Mancano meno di 72 ore alle primarie del Pd, un appuntamento – non me ne vogliano i detrattori – che coinvolge anche migliaia di cittadine e cittadini reggiani. Questi sono momenti intensi per i tanti volontari che stanno lavorando per organizzare materiali, preregistrazioni, indicazioni per gli elettori e per i sostenitori dei candidati, chiamati agli ultimi sforzi partigiani. Scorrendo la stampa cartacea e on line delle ultime ore, salta agli occhi in proposito un inasprimento dei toni e delle considerazioni, come se alzare l’asticella fosse un modo certo per scongiurare la vittoria di uno o dell’altro candidato.
Si tratta di aspetti che non mi interessano: ricalcano sistemi di competizione fine a se stessa che intorta in particolare chi è abituato a questo agire un po’ sterile e pretestuoso, incorniciato in una più ampia dimensione nazionale, dove ha visto veri e propri scontri verbali con tanto di pasdaran “tifaioli” (twitter in particolare, si è rivelato un’interessante cartina di tornasole in tal senso).
Trovo molto più avvincente un altro aspetto: le primarie come bagno di democrazia, come presa d’atto di responsabilità popolare verso una proposta programmatica di centrosinistra, che sa contenere al suo interno diverse anime e idee, e si candida alla guida del paese.
Perché allora votare alle primarie per candidare il leader della coalizione di centrosinistra? Io lo faccio per due ragioni principali: la prima perché mi convince un partito che ha un segretario eletto con un congresso che chiama tutti gli iscritti e i simpatizzanti a sceglierlo. Poi finito il suo mandato decade, e avanti un altro: si chiama democrazia. Mi hanno sempre trovata in disaccordo i partiti personalistici, quelli dove nel simbolo compare il nome del candidato. Una moda tutta italiana – almeno in relazione al contesto europeo – che ha fatto nascere l’idea che un partito (o un movimento, come stiamo vedendo anche in questi mesi) debba obbligatoriamente esprimersi tramite un leader che decide. E’ evidente che sul breve periodo questa gestone verticistica è capace di creare una forte coesione e altrettanto consenso attorno ad un’unica persona (Berlusconi, Bossi, Grillo, Di Pietro) ma quando questo leader cade in disgrazia, ecco che l’organizzazione si rivela non in grado di assorbire le tensioni che si creano nei gruppi dirigenti ed è crisi profonda, perché non abituata a gestire la dialettica interna con strumenti di democrazia, e non è poco.
Il Pd ha fatto il percorso contrario: ha discusso, ha spaccato il capello in quattro, ha perso tempo, si sono generati momenti di crisi, ma ha intrapreso un percorso di democrazia molto profonda, dove alla luce del sole si sono consumati dissensi a volte ricuciti e a volte no. Serve un grande sforzo per lavorare in questo modo: e a chi ha sempre dileggiato questo processo, oggi risponde un partito che si appresta ad una competizione nella più ampia cornice del centro sinistra, e che è dato nei sondaggi al 30%, cifra più, cifra meno.
Poi ci sono le primarie in sé, panacea contro l’antipolitica. In una fase del paese così complessa, dove la distanza tra i cittadini, le istituzioni e la politica si fa ogni giorno più forte e per ragioni oggettive, sarà davvero importante capire in quanti scelgono di uscire di casa, recarsi al seggio ed esprimere una propria preferenza. Sarà un dato capace di dare la misura reale del sentiment del centrosinistra in Italia verso il proprio gruppo dirigente. Le primarie sono la politica migliore, quella che permettere di incidere con il proprio voto su una scelta collettiva. Aspettiamo di vedere chi sarà il vincitore: nel frattempo, chi ci crede, partecipi.
