Province, la Corte dei Conti stronca Delrio

La riduzione dei costi ipotizzata dal Governo? Un’illusione. Per la magistratura contabile le spese potrebbero addirittura lievitare

Province, la Corte dei Conti stronca DelrioLa notizia è passata quasi sotto silenzio, ma è clamorosa. La Corte dei Conti ha infatti bocciato sonoramente il disegno di legge per lo svuotamento di funzioni e trasformazione delle Province in enti di secondo livello fortemente voluto dal ministro agli Affari regionali Graziano Delrio. Il primo stop nella corsa contro il tempo ingaggiata da Delrio arriva dal massimo organo di sorveglianza sulla spesa pubblica. E il giudizio è tranchant.

La bocciatura è arrivata in occasione dell’audizione in Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati sul provvedimento che dovrebbe avviare la riforma con un giudizio netto che non lascia spazio all’interpretazione: basse possibilità di risparmio per gli enti, una volta che il disegno di legge dovesse entrare in vigore a tutti gli effetti, e rischio di confusione amministrativa nell’indefinito periodo di transizione.

Il giudizio della Corte nei confronti del disegno di legge sul riordino degli enti locali è severissimo, soprattutto nell’impianto della redistribuzione delle competenze, il vero nucleo fondativo del disegno di legge e principio cardine su cui si basa l’intero progetto di ridefinizione dei livelli di governo. Facendo leva sul mero spostamento di competenze tra enti di differenti piani istituzionali, il d.d.l. arriva alla conclusioni che il passaggio di funzioni da province ad altri enti abbia un impatto nullo sulle casse dello Stato. In realtà, scrive la Corte dei conti, tale assunto “appare però tutto da dimostrare nella sua piena sostenibilità”. In particolare, osserva la Corte, traslare le funzioni dalle Province alle città metropolitane, e, contemporaneamente, far corrispondere a questo passaggio uno “zero” in termini economici sembra azzardato. Oltretutto, nota la magistratura contabile, i presupposti del disegno di legge sembrano confusionari, dal momento che postulano la sovrapposizione di compiti tra le sfere di governo arrivando, al tempo stesso, a conclusioni, come sul ruolo svolto dai comuni, di cui si potrà avere assoluta certezza solo una volta entrata in vigore la riforma.

Risparmi irrisori e rischio lievitazione dei costi

Nel dettaglio, secondo i magistrati contabili, gli unici risparmi realmente quantificabili sono solo quelli relativi al taglio degli organi di direzione politica nonché degli oneri per le consultazioni elettorali. “Solo per queste voci di spesa è possibile stimare, sulla base dei pagamenti registrati nel SIOPE (Sistema Informativo delle Operazioni degli Enti pubblici) per quanto riguarda la spesa complessiva delle Province con riferimento all’anno 2012, un risparmio annuo oscillante tra i 100 e i 150 milioni di euro, a fronte di circa 8 miliardi di spesa corrente (al netto della spesa per il rimborso dei prestiti) erogati da tali enti”. Una cifra irrisoria. Anche perché, sottolineano i magistrati, “non si è tenuto conto di altre voci sostanzialmente “insopprimibili” (spese per il personale, per erogazioni di servizi, per investimenti, per rimborso prestiti) che andranno comunque a gravare su altri organismi”.

Ma la Corte si spinge ad ipotizzare addirittura una lievitazione dei costi. “La valutazione dei possibili risparmi è poi complicata dal fatto che, secondo il disegno normativo proposto, vi dovrebbe essere una prima parziale eliminazione delle Province nelle aree in cui viene istituita la Città metropolitana, ma con possibilità di coesistenza della Città metropolitana e della Provincia in caso di mancata adesione dei Comuni. Peraltro, a fronte dei risparmi sopra indicati, non è chiaro quale sia l’impatto effettivo dell’operazione. La relazione tecnica, infatti, afferma che la riforma non comporta oneri, ma è ragionevole ipotizzare, almeno nella fase di transizione, che il trasferimento di personale e funzioni ad altri enti territoriali, con il loro subentro in tutti i rapporti, abbia un costo sia in termini economici, sia in termini organizzativi”.

La Corte dei conti rileva infine un rischio: che i tempi tecnici rendano la nuova conformazione istituzionale un regime stabile per tempo indefinito, con la possibilità concreta che “la predicata transitorietà dovesse dilatarsi eccessivamente o addirittura radicarsi in attesa di nuove iniziative si perpetuerebbe una situazione di confusione ordinamentale certamente produttiva di inefficienze”.

 

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