concordia in un porto italiano. Seremmo tra i primi in Europa ad attrezzarci per questo, anticipando le normative europee che presto porranno fine allo scandalo di viaggi verso siti, soprattutto in Asia meridionale, dove lo smantellamento avviene senza garanzie nè per l'ambiente, nè per la sicurezza dei lavoratori".

 

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