Se i simboli (a saperli leggere) ti parlano dell’identità di un popolo o della sua ricerca (d’identità), quelli della Festa in corso al Campovolo (sarebbe la Festa del Pd ma il simbolo è pressoché invisibile) appaiono abbastanza eloquenti nella confusione storica che trasmettono.
Sì perché non c’è solo la riabilitazione partitica di quel Max Collini, eterno cantore del comunismo da circolo, chiamato finalmente ad esibirsi su un palco ufficiale della kermesse dem (e bisognava attendere la segreteria meno comunista della storia reggiana per ottenere il nulla osta, con Massimo Gazza ex renziano che si accorda con Claudio Guidetti, pure lui ex renziano ma pure ex berlusconiano a scapito degli ammiccamenti nazionali di Elly Schlein coi grillini e la sinistra), riabilitazione di cui su questa testata abbiamo già parlato.
C’è soprattutto un grande assente nel cartellone politico dei “dibattiti” in corso. D’accordo che tutto o quasi ruoterà attorno alla cerca del candidato sindaco prima che il turibolo delle primarie vere sparga nell’aere l’intenso odore di incenso (olfattivamente ahinoi associabile ai trapassi illustri), ma si sarebbe almeno potuto cercare anche di salvare le apparenze. Se cioè Collini farà la solita giusta tirata contro i fascisti di 80 anni fa, quelli cioè che si sono estinti per ragioni biologiche ma anche (come direbbe Veltroni) per l’innervarsi della Costituzione italiana, nessuno però si periterà di aggiornare la bussola della cronologia tirannica.
Ovvero il convitato di pietra dei dibattiti che avrebbero dovuto essere ma che, al netto dell’attuale maggioranza politica del Comune di Reggio Emilia non saranno mai (sia mai che qualche nostalgica cariatide ancora di peso si possa adontare) è proprio il punto della situazione geopolitica internazionale, nella fattispecie il massacro ucraino ad opera del russo Putin, il grande assente di ogni manifestazione a Reggio Emilia di moderna socialdemocrazia liberale antifascista ed anti nazicom che si dovrebbe rispettare.
Dall’altra parte però c’è anche quella sana spinta progressista appannaggio soprattutto dei giovani Pd. Che non a caso hanno aperto all’interno del Campovolo, un punto ristoro che si chiama “Bar B”, laddove B non è la serie cadetta in cui milita la locale squadra granata bensì vuol risultare un gioco di parole dalla pronunzia-omaggio al film attualmente campione d’incassi. Se dunque si evita col freno a mano tirato di attualizzare troppo i metodi fascisti della contemporaneità, anche perché di derivazione quasi tutta ormai dalle ex Repubbliche popolari comuniste, si strizza però anche l’occhiolino a Barbie, che è il manifesto del bidenismo e della cultura LGBT+. Film vietatissimo in tutti i Paesi islamici ed arabi e non disponibile in Russia perché la Disney da quella parti non distribuisce più i suoi prodotti.
In Russia inoltre la bambola Barbie è vietata perché “diseducativa e consumistica” senza contare che la “guerra alla cultura gay” è uno dei principali motivi, ribaditi più volte da Putin e dal Patriarca Kirill, per cui la Russia ha invaso l’Ucraina, considerata avamposto dell’Occidente corrotto e porta d’ingresso dell’Occidente marcio nel mondo dei valori incontaminato della Madre Patria russa. Pure il cinema all’aperto Arci-Comune degli Stalloni ha fatto il soldout a ferragosto per il magico mondo fucsia di Barbie e del gay Ken.
Insomma, un po’ obbligato (senza dirlo troppo in giro, non ci fosse la nostra 7per24 a ricordarlo con una certa insistenza) il popolo dem reggiano a risultare neneista in politica (la spruzzata di irenismo cattolico su una base di pacifismo utopistico e di parte, amalgama il tutto) a causa di politici vagamente ignavi per tornaconto di tenuta di partito e dei suoi alleati filoputiniani, alle “masse” esterne che entrano alla festa apparirà sempre e comunque col cuore al 100% hollywoodiano e pure bideniano.