
Addirittura il capogruppo del Pd in sala Tricolore, al secolo Andrea Capelli, tra i giovani del partito, dicono, con numerose possibilità di fare carriera politica (anche se lui ripete come un mantra che ha un lavoro sicuro e ben remunerato). Ebbene, Capelli ha firmato la richiesta di referendum avanzata dalla Lega Nord contro la legge Merlin, quella che ha abolito le case chiuse, costringendo sulle strada, nei decenni, decine e decine di migliaia di donne con enormemente ingigantiti problemi di sanità, sicurezza, ordine pubblico e molto altro. Che la prostituzione non è calata, anzi.
Un gesto impensabile, almeno fino a ieri, quello di Capelli. Che fa di testa sua, seguendo evidentemente quello di cui è convinto e che la sua coscienza gli suggerisce rischiando la scomunica dai meccanismi, a volte settari, comunque sempre monolitici e conditi da una buona dose di necessità acritica che sono le indicazioni di appartenenza partitica. Specie se vai ad appoggiare con la tua firma una battaglia storica di un partito collocato sull’altra sponda della geografia politica e culturalmente lontano anni luce dal tuo.
E infatti Capelli in queste ore sta ricevendo le reprimende specie dalle donne del suo partito (la più arrabbiata è la cattodem Emanuela Caselli), che sulla questione hanno posizioni diciamo così molto conservatrici e si considerano le vestali della sacralità e dell’intangibilità del corpo femminile. Spesso basando le loro posizioni su punti di partenza ideali che rischiano però di non fare i conti con la realtà
Lui risponde così: “I cittadini devono obbligare il legislatore a decidere. E’ questo lo scopo delle firme. Se io abrogo la legge, poi bisogna farne un’altra. Poi è chiaro che io non sono d’accordo con la Lega, perché loro pensano che basta pagare le tasse, ma a me interessano anche i diritti umani. Ho deciso di firmare preché ho visto che sul volantino del referendum non c’era il simbolo della Lega, ma questo non significa che sposo le loro posizioni”.
Il caso Capelli comunque resta.