Papa Francesco riceve oggi “nella sua casa” per un giorno di preghiera il presidente palestinese Abu Mazen e il presidente dello Stato d’Israele Shimon Peres, oltre al patriarca orotodosso Bartolomeo. “Vi offro la mia casa” aveva detto il Pontefice ai rappresentanti dei due popoli durante il suo viaggio in Terra Santa del 24 maggio scorso, un viaggio denso di significati con un continuo, pressante appello alla pace. La storia di quel pellegrinaggio è stata raccontata in un libro scritto da Alfredo De Girolamo ed Enrico Catassi che verrà distribuito il 14 giugno insieme al quotidiano Il Tirreno. Ecco alcuni passaggi dell’introduzione.
Quello che segue non è un testo teologico e tanto meno deve essere interpretato in una prospettiva critico filosofica. È semplicemente il racconto giornalistico del viaggio di Papa Francesco. Interviste. Racconti. Immagini. Gesti. Parole. I pensieri di Jorge Mario Bergoglio, che si appresta a diventare il più amato Papa della storia. Eletto al soglio pontificio nel marzo del 2013, in questi mesi il successore di Pietro ha saputo coinvolgere e convogliare la simpatia di tutti. Artefice di uno stile di comunicazione originale, affabile e innovativo, ha indirizzato il suo apostolato nella tradizione della morale di Francesco d’Assisi: il santo della povertà e della pace. Bergoglio è un personaggio schivo ai protocolli imposti dalla sua carica, dal cerimoniale, dalla sicurezza e lo dimostrerà anche in questo storico viaggio.
Papa Francesco in Terra Santa ha manifestato sensibilità, umanità e tanta spontaneità. E, allo stesso tempo, ha continuato, sulla scia di Paolo VI, un processo d’unione con la Chiesa d’Oriente. In questi tre giorni di visita apostolica ha dimostrato di essere, de facto, l’uomo della speranza in uno scenario politico oscuro come il Medio Oriente. In queste pagine troverete l’essenza del messaggio di Papa Francesco per lottare contro la sofferenza: “La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del
provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza.” (Papa Francesco, 2013).
Parole chiare. Come le invettive che in questi mesi ha pronunciato contro la mafia, la corruzione, e quelle pronunciate in Terra Santa contro le armi, la violenza, l’antisemitismo. In favore dei diritti, della libertà di culto, del dialogo, dei bambini. Papa Bergoglio è un personaggio storico in grado di affrontare le tante sfide della nostra epoca in modo diretto. In Giordania incontra i profughi, accarezza i malati, saluta i giovani. Non usa mezzi termini. Colpisce. Smuove. Accende su di sé i riflettori. Ovunque, quando torna come successore di Pietro a Gerusalemme, quando prega in due muri così diversi per significato, quello del Pianto e quello di separazione, quando scende a bagnarsi nelle acque del Giordano, quando cammina nella Spianata delle Moschee, quando celebra Messa a Betlemme, quando entra nel Santo Sepolcro con il Patriarca Bartolomeo, quando visita lo Yad Vashem e bacia i sopravvissuti all’Olocausto; quando celebra Messa nel Cenacolo, caso più unico che raro, perché da sempre area aliturgica; oppure quando incontra il presidente palestinese, quello israeliano e la famiglia reale giordana. Quello del 24-26 maggio 2014 è per Francesco un viaggio obbligato, breve, essenziale ma fondamentale per il suo apostolato.
Il viaggio di Papa Francesco non è stato un semplice viaggio ma un pellegrinaggio impegnativo. Non siamo certo noi a scoprire che tutto è cominciato sulle pietre della Terra Santa. Ebraismo, Islam e Cristianesimo condividono analogie nel processo di sacralizzazione della Terra Santa. Talvolta le tre religioni monoteiste d’Occidente hanno tuttavia negato, in questi luoghi, i principi di reciproco rispetto, in passato hanno innescato un meccanismo di odio e violenza brutale. Tuttavia le colpe oggi non possono essere imputate solo alla religione, bensì alla politica e all’integralismo; all’odio; alle colpe di pochi che ricadono sui popoli che vivono in quelle terre martoriate dai conflitti.
Allora alto si eleva il richiamo di Papa Francesco a una ragionevolezza comune. Francesco si schiera apertamente e ostinatamente dalla parte della pace e del dialogo, e non manca di ripeterlo durante la sua permanenza in Giordania, Palestina e Israele. In Medio Oriente non c’è pace, tranquillità. Nel 1964, per la prima volta dal 1948, a Gerusalemme venne aperto il confine, tolto il filo spinato e consentita la libera circolazione tra la parte israeliana e quella araba, per
permettere il passaggio di Paolo VI. Papa Francesco invece sarà costretto a spostarsi in elicottero e per di più militare. Oggi, tra l’altro, non dimentichiamocelo, l’aeroporto di Gerusalemme non esiste più. Allora come oggi il conflitto arabo-israeliano incombe. Papa Francesco non si lascia “incartare” dalle criticità del Medio Oriente: è un pontiere, un vento di pace che soffia sulla Terra Santa. Non smette di ricordare il dramma della guerra civile siriana
in corso, con centinaia di migliaia di vittime, e la tragedia di chi è stato costretto a lasciare la propria patria, centinaia di migliaia di profughi; entra nel merito del conflitto tra israeliani e palestinesi; incontra le massime autorità palestinesi mentre nei Territori Palestinesi divisi tra Gaza e la West Bank si procede verso una rappacificazione, speriamo non di facciata, tra le due forze politiche sino a oggi rivali: Hamas e Fatah.
L’accordo firmato poche settimane fa ha aperto la strada alla formazione di un governo di coalizione nazionale, transitorio. Francesco parla con il Presidente Abu Mazen, l’uomo che può tessere la tela di un vero processo di pace. In Israele, dal voto del 2013 è uscita una maggioranza di governo non omogenea: convivono falchi e colombe, nazionalisti, conservatori e moderati. Per il Papa la colomba cui puntare è Shimon Peres, presidente dello Stato d’Israele, premio Nobel per la pace. In lui cercherà una sponda, incontrandolo quattro volte in meno di 24 ore. Chi manca in questo viaggio di Francesco sono i leader storici, gli eterni nemici, il leone Ariel Sharon, morto nel gennaio di quest’anno, e
Yasser Arafat, Mr Palestine, scomparso nel 2004. L’uscita di scena di questi personaggi non ha tuttavia facilitato una nuova fase di relazioni tra palestinesi e israeliani, anzi, al limite, il contrario perché erano forse gli unici che, per il loro spessore, avrebbero potuto sostenere la responsabilità e il peso politico e sociale della pace.
Gli accordi di Oslo sono definitivamente falliti. Il recente processo di pace imposto dal presidente USA Barack Obama e coordinato da John Kerry, il segretario di stato statunitense, è in una fase di stallo, congelato. Una situazione già vista in questi anni. Il processo di pace è difficile e complicato. Come scrisse una volta il Cardinal Martini: “Non vedo aperture politiche di pace per il momento, se non in un cambio di mentalità. Bisogna sperare che questi dialoghi a livello di base portino, a poco a poco, ad una cultura che all’inizio diventi opinione pubblica – visto che i mass media attualmente non sanno quasi nulla di questa realtà di dialogo, di incontro, di assistenza, di aiuto – e domani diventi anche fatto politico. La speranza c’è, la preghiera per la pace continua”. E allora, rivolgendosi ai leader palestinese e israeliano, il papa pronuncia un inaspettato, sbalorditivo invito: “Vi offro la mia casa!”. La visita di una grande personalità in luoghi complessi e complicati suscita sempre aspettative. Attese forse esagerate, come più volte ripetuto dal Padre Custode Pierbattista Pizzaballa: “Non dobbiamo aspettare dal Papa cambiamenti o chissà che cosa. Dobbiamo semplicemente attendere da lui una parola di consolazione, d’incoraggiamento alla vita dei cristiani in questi luoghi”.
Alfredo De Girolamo Enrico Catassi
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