Seano, sgomberato il presidio operaio, Calleri: “La parte giusta? I lavoratori”

La Fondazione Caponnetto lancia un progetto per “le terre di nessuno”
Salvatore Calleri al giardino Caponnetto

Firenze – Sbandierando la bandiera della legalità, gli imprenditori cinesi, messi sotto scacco a Seano dallo sciopero degli operai che richiedono giuste ed eque condizioni di lavoro secondo il contratto nazionale, vedono improvvisamente arrivare l’insperato aiuto delle forze dell’ordine che sgomberano il picchetto operaio. La Procura sequestra la merce trattenuta in ostaggio dagli operai come contropartita per migliorare le loro condizioni di lavoro, e gli imprenditori si mettono in fila per avviare le procedure per ottenerla. Finisce così, all’alba di questa mattina 3 luglio, uno degli scioperi a oltranza con presidio con cui i lavoratori sfruttati dell’hinterland pratese cercano, attraverso gli storici strumenti del sindacalismo, ovvero scioperi e presidi, di ottenere condizioni di lavoro più umane, dopo aver subito, nel tempo, blitz con tanto di violenze nei loro confronti da non meglio identificati assalitori. Fra le altre cose, oltre al decreto di sequestro preventivo (la merce prima bloccata dallo sciopero e poi sequestrata con decreto di sequestro emesso dalla Procura non tornerà quindi direttamente nella disponibilità degli imprenditori, perlopiù cinesi, che plaudono all’iniziativa in nome della legalità ripristinata) ci sarebbe anche, a carico di alcuni sindacalisti, un fascicolo di reato per violenza privata. .

Sulla questione “terre di nessuno”, ovvero terre sottratte, in parte o del tutto, al controllo dello Stato, si era soffermato, proprio stamattina, il presidente della Fondazione Caponnetto, Salvatore Calleri, che, ricevuta nel corso della conferenza stampa la notizia dello sgombero, si limita a osservare: “A prescindere dalle ragioni di ciascuna parte, la realtà dei fatti vuole che ci sia solo una parte da cui stare, la difesa della legalità, ovvero quella in cui gli operai sfruttati, la Fondazione Caponnetto e la stessa Procura diretta dall’ottimo Tescaroli, sono obbligati a stare insieme “.

Del resto, l’analisi e la proposta della Fondazione lanciata dal suo presidente stamane, verteva proprio sulla questione del “cosa fare” “Ci sono luoghi all’interno di altri luoghi – aveva detto nel corso dell’incontro con la stampa Calleri – luoghi generalmente tranquilli, almeno in apparenza, nei quali non si riesce ad avere il polso della situazione. Sono luoghi in cui, di fatto, lo Stato è assente. Per Stato intendiamo l’insieme delle istituzioni, dal Governo nazionale alle amministrazioni locali, passando per tutte le autorità competenti. Siamo abituati a pensare che le “terre di nessuno” si trovino soltanto nel Sud del Paese. Non è così. O, meglio, non è solo così”.

Per una tragica coincidenza, inoltre, le parole di Calleri avevano messo in luce il fatto che, in questi luoghi, “le persone vivono spesso in condizioni di sfruttamento e i loro diritti fondamentali non vengono rispettati. In queste aree sono in corso conflitti tra gruppi criminali, mentre prosperano traffici illeciti, violenze e forme diffuse di illegalità”.

Se questa è la premessa, la Fondazione Caponnetto e OMCOM hanno inteso analizzare “il quadrilatero compreso tra Firenze, Sesto Fiorentino, Campi Bisenzio e Prato”.

“Da diversi anni, in alcune zone di questo territorio, non si sa con precisione cosa accada – dice Calleri – o, meglio, lo si immagina, ma manca una mappatura completa dei fenomeni e un effettivo controllo del territorio. Troppi pestaggi, ferimenti, sfruttamento del lavoro e traffici illeciti continuano a verificarsi. In tali zone è in corso una guerra di mafia”.

 La proposta

“In buona sostanza – dice il presidente della Fondazione – si può ancora agire intervenendo prima che i danno siano prodotti. È necessario cambiare prospettiva, passando dalla logica del “giorno dopo” a quella del “giorno prima”. Occorre prevenire, non soltanto intervenire”.

Al primo punto, è necessario “riappropriarsi del territorio, sia dal punto di vista sociale sia sotto il profilo della legalità, non solo proclamata ma concretamente praticata. Siamo di fronte – dice ancora Calleri – a un’area di almeno 37 chilometri quadrati nella quale esistono vere e proprie “terre di nessuno”. Occorre intervenire prima che diventino “terre di qualcuno”, cioè territori stabilmente controllati dalla criminalità”.

Di conseguenza, sarebbe necessario “procedere a una mappatura completa dell’area e costruire una stretta collaborazione tra Governo nazionale, istituzioni territoriali e amministrazioni locali”.

Procedendo, “occorre individuare progressivamente le aree di intervento e delimitarle mediante un anello di sicurezza esterno, affidato alle Unità Operative di Primo Intervento (UOPI) della Polizia di Stato, alle Squadre Operative di Supporto (SOS) dell’Arma dei Carabinieri e ai Baschi Verdi della Guardia di Finanza. Queste unità avranno il compito di garantire la sicurezza del perimetro e di intervenire tempestivamente in caso di sparatorie o altri episodi di particolare gravità”.

All’interno del perimetro, precisa Calleri, dovranno essere disponibili anche i reparti mobili della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri, con funzioni di supporto operativo.

I controlli da svolgersi, secondo la Fondazione, devono essere coordinati in materia di:

  • Lavoro, a cura degli Ispettorati competenti e dell’Inps;
  • Igiene e sicurezza sanitaria, a cura delle autorità sanitarie;
  • Questioni tributarie, a cura della Guardia di Finanza;
  • Ricerca di armi e sostanze stupefacenti, a cura delle Forze di Polizia;
  • Controlli amministrativi, a cura delle Polizie locali.

Accanto all’azione di controllo, ci dovrà essere, secondo il progetto della Fondazione, una presenza sociale qualificata, ovvero assistenti sanitari, insieme alle pubbliche assistenze e agli altri servizi territoriali, che dovranno individuare le situazioni di maggiore fragilità e, quando necessario, attivare successivamente percorsi di presa in carico da portare agli assistenti sociali.

L’intera operazione dovrà comunque essere inquadrata all’interno delle attività di prevenzione proprie del Ministero dell’Interno, tramite le Prefetture e le forze di Polizia territorialmente competenti a stretto contatto con le Procure della Repubblica ed i Comuni interessati che si potranno avvarre ulteriormente di appositi protocolli d’intesa stipulati con la Regione Toscana.

In conclusione, tira le fila Calleri, “non si tratta di un’operazione semplice. Al contrario, richiede risorse, coordinamento e una forte volontà politica e istituzionale. Tuttavia, la gravità della situazione impone un cambio di passo. Non intervenire significherebbe lasciare che le “terre di nessuno” diventino definitivamente “terre di qualcuno. I tre piastri dell’operazione sono il controllo effettivo del territorio, la presa in carico delle fragilità e delle problematiche sociali; il ripristino della legalità, coniugato con la giustizia sociale e lo sviluppo”.

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