Firenze – Dalla vorticosa storia del Risorgimento emerge la figura semisconosciuta di un patriota toscano, Giovanni Battista Cioni Fortuna, che ebbe a Firenze un ruolo significativo, consegnato poi al quasi totale oblio dallo scorrere della storia.
Giovanni Battista Cioni Fortuna nacque a Buti il 5 giugno 1802, da una famiglia nobile locale. Studiò giurisprudenza nell’Università di Pisa. Avendo simpatizzato con i moti del 1821 fu costretto a riparare temporaneamente a Bologna.
Rientrato a Pisa si laureò e tornò a Buti dove la madre e lo zio insistettero affinché vi si stabilisse definitivamente per amministrare il suo ingente patrimonio. Invece, dopo qualche tempo si trasferì a Firenze dove frequentò gli ambienti politici d’ ispirazione democratica e i circoli letterari. Esercitò la professione di avvocato e scrisse varie opere teatrali. Alcune commedie furono pubblicate a Firenze nel 1837, nella silloge Saggio di produzioni comiche ed erano precedute da un Discorso sul teatro italiano.
Nell’ambito della sua attività politico- culturale fu uno dei principali collaboratori de La Rivista. Giornale artistico–letterario –drammatico- musicale, che era un’importante voce dei democratici nel capoluogo toscano.
Fece parte del Circolo del Popolo che aveva sede in S.Frediano, di cui fu anche Presidente. Nel 1848, quando il Granduca Leopoldo II concesse lo Statuto, fu eletto deputato al Consiglio Generale proprio nel Collegio di S.Frediano.
Intanto, anche la sua produzione letteraria assumeva toni sempre più patriottici. Scrisse drammi storici tra i quali Il Duca d’Atene, che venne accolto con molto favore tanto che fu replicato per sedici serate al Teatro Nuovo di Firenze davanti a un’ affollata platea. Proprio a seguito di questo successo, Aurelio Saffi gli scrisse:“Ho letto il vostro Duca d’Atene, e mi piacque, e come storia e come dramma è degnissimo. Se la provvidenza vorrà che ci troviamo altra fiata in conversazioni amichevoli, ne parleremo a lungo”. Poi, per far crescere il sentimento patriottico portò Il Duca d’Atene anche a Roma ma si adirò per i tagli apportati dalla censura pontificia che toglievano ogni mordente all’opera.
In quella occasione compose la poesia “Apparizione di Bruto in Porto d’Ostia” che è un’ accusa, un’apostrofe contro il governo pontificio, che circolò clandestinamente e fu poi stampata in Francia.
Nella veste di Deputato al Parlamento toscano (dove presentò varie proposte di legge a cominciare da quella che sanciva l’istruzione come “diritto del popolo“), fu tra i protagonisti degli avvenimenti del 1848 che rievocò l’anno successivo nel pamphlet Li 8 febbraio a proposito della causa italiana e che può essere considerato una sintesi della sua dottrina politica.
Leopoldo II, anche a seguito dei tumulti di Livorno, chiamò al governo i democratici Montanelli e Guerrazzi; ma dopo Custoza, cambiò progressivamente atteggiamento fino a che, il 30 gennaio 1849, lasciò Firenze per Siena e, all’inizio di febbraio, fuggì a Gaeta, nel regno delle Due Sicilie.
Cioni Fortuna ci ha lasciato un resoconto della seduta del Consiglio generale dell’8 febbraio nella quale il governo, preso atto dell’allontanamento del Granduca, si dimise. Poi, quando aveva preso la parola, la seduta fu interrotta da una dimostrazione popolare che “impose” la costituzione di un Triumvirato composto da Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni con funzione di governo provvisorio per la convocazione dell’Assemblea costituente. Cioni Fortuna contestò il metodo osservando che se rivoluzione doveva essere, allora non si doveva nemmeno chiedere la ratifica del Consiglio generale.
Sostenne che si sarebbe potuta nominare una giunta provvisoria e provvedere al governo entro i termini dello Statuto emanato dal Granduca. Invece, “spendendo un mandato che non avevano”, i deputati sopravvivevano allo Statuto da cui emanavano e finivano, di fatto, per intralciare operazioni energiche e spedite del governo provvisorio il quale fece male a ricercare quel voto e i deputati non fecero meglio a darglielo. Sottolineava, infine di volere che tutto si svolgesse a vantaggio della nazionalità e dell’ unità italiana.
Alle successive elezioni per la Costituente toscana, Cioni Fortuna fu nuovamente eletto sia nel collegio di Firenze che a Pisa. Nei lavori dell’Assemblea appoggiò il nuovo assetto ma, al tempo stesso, fu contrario all’unione con la Repubblica romana che molti auspicavano: dichiarò che l’idea repubblicana non era per il momento realizzabile e che era, invece, importante restare strettamente uniti al Regno di Sardegna.
Ha scritto V.E.Boccara che in casa dell’ “instancabile” Cioni Fortuna si adunavano tutte le sere gli uomini più risoluti della Toscana, e, con la scusa del tressette e della musica, analizzavano “ i mezzi più opportuni per ottenere alfine la tanto sospirata unificazione d’Italia”. Dopo la sconfitta di Novara che concluse la prima guerra d’indipendenza cadde il governo dei democratici e il Granduca rientrò a Firenze.
Cioni Fortuna fu arrestato e, insieme a Montanelli, a Guerrazzi, a Mazzoni, fu processato per “lesa maestà”. Fu assolto e tornò, a vivere a Buti nella sua villa di Belvedere, dove però nel 1853 morì a seguito di una febbre perniciosa. E’ sepolto nel Chiostro verde di S.Maria Novella, a Firenze.
Se la bandiera repubblicana non si poteva innalzare in Toscana, l’unica soluzione era una “ pronta, piena e libera unificazione al Piemonte” e coniò il motto “ indipendenza unità libertà” .
Rilevò, inoltre, che in occasione della battaglia di Novara ci si sarebbe dovuti unire al Piemonte utilizzando il fatto che l’Austria era tenuta in scacco dai Magiari. Lasciato solo, era destinarlo alla sconfitta.
Poi, analizzando la prospettive future del processo unitario dell’Italia nello scenario europeo affermava che la Francia desiderava un reggimento politico ai suoi confini che fosse consono alla sua costituzione. Quindi non era favorevole ad esiti rivoluzionari e socialisti e che la Gran Bretagna era contraria al potere temporale dei Papi e al dispotismo.
Infine ritenendo inevitabile una guerra europea calcolava che l’Italia costituita a nazione avrebbe potuto contribuire moltissimo alla vittoria della potenze occidentali su quella settentrionali ..( quindi preconizzava gli schieramenti che si crearono in occasione della prima guerra mondiale) ed esortava, comunque, a sottrarsi alle prepotenze dell’Austria non contando sugli alleati che sono sempre malfidi. “Il vero alleato” doveva essere “il coraggio che viene dalla buona causa”.
*Questo articolo anticipa un più ampio lavoro che sarà pubblicato a fine anno.