La giunta comunale (centro-destra ) di Affile (Roma) ha dedicato un mausoleo a Rodolfo Graziani, originario del paese laziale. L’amministrazione ha organizzato una vera e propria celebrazione, con tanto di messa e discorso del sindaco (Partito della Libertà). L’inaugurazione del sacrario, all’interno del Parco Radimonte, si è svolta alla presenza di un centinaio di persone, alcune con il drappo al braccio della X Mas, ex militari, altri con la bandiera della “Giovane Italia” della provincia di Roma (organizzazione giovanile del Pdl).
L’opera, con annesso museo e locali di servizio, è costata 127 mila euro.
Il Generale Rodolfo Graziani non fu un personaggio qualsiasi. Vediamo alcuni dei suoi meriti.
Graziani dopo aver partecipato alla guerra del 1915-18, stette a lungo in Libia, dove condusse la campagna per la riconquista della Tripolitania e della Cirenaica, di cui fu nominato governatore da Benito Mussolini. Incaricato di reprimere la ventennale rivolta anti-colonialista libica, portò a termine la sua missione condannando a morte, in un processo sommario, Omar al-Mukhtar, capo dei ribelli, venerato oggi giustamente come eroe nazionale. Alla campagna corrisposero misure spietate anche contro i civili. Circa centomila

cirenaici appartenenti alle tribù nomadi furono deportati dal Gebel Achdar e dalla Marmarica e internati in tredici campi di concentramento costruiti nelle regioni più inospitali della Sirtica, dove morirono a migliaia per le terribili condizioni igienico-sanitarie, la scarsità di cibo e acqua.
Nel 1935 Graziani fu nominato governatore della Somalia dove, scavalcando la Convenzione di Ginevra del ’25, che ne vietava l’uso, si servì di gas all’iprite con cui massacrò civili e militari nel conflitto italo-etiopico; guadagnò il grado di Maresciallo d’Italia e il titolo di marchese di Neghelli . Dal 1936 al 1937 fu viceré d’Etiopia, dando forma a un governo dispotico.
Dell’uso di gas tossici contro militari e civili abissini, autorizzato da Mussolini, si seppe solo dopo la pubblicazione dello studio di Angelo Del Boca. Lo stesso si può dire delle stragi di civili inermi, ordinato da Rodolfo Graziani, Viceré d’Etiopia, in seguito all’ attentato del 19 febbraio 1937, organizzato da parte di un gruppo di “Giovani Etiopici” della resistenza, durante i festeggiamenti per la nascita del Principe di Napoli.; l’attentato, fallito, causò la morte di sette persone e il ferimento di altre cinquanta, tra le quali il viceré, il cui corpo recava i segni di 350 schegge. Graziani ordinò rastrellamenti e rappresaglie selvagge e indiscriminate; per tre interi giorni squadre di militari e di civili italiani e di ascari libici percorsero le vie della capitale incendiando le abitazioni degli indigeni e massacrando tutti gli etiopici che giungevano a tiro. Un preciso bilancio della strage non fu mai fatto, e anche se appare esagerata la cifra di 30.000 morti, avanzata nel dopoguerra dalle autorità etiopiche, è certo che le vittime della repressione non furono meno di 4000.
A Debrà Libanòs c’era il più importante centro conventuale copto, il più autorevole centro di insegnamento teologico del paese. Essendo emersa l’ipotesi che a ispirare gli attentatori fosse stato il clero copto della città conventuale, Graziani ordinò al generale P. Maletti di passare per le armi tutti i monaci e i diaconi della città santa e di confermare l’esito delle operazioni con le parole “liquidazione completa”. Maletti portò a termine la sua missione tra il 21 e il 27 maggio 1937, prima rastrellando tutti i religiosi di Debrà Libanòs e successivamente sopprimendoli con raffiche di mitragliatrice nelle località di Laga Wolde e di Engecha. Dai telegrammi inviati dal viceré a Mussolini risulta che le vittime delle stragi furono 449. Ma da indagini compiute sul campo negli anni Novanta, le dimensioni delle stragi appaiono ben più rilevanti, tanto che si è ipotizzata una cifra che oscilla tra i 1400 e i 2000 morti.
Migliaia di tucul, tre chiese e un convento furono incendiati. Graziani rivendicò con orgoglio “la tremenda lezione data al clero intero dell’Etiopia “.
Le stragi contribuirono a rinsaldare l’ostilità delle popolazioni, che nel mese di settembre insorsero di nuovo, per deporre le armi solo nel 1941, al momento della disfatta italiana a opera delle truppe inglesi.
Il governo imperiale etiopico chiese, in applicazione dell’art. 45 del trattato di pace, la estradizione di Graziani per processarlo per i numerosi crimini di guerra, ma la richiesta di Addis Abeba cadde nel vuoto.
Di questi fatti quasi non si parla nei nostri libri scolastici, così da alimentare la comoda tesi di “italiani brava gente”.
Dal 1943 Graziani fu ministro della Difesa della Repubblica di Salò; agì in stretta collaborazione con i nazisti nella repressione della Resistenza.
Le quattro divisioni italiane istruite in Germania, non si batterono per riscattare l’onore dell’Italia, ma furono quasi esclusivamente impiegate nella caccia ai partigiani. Graziani fu inoltre l’uomo che firmò i famigerati bandi che chiamavano alle armi i giovani delle classi 1924 e 1925 e che minacciavano la pena di morte ai renitenti. Non sorprende, quindi, che egli fosse in cima alla lista dei personaggi da abbattere compilata dai partigiani alla vigilia dell’insurrezione.
Nel 1948, nel processo, il maresciallo giustificò la sua scelta con l’amor di patria, il senso dell’onore, lo spirito di sacrificio, e si attribuì il merito di avere attenuato, con il suo operato, i rigori dell’occupazione nazista. Le cose, in realtà, andarono diversamente. Come Mussolini, Graziani fu soltanto un burattino nelle mani dei Tedeschi.
Dopo una condanna per collaborazionismo (19 anni di reclusione, dei quali 13 e 9 mesi condonati), fu liberato per amnistia nel 1950.
Nel maggio del 1953 ha luogo, ad Arcinazzo, il famoso abbraccio con Andreotti, allora giovane sottosegretario del governo De Gasperi, in un pubblico comizio, in nome della “grande Italia” e del comune anticomunismo.
Fu presidente onorario del Movimento sociale italiano fino al 1954. Si spense a Roma l’11 gennaio 1955, all’età di 73 anni;
Ha scritto Piero Soldini, responsabile Immigrazione della Cgil nazionale:
“Un personaggio del genere non può essere certo collocato in nessun pantheon, se non quello dell’infamia. La giunta comunale di Affile dovrebbe semmai fare ammenda degli orrori di cui si macchiò il gerarca fascista dentro e fuori i confini nazionali”. “La nostra storia democratica – conclude Soldini – ha sconfitto e sepolto definitivamente Rodolfo Graziani sotto le macerie del fascismo ed è lì che deve rimanere”.
Anche il Daily Telegraph, la Bbc e il New York Times hanno pesantemente criticato l’iniziativa, ricordando la sanguinaria biografia del ministro della guerra mussoliniano, che si era guadagnato il titolo di “macellaio” nelle due campagne italiane di colonizzazione del Nord Africa negli anni Venti e Trenta, in Etiopia e in Libia.
Il Pais ha così commentato: La questione era archiviata: un criminale.
