Referendum costituzionale, si comincia con le ragioni del “no”

Firenze – Grande successo, ieri, per l’appuntamento organizzato da Arianuova, il comitato fiorentino di Possibile, presso la sede dell’Arci in piazza dei Ciompi. Oltre cento i cittadini intervenuti nella saletta (alcuni sono rimasti in piedi) dove il dibattito è stato serrato anche per l’alto profilo dei relatori, i docenti di diritto costituzionale Stefano Merlini, Università di Firenze, e Andrea Pertici, Università di Pisa.

Fra le questioni messe sul tavolo, la prima è sicuramente quella della comprensione di ciò che sta accadendo. Questo profilo, come è emerso dalla discussione cui ha partecipato il pubblico, è infatti molto sottovalutato, mentre è veramente fondamentale per la comprensione  e dunque per la valutazione reale della scelta da parte dei cittadini. Valutato che i due profili principali recepiti ad oggi dall’opinione pubblica (ad oggi, vale a dire almeno ad 0tt0 mesi dalla presunta data del referendum, che dovrebbe tenersi verso ottobre) sono in buona sostanza la “eliminazione” del Senato e la natura di “plebiscito” sul governo, nota quest’ultima impressa alla consultazione dallo stesso premier, in realtà ciò che emerge da una lettura approfondita del testo è tale da coinvolgere nella “revisione” ben 40 articoli della nostra carta fondamentale. Come spiega il professor Merlini, “non si tratta dunque di un semplice riaggiustamento, è proprio la natura stessa della Carta a subire un profondo cambiamento”.

Fra le questioni preliminari, oltre al non banale interrogativo se sia lecito che un Parlamento eletto sulla base di una legge elettorale dalla stessa Corte Costituzionale dichiarata con sentenza contraria alla Costituzione, possa mettere mano alla stessa, è emersa anche una serie di dubbi giuridici sulle stesse modalità di utilizzazione dell’art. 138 e dunque dello stesso strumento referendario.  utilizzato in buona sostanza, cme strumento della “maggioranza” con l’appendice del referendum confirmativo che dà la possibilità di una revisione che si preannuncia assolutamente radicale della nostra Carta fondamentale attraverso quello che lo stesso Merlini definisce “un vero e proprio colpo di mano”. Infatti, l’articolo 138 prevede che, se non si giunge alla maggioranza dei due terzi in seconda votazione, è possibile ricorrere al referendum confirmativo popolare. Scopo stabilito dai Costituenti: fare intervenire lo stesso popolo sovrano. Certo, ma innanzitutto il quesito, come ribadito da una recente e famosa sentenza della Corte Suprema dev’essere semplice, comprensibile e tale da prestarsi a un “sì” o un “no”; in secondo luogo, non rientra certo nella nature del referendum in questione quello di svolgere un compito di “plebiscito” per quanto riguarda la maggioranza di governo.. di fatto, secondo quanto è emerso, il rischio è che si proceda a una vera e propria “mutazione” della natura del meccanismo repubblicano a “colpi di maggioranza”.

ghelliSe questo, diciamo così, è il prodromo della questione, singolari “incidenti” si rilevano quando si va a misurare il merito della riforma. Innanzitutto, come correttamente l’opinione pubblica ha inteso, tutto “gira” intorno alla riforma del Senato. In realtà il vero “perno” è, come sottolinea il professor Pertici, l’eliminazione dell’elezione a suffragio universale della seconda camera del palramento italiano. E qui, sulla composizione, qualche problema emerge. Infatti, si tratta di portare da 315 eletti dal popolo (ovviamente, senza prendere in esame lo strumento elettorale) a 100 membri il “senato delle regioni”. Scelti come? Intanto, senzxa legame diretto sovranità popolare-eletti, ma 95 memebri scelti tra i consiglieri regionali. come? Saranno i cittadini stessi a indicarli, quando eleggeranno i consiglieri regionali. Allora, perché serve poi una “conferma” da parte del Consiglio regionale? Ma non è che un punto. Infatti, come dichiarato dallo stesso testo, i senatori sono rappresentanti delle regioni, e da questo traggono la legittimità. Lasciamo perdere per un momento il fatto che tra questi 95 membri ci devono essere 21 sindaci, divisi su base proporzionale fra le regioni (chi li sceglie? Il partito che ha avuto la maggioranza nelle consultazioni regionali. E se non lo fa? Non è previsto. Forse il secondo con più voti. E se neppure questo lo facesse? …. ), prendiamo in esame i 5 senatori scelti dal Presidente della Repubblica, secondo quanto previsto. Senatori che durano in carica 7 anni, mentre gli altri seguono lo scadere del loro mandato regionale. Ma questi cinque, a che titolo siedono in Senato? Sono forse i 5 senatori a vita per particolari meriti, dichiarati “eliminati”? …

Forse. E sono tanti i forse che ieri sera sono emersi dalla discussione. Ma infine, il problema più inquietante e con ogni probabilità decisivo colto dal pubblico è stato quello dell’informazione precisa: sono infatti le conseguenze, la ricaduta su, ad esempio, l’elezione di organi costituzionali e di garanzia come ad esempio la Corte Costituzionale e il presidente della Repubblica a sollevare gli interrogativi più ardui. Anche perché, dice una signora in un intervento, “di tutto ciò non si sa niente”.

 

 

 

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