Pd: velone di Capodanno. C’eravamo tanto odiati

Una gola profonda dentro il Partito democratico analizza per 7per24 il dietro le quinte delle Parlamentarie. Da leggere assolutamente per chi vuole capire cos’è accaduto e cosa accadrà

“Fra un’ora e mezza si chiudono i seggi. Il mio exit poll: testa a testa tra Paolo Gandolfi e C’è Beppe. Seguono Pignedoli e Maino Marchi. Tallonati da Incerti. Chiudono Roberta Pavarini e Marco Catellani”. Impietoso, facebook ancora riporta questo status di Mimmo Spadoni, come si sa semplicemente capovolto – almeno per la parte sostanziale – dai fatti. Merita una citazione il commento di Beppe Pagani allo stesso post, che con grande ironia scrive a Spadoni: “Come guru sei forte, ma come profeta lasom ster”.

Questo siparietto rappresenta una buona immagine di quanto accaduto nelle urne il 30 dicembre. Scorrendo la rassegna stampa dei giorni immediatamente precedenti il voto, si legge con chiarezza chi erano i candidati che avevano l’appoggio diretto dei numeri uno dei democratici reggiani, tra l’altro in un insolito sodalizio. Graziano Delrio e Pierluigi Castagnetti con i loro fedelissimi avevano puntato tutto su Pagani. Roberto Ferrari e Luca Vecchi avevano invece consegnato il loro endorsement a Paolo Gandolfi. Agli analisti più attenti non sarà mancato di pensare che Gandolfi, in ogni caso, avesse avuto un via libera sostanziale anche da Delrio, non solo in quanto suo assessore, ma soprattutto perché solo il sindaco in carica poteva fare da perno anche nei confronti di Luca Vecchi, che intimamente non deve esser stato così entusiasta di aver visto crescere così il suo maggior competitor. Insomma, il disegno Delrio-Castagnetti-Ferrari era in realtà abbastanza chiaro. Lasciare a casa i parlamentari uscenti sostituendoli con due loro fedeli, Pagani e Gandolfi, nel settore maschile, e con una donna, Vanna Iori, che andava bene ad entrambi nel settore femminile. Tutti felici, rappresentanze formalmente garantite (un renziano, un bersaniano filodelrio, una donna cattolica indipendente), uno schema quasi perfetto. Certo, in questo progetto non rientrava la pur formalmente investita Lucia Spreafico, abbandonata con ogni probabilità molto presto ai flutti delle firme. Ma non rientravano nemmeno i candidati in pectore Giammaria Manghi e Andrea Rossi, abbandonati al loro destino nel nome del nuovo asse, dopo anni di impegni presi. A questo disegno è mancato solo un dettaglio: i voti e le firme – per farlo passare.

Il primo terremoto è stato quello della candidatura di Antonella Incerti, andata avanti nonostante che Roberto Ferrari a più riprese in direzione fosse stranamente intervenuto contro la candidatura in parlamento di sindaci in carica. Poi il “no” della direzione alla candidatura senza firme di Vanna Iori, su cui si infittivano misteri, come l’appoggio pubblico alla Iori di Iuna Sassi da un lato e la firma di Fausto Giovanelli per Gandolfi dall’altro,che rende inutile il “ritiro” di Lucia Spreafico e lascia in pista solo tre donne.

Da qui in poi la situazione precipita. Innanzitutto, evidentemente qualcuno realizza che con la situazione data, anziché eleggere due uomini e una donna nei posti sicuri, si può cercare il colpaccio invertendo i termini della questione. Guardando i dati sul territori è chiarissimo: Incerti vola dappertutto, ma soprattutto dove Pignedoli non è fortissima. E viceversa. C’è una divisione del territorio piuttosto vistosa. Dall’altro lato, Marchi compare costantemente un po’ dappertutto, spesso in coppia con le due donne in modo trasversale, così raccontano ai seggi -. Insomma, succede esattamente quello che è calcisticamente definibile come un “panino” incredibile: per pochi voti, certamente, basti vedere il riconteggio di Luzzara cosa ha comportato nella classifica finale, ma l’esito per molti deve essere stato piuttosto scioccante.

Certo, il risultato di Pagani ha aiutato in modo del tutto inaspettato, come raccontano le previsioni di Spadoni. Eppure gli indizi, a casa Renzi, c’erano tutti. Un dato precedente al di sotto di quelli delle province vicine o paragonabili doveva mettere in luce che il consigliere regionale in carica non era il nome giusto su cui provare a convogliare tutto quel consenso raccolto. Si era poi già visto che l’appoggio di Delrio dal punto di vista elettorale non contava praticamente nulla. Andando poi a vedere i risultati in provincia, a partire da Scandiano, si vede che la rete di Pagani si è evidentemente deteriorata col tempo, perdendo marcatamente di entusiasmo. Molte le voci, in effetti, di grandi dissidi all’interno dell’area Renzi su C’è Beppe, che è stato poi ulteriormente indebolito dall’impossibilità di giocarsi un qualsiasi ticket.

Insomma, il paradosso dei paradossi è che queste primarie hanno sì celebrato l’innovazione e la messa in discussione di un pezzo di classe dirigente attuale del PD, ma in modo del tutto inaspettato. I risultati strepitosi di Incerti, Pavarini e Catellani hanno genesi certamente non riconducibili all’asse Delrio-Castagnetti-Ferrari, certificato persino da una lampante intervista di Castagnetti stesso a un giornale reggiano – ma sono anzi un chiarissimo messaggio di distanza. Così come il risultato di Marchi e Pignedoli, lontanissimo dalla bocciatura che Ferrari stesso aveva organizzato, che hanno dimostrato un consenso “popolare” tale da riproporli. Insomma, c’era chi voleva rottamare ed è stato rottamato a suon di voti. Il nuovo piace solo se “fatto in casa” e non pensato da qualcuno, altrimenti meglio l’usato sicuro.

Viene da chiedersi come ora il Partito Democratico, decapitato in autorevolezza in figure chiave sul piano anche regionale e nazionale, penserà di presentarsi con unità apparente alle prossime politiche. Nello stesso tempo è difficile immaginare che Delrio-Castagnetti-Ferrari possano in questo senso, depotenziati come sono, costruire strategie alternative con quelli che volevano semplicemente cancellare con un progetto piuttosto esplicito. Le sirene di Montezemolo suonano e dopo Montermini chissà che non siano in grado di ammaliare qualche altro esponente del partito

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