Sito Eni, a rischio i corsi d’acqua

Le analisi del 13 febbraio avrebbero rilevato la presenza di idrocarburi

Prato – Acque contaminate vicino al deposito Eni. Una notizia che arriva diretta come un pugno, sostenuta dalla consulenza tecnica che la procura di Prato ha affidato a febbraio al geologo Giovanni Balestri. Il sito Eni preso in esame è quello che il 9 dicembre scorso fu funestato da un’esplosione che costò la vita a 5 lavoratori, mentre erano in corso operazioni di trasferimento di idrocarburi. Una tragedia, a cui ora, secondo la consulenza consegnata alla Procura, potrebbe seguire un’altra tragedia ambientale, l’inquinamento dei corsi d’acqua dell’area. La notizia dell’ipotesi del danno ambientale è apparsa sulle cronache cittadine, dopo che la relazione, che sarebbe stata inviata dal procuratore capo di Prato Luca Tescaroli al ministro dell’ambiente Gilberto Pichetto Fratin, presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, al sindaco della Città metropolitana Sara Funaro e al prefetto di Firenze Francesca Ferrandino, avrebbe messo in luce l’insufficienza delle attuali attività a fronteggiare il rischio.

Il meccanismo che, secondo gli organi di stampa, sarebbe emerso dalla relazione del consulente, ruoterebbe attorno a una valvola ad azione manuale, attraverso cui sarebbe possibile fare transitare le acque reflue dalla vasca finale del ciclo depurativo cui vengono sottoposte, al fosso Tomerello. Uno dei passaggi critici è questo, dal momento che il Tomerello non ha un alveo cementato, per cui è permeabile ad eventuali contaminanti, che potrebbero perciò finire nella falda acquifera sottostante. Perciò lo scarico non dovrebbe essere né autorizzato, né autorizzabile.

Tuttavia, una seconda possibilità c’è: una volta che le acque abbiano terminato il passaggio dal depuratore interno, potrebbero e dovrebbero essere scaricate solo nel torrente Garille, dal momento che questo corso ha invece alveo e sponde cementate, il che lo isolerebbe dalle falde.

Le analisi del 13 febbraio avrebbero invece rilevato una costante presenza di idrocarburi nelle acque superficiali di fosso e torrente, con concentrazioni fino a sei volte superiori a quelle previste dall’autorizzazione. Inoltre, sarebbe emersa l’assenza di presìdi contro il rischio idraulico, che porterebbe le acque contaminate a mescolarsi con quelle alluvionali, superando i limiti dell’area e spandendosi sul territorio.

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