Firenze – Il 21 ottobre prossimo alla Biblioteca delle Oblate verrà presentato il volume di “Testimonianze” dedicato a Cattolici, Sinistra, Pci: memoria e lezione di un dialogo alla prova (via dell’ Oriuolo, 26-Firenze ore 17). Interverranno: Rosy Bindi, Vannino Chiti , Giulia Rodano e Severino Saccardi, modera Piero Meucci, direttore di Stamptoscana. Letture di Cristina Di Nardo.
Ripubblichiamo qui di seguito un articolo che Mario Gozzini scrisse nel 1959 per il Giornale del Mattino con il titolo “Quando il disgelo incominciò a Firenze nel campo della cultura”, e che commenta uno dei momenti importanti per capire le basi filosofico-religiose del gruppo di cattolici fiorentini che prepararono e promossero il dialogo con i partiti della sinistra marxista. Nei primi mesi del 1947 quel gruppo incontrò Emmanuel Mounier, il pensatore francese che come ha scritto Danilo Zolo nel volume “Il Dialogo alla prova”, “per primo ha svolto in nome dei valori della persona, una critica vigorosa e penetrante della struttura capitalistica e della società borghese, e che per primo ha tentato su questa base l’aspro cammino di un dialogo con la cultura marxista”.
Chi ricorda più Lauro la organizzazione culturale fiorentina sorta nell’immediato dopoguerra per iniziativa di Bonsanti, Lorìa, Vagnetti, Montale, Zampa? Ebbe vita breve; in un certo senso venne sostituita dalla più vasta “Unione fiorentina”, tuttora viva e vegeta soprattutto perché fu ed è creatura della tenace volontà e della impareggiabile capacità organizzativa di Enrico Barfucci. Ma al “Lauro” siamo debitori di un incontro che resta memorabile nella nostra esperienza: quello con Emmanuel Mounier.
Era lo scorcio del ’47, quando venne a Firenze per una conferenza al Baglioni, nel ciclo delle manifestazioni indette appunto dal “Lauro”. “Qu’est ce que le personnalisme?” era il tema. La sua parola esatta apriva prospettive nuove, inconsuete: la polemica, allora così viva, per una “terza via” riceveva da lui un’impostazione che dava una dimensione spirituale apertissima alla necessità dell’impegno da tutti avvertita in quel tempo, fortemente quanto vagamente, ma più spesso risolta in una scelta politica bloccata: la difesa dell’uomo e dei valori essenziali della persona assumeva in lui un orientamento che, senza tralasciare nessuno dei problemi politici concreti, li proiettava nella luce della verità cristiana eterna.
Lo ricordiamo ancor meglio nella grande sala del Gabinetto Vieusseux a Palazzo Strozzi durante la conferenza stampa: le sue risposte, ferme, pacate, quasi fredde e staccate, si sarebbe detto, alle obbiezioni e alle domande che gli venivano rivolte (c’erano anche dei marxisti militanti: la guerra fredda non era ancora scoppiata); le sue diagnosi precise, alimentate da un’intelligenza vivacissima, da una coscienza profonda delle speranze e dei rischi offerti dal tempo.
Non sorrise mai: quel tanto di Cartesio che c’era in lui impediva alla sua fede pascaliana di gridare, comunque, una sicura certezza, la costante presenza spirituale non dissimulava mai una percezione acutissima della realtà dolorosa e dolorante. Il suo tono era quello di un uomo che sormonta, momento per momento, l’oppressione della sofferenza, la tentazione della disperazione, la delusione dell’esperienza; ma che, con non minore forza, rifiuta di fuggire la realtà del mito, il peso della concretezza nell’illusione.
Era davvero quello che San Paolo chiama un uomo spirituale: consapevole che l’azione è vana senza la contemplazione, che la contemplazione è sterile e vuota se non s’incarna nell’azione. Era, davvero, un testimone della verità: cioè della duplice dimensione, e del dramma incessante che ne deriva, cui l’uomo è per sua natura, legato .
Poco più di due anni dopo quell’incontro fiorentino, ai primi del ’50, Mounier chiudeva la sua vita: all’improvviso, nel sonno. Sempre più duro e arduo si era fatto, intanto, il compito di restare fedeli alla verità, cioè allo spirito e al tempo, insieme. I fatti sembravano avere il sopravvento: il bloccaggio politico impedire ogni parola effettivamente capace di vincere la frattura del mondo, la disunione degli uomini. E la morte di Mounier fu sentita, dagli uomini di buona volontà, come una ventata di gelo, come una conferma della caduta d ogni speranza.
Ma la lezione di Mounier non è andata perduta . Ci sia concesso affermare che da noi essa è stata appresa e vissuta in modo particolare a Firenze. Non per caso: che il realismo spirituale è la nota caratteristica più essenziale dell’anima fiorentina attraverso i secoli. Il gusto della concretezza e la innata refrattarietà allo sfumato, all’idealistico (come testimonia la sua tradizione pittorica, da Giotto a Masaccio a Ottone Rosai) può precipitare nella piccineria provincialesca, nella ristrettezza mentale, nell’avarizia taccagna; ma può anche protendersi in una tensione senza cedimenti verso gli estremi, verso l’assoluto.
La rissa quotidiana rimane chiusa nelle nostre strade serrate fra gli altissimi muri, ma la faziosità di cui ci accusano, partendo di lì, può salire fino al cielo di Dante. L’idealismo astratto è intellettualistico di certi ambienti politico-culturali fiorentini nell’immediato dopoguerra, il loro moralismo rigido e infecondo non dette frutti, restò faziosità. Altrove era la città più autentica , altri avrebbero impersonato la vocazione dantesca e (mouneriana ) di Firenze
Negli ultimi dieci anni, emigrati “all’estero” (cioè a Roma e a Milano) certi fiorentini più famosi (di nascita come Pratolini, o d’elezione come Montale) ; scomparsi, e i più anzitempo, tanti altri, in un impietoso infierire della morte; Firenze è apparsa, all’osservatore disattento, una città semimorta anch’essa, sempre meno ricca d vita sua, anche se, via via riportata alla ribalta dell’attenzione internazionale salle impennate improvvise, dalle iniziative imprevedibili e sconcertanti di un sindaco “santo” , uomo sì originale e irrequieto, ma insomma, alla fine, nulla più che “un fenomeno” singolo , isolato e isolabile per la buona quiete dell’opinione moderata e benpensante.
Ma ormai si sa che non è così; ormai è evidente che Giorgio La Pira, pur nella sua personalissima e irripetibile figura , è più un effetto che una causa, più espressione clamorosa ed esplosiva di una situazione generale in maturazione sommessa che anomalia individuale priva di radici nel tessuto della città. Un tessuto che – come riconosce Piovene nel suo Viaggio in Italia – è prima di tutto e soprattutto culturale. Qualche cosa è mutato a Firenze, egli dice: non prevalgono più, nei colori di quel tessuto, gli interessi letterari e artistici, ma quelli sociali e politici.
Tuttavia, la constatazione di un mutamento non si esaurisce, pensiamo, in questa diagnosi probabilmente insufficiente. Anche qui si scambia un po’ l’effetto con la causa. La lezione di Mounier, il richiamo e la ricerca di un’integralità umana significa prima di tutto la riaffermazione di un ordine religioso: dentro e non al di fuori del quale prendono vita e risalto (ed esatto senso) gli interessi sociali e politici, come ineludibili conseguenze, non come premesse. La “fase di disgelo della cultura fiorentina” ha ormai portato in prima piano una prospettiva totale, integrale: cioè una prospettiva religiosa.
“Firenze città teologale”: la definizione di La Pira, a suo tempo ripresa anche dai giornali a rotocalco, quando la crisi del Pignone scosse l’Italia, rimane tuttora valida, anche se La Pira non è più sindaco , anche se i convegni di giugno per la pace e la civiltà cristiana (i “convegni teologici” li chiama Piovene) si sono dovuti interrompere: anzi proprio ora, forse , rivela sua maggiore validità”. Ora, che essa resta affidata a nulla di anche spettacolare ma al lavoro in comune , umile e silenzioso, dei suoi uomini di cultura, più o meno giovani, più o meno noti.
Un lavoro che punta a un cristianesimo – quadro e non a un cristianesimo cornice; a una rinnovata qualificazione teologica della cultura , nel triplice senso della Scrittura, della Tradizione, della Liturgia; perché si possa veramente fruire di questa prodigiosa e infinita ricchezza , rimasta troppo a lungo inesplorata, estranea, chiusa anche per gli stessi cattolici così che troppo spesso la religione nel costume come nei libri, ha vissuto soltanto nel piano diminuito della morale e della psicologi; nella cosciente convinzione che solo un riavvicinamento e uno scambio attivo fra cultura e teologia, fra ascolto e interpretazione del tempo e dei suoi problemi da un lato, e presenza e partecipazione della Verità eterna e incarnata dall’altro, sia l’unica via che ci resta per poter disporre domani di un linguaggio nuovamente unitario , buono per tutti gli uomini, non per un parte soltanto. Quel linguaggio che non può nascere se non dalla parola divina di cui la Chiesa è depositaria; ma che ha bisogno per comunicarsi , per illuminare e vincere, della mediazione anche degli uomini di cultura, degli scrittori, degli artisti.
Disponiamo, del resto, già di un’esperienza positiva in tal senso: lo stabilito contatto col mondo mussulmano. E’ un fatto che a Rabat e a Damasco si guarda a Firenze con un’attesa e una fiducia che potrebbero anche sorprendere quel solito spettatore disattento. Né questo contatto è avvenuto sacrificando qualcosa della rispettiva fede; anzi approfondendola; mettendone in luce gli elementi comuni , a cominciare dalla superiore origine e destinazione dell’uomo, dalla paternità divina. Perché la condizione per un dialogo attento è forse da ricercarsi sempre in questa direzione.
Noi pensiamo infatti che un rapporto – diciamo pure un dialogo – fra la nuova cultura fiorentina e gli ambienti ancorati ai vecchi schemi laicisti (torniamo in città) sia davvero possibile (anche se l’esperienza recente, peraltro limitata, al terreno politico ammnistrativo, sembra caparbiamente negarlo,: così come riteniamo possibile, anche necessaria – mediante nuovi approfondimenti teologici – un’assunzione, un inserimento nella totalità che è persona in Cristo di certi valori essenziali elaborati dalla cultura moderna non cristiana, quale, per esempio, il senso della storia
Ma la condizione per questo dialogo la indicò con esattezza ancora Piovene, nella sua relazione al terzo convegno per la pace e la civiltà cristiana, quando disse: “I razionalisti puri, i seguaci di un umanesimo puramente naturalistico, i laici integrati che rifiutano l’associazione di un elemento religioso qualunque forma esso rivesta, ci appaiono antiquati, estranei, incapaci di trovare udienza. Riesce difficile inserirli nel tessuto del mondo di oggi, della nostra esistenza, delle nostre preoccupazioni ..Solo su un piano religioso può avvenire la soluzione dei nostri problemi assillanti….”
Il nostro discorso dovrebbe ora esemplificarsi su opere e nomi concreti. Ma ciò vien fatto un poco ogni giorno da questo giornale; e speriamo possa venir fatto in misura sempre maggiore. Ma uno almeno, dei molti nomi che dovremmo ora scrivere vogliamo ricordarlo: quello di Vieri Nannetti. La sua parabola di scrittore, dalle esperienze letterarie, legate Solaria, della gioventù a questa Apocalisse in Barocco , pubblicata qualche giorno dopo la sua morte (che si pone come una delle opere più ardue e alte della nostra poesia contemporanea) , resta esemplare del mutamento di Firenze: dalla letteratura alla poesia che si fa preghiera, dall’uomo “distratto e altero”, a Dio, cercato e raggiunto: raggiungendo, insieme, la maggiore espressione di sé come scrittore.
Mario Gozzini
(foto)
L’incontro alle Oblate si svolgerà “in presenza” (con presentazione, all’ingresso, del “Green Pass”). La prenotazione è obbligatoria ( scrivendo a infotestimonianze@gmail.com o telefonando al n. 339 2440913, indicando nome, cognome e numero di telefono di chi si prenota). L’incontro potrà anche essere seguito in streaming su facebook.com/testimonianze e sul Canale You tube di Rivista Testimonianze. La diretta sarà curata da Cesare Martignon.