Scompare Mario Pachioli, scultore della luce, ma lascia ponti di speranza e gioia

L’artista, originario di Vasto, si è spento a Firenze, dove viveva e lavorava

Firenze – Lo scultore della luce. E’ questa, la definizione migliore, se si possono dare definizioni a un artista, per Mario Pachioli, scultore, scomparso recentemente a 75 anni. Una scomparsa pesante per la comunità artistica non solo fiorentina ma anche internazionale. Un curriculum artistico che lo ha visto realizzare capolavori sparsi in tutto il mondo, a partire da Firenze, sua città d’elezione, che lui, originario di Vasto con cui ha comunque mantenuto un profondo legame, aveva eletto a città della sua formazione artistica e di vita. Sua opera recente, la medaglia in bronzo con l’effigie in bassorilievo di Lorenzo il Magnifico: che è il premio conferito agli artisti della Biennale di Firenze. Solo una delle opere che lo hanno reso famoso, come la statua della Vergine Assunta, in grandezza naturale, ricoperta di foglia d’oro, collocata nella cattedrale di San Gimignano; o la serie di altorilievi che raccontano il Santo Rosario nella chiesa di San Gervasio e Protasio, dove si trova anche la statua di Padre Pio, sempre di sua mano.

Una carriera che almeno virtualmente comincia quando, rampollo di una numerosa famiglia di Vasto con ben 7 fratelli, comincia, ancora bambino, a scolpire sassi, pezzi di legno, in particolare d’olivo. I suoi studi lo spingono verso l’educazione artistica, fino a quando decide di trasferirsi a Firenze, all’Accademia delle Belle Arti. Ed è proprio a Firenze che si compie la sua formazione e maturazione artistica, sotto la guida di un grande maestro, Antonio Berti, a contatto con quei grandi del cui passaggio la città è piena e che il giovane vastese copia dal vivo, disegnando, studiando, osservando.

Ma al di là dell’indiscusso valore dell’artista, è fondamentale, per carpirne il segreto, quell’energia luminosa che dona alle sue sculture la sensazione del movimento, dello spiccare il volo, una sorta di aerea levità che si può solo paragonare allo splendore della luce, è fondamentale si diceva ascoltare i ricordi della moglie, Erica e di Grazia, la figlia, anche lei giovane promessa artistica del campo della fotografia. “Quando Mario scolpiva – dicono – entrava in contatto con un mondo diverso, che lo portava a sprigionare energia”. Quella stessa energia di cui le sue figure, in movimento perlopiù. tese al cielo o all’azione, sono permeate.

Una sorta di rito sacro, lo scolpire, che lo porta, anche quando il tema è drammatico, a regalare a chi guarda una sensazione che non è finita, non può finire male, perché c’è un mondo superiore in cui “tutto sarà giusto”. Ed è per questo che sembra davvero che il suo operare regali “ponti di luce” a chi guarda. Possiamo sfuggire al dolore, ma solo accogliendolo e trasformandolo in passaggio. Così, il Creato torna alla sua primigenia gloria, come se la foglia d’oro che ricopre l’Assunta di San Gimignano sia la vera cifra di un autore che ne suo disincanto trova il coraggio della vittoria.

Un uomo , del resto, molto concreto, come spiega Erica, la moglie, ricordando con un faticoso sorriso la sua capacità manuale, “sapeva fare tutto”; d’altro canto, Pachioli aveva conosciuto i lavori manuali, e non disdegnava affatto prendersi cura delle cose. Un tratto che rimane caratteristico anche del suo modellare, in quanto, caso ormai raro, si occupava dell’opera dall’inizio alla fine, dal bozzetto all’applicazione alla rifinitura, alla cotture anche. Una capacità demiurgica che promanava dal gesto di forgiare e ricreare la materia, un gesto creatore che compiva senza intermediari. .La sua capacità di arrivare all’obiettivo è resa evidente anche dalla tenerissima storia d’amore che lo ha legato alla moglie Erica, che racconta: “Ci siamo conosciuti da adulti, in occasione di una cena organizzata da mia cugina, e mi ha confidato in seguito che aveva deciso subito, una volta conosciutami, che sarei stata la donna della sua vita”. Due mesi in Australia subito dopo, a trovare un ramo della famiglia che si è trasferito là, due mesi con un regalo al giorno per Erica, in particolare fiori. Una corte d’altri tempi a coronamento di un amore straordinario.

Un amore intenso lo ha legato a Grazia, la figlia. Un amore in cui il ruolo del padre è stato svolto nel sostegno delle sue capacità artistiche, e nello spronarla nella scelta di dedicarsi alla fotografia (un progetto, di Grazia, svolto a 4 mani con un’amica, è stato presentato sulla rivista specializzata Perimetro) . Ma, ricorda la figlia, “mio padre ha sempre svolto con me quel ruolo che ha avuto con tutti i giovani, ovvero incoraggiarli nel tirare fuori i propri sogni per tradurli in realtà”.

Continuando a sfogliare le foto delle opere di Mario Pachioli, andando a visitarle nelle varie sedi in cui si trovano, è soprattutto la forza dell’energia a travolgere. Un esempio evidente, gli altorilievi nella chiesa di San Protasio e Gervasio, che raffigurano il Rosario con le sue stazioni, dove le figure sembrano essere contenute a malapena dentro la prigione della materia . Insieme ai ricordi della vita quotidiana regalati dalle parole della moglie e della figlia, la sua figura artistica si dipana in alcuni punti fermi: luce, movimento, disincanto ma nello stesso tempo, azione. Ed è nell’azione, nell’accettazione virile (anche quando si tratta delle sue giovanissime madonne) di quel che il destino ci prospetta, che si coglie il significato della luce che questo artista ha sparso a piene mani sui suoi compagni di viaggio, ovvero l’umanità intera: “si compia ciò che deve essere – sembrano suggerire le sue opere – non mi tirerò indietro”. Ed è per questo che la luce si trasforma in gioia.

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