L’apprezzabile grafomania del neo segretario Pd Andrea Costa ha toccato anche le sponde sonore del conterraneo Luciano Ligabue. Il quale, ballando sul mondo discografico da tempo immemore coi soliti refrain di buonismo super borghese, alla vigilia dell’uscita del suo nuovo disco, ha rilasciato un’intervistona ripresa urbi et orbi sulla delusione da lui patita a proposito della politica Pd. Ergo, dice vip Luciano, non si recherà (come d’altronde il rimpianto Romano Prodi) alle primarie del suo già amato punto di riferimento elettorale. Allo scrivente in verità, da più tempo di Ligabue dubbioso su alcune scelte dello stesso partito, il fatto che il rocker avesse trovato da ridire su Epifani e compagnia segretariale, lì per lì ha fatto cambiare idea sulla bontà delle strategie centrosinistriche. Cominciando cioè ad apprezzarle di brutto, avendo individuato anni fa nei testi e nel look, in sostanza nell’immagine, dell’amatissimo rocker del Campovolo, la traduzione simbolica di tutto ciò che negli ultimi anni ha creato un solco quasi incolmabile tra il popolo riformista e la rappresentazione iconica dei valori di centro-sinistra. Ecco, se chiedessero al sottoscritto di indicare l’incarnazione dello scivolamento valoriale nella vacuità post-sessantottina delle generazioni tirate su a propaganda acritica, dimenante e disimpegnata, il Ligabue sarebbe di certo in pole-position. Coi jean sdruciti a suggello di una mise casual e come tale estremamente di sinistra e il portafoglio rigonfio grazie ai ritornelli esistenzialisti privi di corpus filosofico. Cioè di fondamenta. Caratteristica di gran parte dell’establishment culturale italiano che ha in mano le chiavi di parte dei media e dell’università e che si è arricchito a dismisura mulinando al vento sociale diritti e doveri quasi mai facendo poi coincidere la predica con la pratica. Alla faccia del popolo ligabue. Nonostante Andrea Costa, come da lui confessato, cantasse a squarciagola la bellezza del cicchetto dal bar Mario nelle fredde notti passate ai circoli del partito, come mantra per tirarsi un po’ su e ricaricare le pile altrimenti a rischio esaurimento, lasci Ligabue al suo destino civico. E continui a scrivere alla gente per recuperare numeri e unità al suo Partito democratico.
La nostra realtà semantica locale è piena zeppa di esempi come questo, magari anche in buona fede da parte dei proponenti. Ma il decennale e certosino lavoro portate avanti dalle scuole di pensiero unico hanno creato omologazioni ideologiche oggi difficilmente smascherabili dalle nuove generazioni abbeveratesi alla fonte dell’antiberlusconismo come frontiera ultima del rinnovamento profondo della società. E l’imminente decadenza del Caimano impone al centrosinistra di trovare identità connettive forti e credibili. Per questo e tanti altri motivi, siamo rimasti basiti davanti all’ennesima iniziativa “di sinistra” decontestualizzata: giovedì all’Arci Tunnel arriva a discettare di gioventù, in mezzo a parolieri di estrazione varia, uno dei più illustri baby-pensionati d’Italia, quel Pietro Folena, Pci-Pds-Rifondazione, trombato nel 2008, e che a 51 anni, grazie alle sue cinque legislature, si intasca 5500 euro netti al mese. Provate a spiegare le vostre ragioni di sinistra agli ex operai cassintegrati con figli a carico o anziani elettori reggiani del defunto Pci cui sono state nuovamente decurtate pensioni al limite della sussistenza. La serata si chiamerà “Il coraggio di essere giovani”; sì, giovani pensionati d’oro.