Da più di trent'anni le proposte di legge depositate per garantire il diritto a scegliere il cognome della madre per i propri figli restano chiuse nei cassetti del Parlamento. Per ora si può aggiungere solo la denominazione materna, ma non sostituirla col patronimico. Oggi, dopo che l'Italia ha incassato qualche giorno fa la condanna della Corte dei diritti umani di Strasbrurgo per aver impedito ad una coppia milanese di dare il cognome materno anzichè quello paterno alla propria figlia, Pd e Fi, confermano fonti di Palazzo Chigi, hanno presentato un ddl bipartisan per innovare il codice civile e creare i presupposti affinché i figli possano avere e trasmettere anche il nome di famiglia materno, auspicando allo stesso tempo un intervento a breve da parte del Governo. Due gli obiettivi del ddl: consentire alla madre di poter dare il proprio cognome ai figli e consentire alla moglie di aggiungere al proprio cognome quello del marito senza l’obbligatorietà presente nell’attuale articolo del Codice civile. Intanto, stante la sentenza del tribunale di Strasburgo le coppie potranno ora fare ricorso – per ottenere il cognome materno per via giudiziaria.
Parte oggi su Change.org la petizione, rivolta a Presidente della Camera Laura Boldrini e al presidente del Senato
Pietro Grasso "Il cognome di mamma" per chiedere che la legge sul cognome materno venga messa immediatamente all'ordine del giorno in Parlamento, lanciata da Laura Cima, parlamentare dei Verdi degli anni '80 e poi nel 2000, la quale ha presentato più volte alla Camera proposte di legge per il cognome materno ai figli: "Da più di trent’anni che si prova a dare una svolta a questa realtà culturale – dice Cima – e profondamente patriarcale, e sempre senza successo. Il cognome maschile è uno degli ultimi baluardi di una società patriarcale che ormai non ha più senso. Una legge sul cognome materno completerebbe la riforma del diritto di famiglia secondo le indicazioni europee".
La sentenza del tribunale di Strasburgo sul cognome materno. Per ottenere il diritto, negato dallo Stato italiano, di registrare all’anagrafe la figlia Maddalena, nata il 26 aprile 1999, con il cognome materno (Cusan) anziché quello paterno (Fazzo) Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, hanno dovuto presentare ricorso alla Corte europea dei Diritti umani di Strasburgo nel 2006. La Corte ha risposto pochi giorni fa con una sentenza di condanna verso l’Italia per aver violato il diritto della coppia, discriminando la donna, non garantendo la parità tra coniugi. La sentenza di condanna conclude così la coraggiosa battaglia giuridica cominciata dalla coppia milanese. "La sentenza del Tribunale di Strasburgo obbliga il nostro Paese a compiere un passo avanti nell'attuazione delle pari opportunità nel nostro Paese – ha commentato nei giorni scorsi la senatrice Pd Rosamaria Di Giorgi -, stabilendo che i genitori hanno il diritto di dare ai propri figli anche il solo cognome della madre e condannando l’Italia per aver negato a una coppia tale diritto, i giudici della Corte di Strasburgo hanno imposto un principio chiaro a tutela delle donne".
Nella sentenza i giudici chiedono al nostro Paese di "adottare riforme" legislative o di altra natura per rimediare ai diritti violati entro i prossimi tre mesi. In particolare ricordano che la possibilità introdotta nel 2000 di aggiungere al nome paterno quello materno non è sufficiente a garantire l’eguaglianza tra i coniugi, e che “se la regola che stabilisce che ai figli legittimi sia attribuito il cognome del padre può rivelarsi necessaria nella pratica, e non è necessariamente una violazione della convenzione europea dei diritti umani, l’inesistenza di una deroga a questa regola nel momento dell’iscrizione all’anagrafe di un nuovo nato è eccessivamente rigida e discriminatoria verso le donne”
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