Firenze – Il problema è: uno sfratto, magari con minori, magari incolpevole, magari di anziani, o semplicemente uno sfratto che porta persone normali in strada senza alternative, è un problema “tecnico” o anche sociale? In altre parole: può l’emergenza abitativa diventare un problema tecnico “tout court”?
Secondo l’amministrazione comunale fiorentina sì. Perché, come dimostrano le “linee guida” inviate agli uffici della sicurezza sociale, quella parte dell’amministrazione che interveniva negli sfratti “difficili” della città per proporre soluzioni, sia pure temporanee, a nuclei famigliari in difficoltà, ad oggi non è più “abilitata” a intervenire. In altre parole, la questione abitativa con tutte le difficoltà sociali connesse, si trasforma in un problema tecnico che si scarica sull’ufficio casa del Comune e sulle sue scarse risorse. Con un ulteriore addentellato: cambiando natura all’emergenza abitativa, quest’ultima non è più “sindacabile”. Il che significa che salta tutto quel cuscinetto di trattative che permetteva comunque di trovare, sia pure, ribadiamo, spesso solo temporaneamente, una sistemazione alle famiglie, magari presso le strutture della sicurezza sociale, che permetteva loro di riorganizzarsi rispetto all’emergenza immediata. In altre parole, come dicono da A.S.I.A, i sindacati vengono estromessi, tranne in casi estremi di “grave e pregiudizievole disagio sociale”, che riguardano in buona sostanza quelli in cui i minori possono venire tolti alla famiglia d’origine. A decidere di questo, incalza A.S.I.A, è un unico funzionario comunale, non una commissione o uno staff. Ne consegue inoltre che se le famiglie sotto sfratto o senza casa decidono di rivolgersi ai servizi sociali, rischiano che i minori vengano loro sottratti, dal momento che, non potendo agire per l’accesso all’alloggio, la sicurezza sociale, preoccupandosi dello stato in cui versano i minori, può decidere che non esistano le condizioni per gli stessi di rimanere nella famiglia, che non può più procurargli quell’ambiente sicuro e adeguato alla crescita di cui abbisognano. Un cane che si morde la coda.
Rimane ovviamente l’ufficio casa del Comune, che però, com’è noto, non ha le strutture “cuscinetto” necessarie per fronteggiare l’emergenza sempre più spinta che assedia la città. Saltate le assegnazioni in struttura, di competenza della sicurezza sociale, la riserva del 35% delle case adibite all’emergenza sfratti e disagio sociale (ricordiamo che si procede alla media di 130 sfratti al mese a Firenze) risulta insufficiente a coprire il problema. Inoltre, il 35% della riserva va così suddiviso: 25% all’emergenza sfratti, 8% al disagio sociale, 2% ad altra casistica. Ma, saltando il passaggio assistenti sociali, tutto rifluisce sull’ufficio casa. Che, d’altro canto, ha anche inaugurato un nuovo sistema di accesso per i cittadini, pur essendo ufficio aperto al pubblico, con tanto di videocitofoni e richieste di identificazione all’ingresso.
Segno dei tempi che cambiano, non c’è dubbio. “Alla radice del problema – dicono da A.S.I.A – c’è la completa chiusura che l’amministrazione sta mettendo in atto. Le porte si sono chiuse con la decisione che di fatto impedisce alla sicurezza sociale di prendere contatto con le persone. Trasformare l’emergenza abitativa in problema tecnico la cui gestione è esclusiva dell’ufficio casa significa non riconoscerne il risvolto sociale. Da qui alla trasformazione dell’emergenza abitativa a un problema di ordine pubblico il passo è breve”. Del resto, l’estromissione dei sindacati dalle trattative, oltre che degli assistenti sociali, rappresenta in un certo senso la pietra tombale su quel processo di confronto e dialogo su cui si basava il vecchio e per certi versi esemplare “sistema Firenze”. Quello, aggiungiamo noi, che per anni ha permesso a Firenze, nonostante la bomba sociale che l’emergenza abitativa innesca, di tenersi alla larga da tensioni che animano non solo le grosse città come Roma e Milano, ma anche città più o meno simili come Bologna.
Infine, un altro dato si aggiunge, che emerge dagli operatori, ed è la “morìa” cui da qualche tempo sono soggetti gli assistenti sociali. Basti pensare che solo nell’ultimo mese, si parla di almeno 5 operatori che hanno dato forfait, con tanto di certificati medici. Stress da lavoro, sembra. Qualcuno si spinge più in là: “E’ difficile non avere più risposte da dare”.