Piano Apuane, occupazione a rischio, per gli industriali. Falso, per i comitati

Firenze – Va in commissione regionale stamattina il piano che prevede la gestione e regolamentazione delle attività estrattive sulle Apuane e la bagarre si ingrossa.

I soggetti che intervengono in quella che potrebbe diventare secondo la definizione di Asor Rosa, una delle personalità di spicco che hanno sposato la difesa del territorio apuane, una vera battaglia “esemplare”, sono da un lato i Comitati riuniti in Rete per la difesa del territorio (che ieri in conferenza stampa hanno presentato anche 60mila firme raccolte in due giorni con una petizione on line pr sospendere le attività estrattive) e dall’altra il “blocco” delle industrie marmifere.

Al centro, il Piano presentato dalla Regione, precisamente dall’assessore all’ambiente Anna Marson. Garantista per quanto riguarda l’ambiente (nonostante sia uno “zuccherino” rispetto alla prima stesura del 24 dicembre concordata con il ministero dei beni culturali), così garantista, dicono gli imprenditori del marmo, da ammazzare l’attività industriale. Un Piano che ha avuto varie vicissitudini, e che è stato anche rivisto dall’assessorato per venire incontro ad alcune richieste imprenditoriali. Su cui tuttavia Confindustria torna a polemizzare, sganciando dati impressionanti per quanto riguarda l’occupazione, dando informazioni circa un “prima” e un ipotetico “dopo” a suon di numeri: 2mila, se fosse approvato il nuovo Piano pur “addolcito” rispetto a quello originario risalente al 24 gennaio scorso, le aziende toscane messe a rischio dalle nuove regole , per un giro d’affari di circa 2miliardi in cui una lucrosa e sostanziosa fetta sarebbe quella dell’export (700 milioni di euro) per una perdita ingente di posti di lavoro: 10mila secondo Confindustria.

Non è vero niente, dicono i Comitati, che rifanno i calcoli: sono 614 i dipendenti diretti, secondo la rilevazione del 2000 dell’Istituto Marmo Macchine (dati ufficiali), dunque, sostengono i comitati, c’è un’evidente distorsione dei numeri dell’occupazione reale. E’ vero, il marmo ha occupato ben 14mila addetti, ma sono dati che risalgono a prima degli anni 70. Inoltre, chiariscono gli esponenti dei Comitati della Rete, si può affermare, di fronte alle cifre, che l’attuale tecnologia di escavazione non crea posti di lavoro ma li distrugge, “in quanto si affida sempre meno alla mano d’ opera e sempre più a macchinari complessi”.

La Rete dei comitati per la difesa del territorio sostenuta da un numero sempre più allargato di studiosi, propone un’alternativa, anche occupazionale: “I buoni posti di lavoro si otterranno – dice – solo con il contenimento del processo di escavazione e la riconversione produttiva diversificata di un territorio che risulta oggi totalmente asservito a un’unica monocoltura: quella dell’industria estrattiva del marmo per fini industriali. Una economia alternativa è stata del resto già indicata da soggetti locali interessati al futuro di quel territorio, come il Piano di sviluppo alternativo elaborato da Salviamo le Apuane, ampiamente dimostra”.

 

Intanto, fra attacchi dell’opposizione e polemiche, stamattina il piano viene discusso in commissione dove dovrebbe essere approvato.

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