Oscar 22: “Stringimi forte”, immaginazione e poesia oltre ogni morte

Firenze – L’ouverture del film riprende in soggettiva le mani di una donna che freneticamente compulsa  centinaia di polaroid poggiate sul letto e rabbiosamente le scarta, sembra cercare invano qualcosa, e si ripete a voce alta e concitata  questa sì, questa no, ne strappa parti, le accosta in nuove combinazioni , senza tregua,  come  tessere di un puzzle che non riesce a comporre e  che ostinatamente si rompe e si riprende, e lei si ripete come un mantra sempre più ossessivo e furioso “Allora ricominciamo, di nuovo ricominciamo, ricominciamo !”….

Clarisse è una eccellente traduttrice-interprete di tedesco ed inglese anche come guida turistico-culturale , ma la sua passione primaria è nella musica classica e fin dalla prima sequenza  risalta nel  pianoforte , totem centrale nella casa, grande significante della sua vita emotiva. Nel  quale avvolge anche i suoi due figli e ora li vede alternarsi agli esercizi ai tasti. La scena seguente è invece la  mattina  presto nella casa rurale a due piani, con giardino e una quercia , dovrebbe essere nei dintorni di Saintes , paesino ai piedi dei Pirenei nella Nuova Aquitania.

Clarisse prepara la colazione ai suoi due figli e al marito Marc addormentati, prende una borsa da viaggio, la riempie un poco,  sposta i figli nel letto nella posizione migliore, sul tavolo di cucina lascia un elenco per la spesa,  esce in punta di piedi, sale su una vecchia auto AMC Pacer e va verso il mare; Clarissa in auto sorride felice, mentre accende la radio e mette una cassetta accompagnata da Per Elisa di Beethoven ma, strano, può inserirsi “in diretta” negli esercizi della figlia al piano, scandirne le cadute e le risalite, accompagnarle con esclamazioni e indicazioni vibranti, rampogne e incoraggiamenti, come una partecipe insegnante di musica.

O come una madre e il suo cordone ombelicale interiore? Ora mette un’altra cassetta, e mentre corre in autostrada verso la costa atlantica, ritmando sul volante canta felice assieme a Bruce Springstein Sherry Darling (“Ho un po’ di birra e l’autostrada è libera, e poi tu hai me e io ho te”). Poi  il mare, la duna di Pilat, e ancora la sera, un bar nel porto vecchio di La Rochelle, Clarisse affoga nei calvados ed armagnac il proprio mal di mare. Una silenziosa barista e un grasso avventore, entrambi anziani e comprensivi, raccolgono le sue verità biascicate sui congiunti lasciati la mattina presto senza avviso, il marito che non telefona ancora per sapere come sta, dove sta: “Ma, in fondo è  umano… se ne faranno una ragione…,”mormora ai perplessi muti ascoltatori.

Poi la sua attenzione è attirata dal televisore acceso sopra il bancone e il focus si sposta sulla montagna innevata che sormonta Saintes e la sua casa: si vedono elicotteri che ronzano, è successo qualcosa nei giorni passati. In montaggio parallelo Marc a casa riceve una telefonata a quell’ora di sera,  ma è  solo telepatia di Clarissa a farla e in un soffio a dirgli: “Come stai?”.  Stacco, e Clarissa al bar distoglie lo sguardo dalla montagna e d’impeto cinge da dietro  un ignaro cliente che le volta la schiena sullo sgabello, poggiandogli la testa sulle spalle, abbraccia Marc, e l’altro, senza mai voltarsi, delicato e minimizzante, pronuncia quelle sole parole sensate per farla desistere dolce dalla presa: “ Va tutto bene, ok, ok, ok, è tutto ok…”. E da quel momento in poi le varie realtà, quelle dell’immaginazione di Clarissa e quelle effettive del suo quotidiano si accavallano, ma noi le vediamo scorrere con lei, senza poterle distinguere, come  tutte vere, egualmente piene della stessa corporeità.

Siamo alla stazione di polizia sotto la montagna pirenaica, dove il francese si mescola allo spagnolo, e alla donna dicono : “Bisogna aspettare la primavera prima che il ghiaccio si sciolga”. E rivediamo con Clarisse la montagna, imperscrutabile, gelida di neve e responsi.

Stiamo assistendo  – nello scompiglìo voluto di spazio, tempo, persone, cose, situazioni, slittamenti –  alla rappresentazione “in diretta” della particolarissima elaborazione del lutto da parte di Clarissa, con il mood del film che vira in tutt’altra direzione verso cui eravamo stati inizialmente portati. La prima particolarità di questa rappresentazione è data dal fatto che Mathieu Amalric – talentuoso attore con Resnais, Assayas, Polanski ed altri grandi registi, e diventato regista-autore  ancor più raffinato già con 7 suoi film  –  sceglie non una classica linearità di tale elaborazione del lutto come per esempio ne La Stanza del figlio di Moretti, né la fenomenologia di un dolore manifestato col suo corollario di lacrime, strazio, senso di perdita: qui a differenza di Moretti nulla di tutto ciò, neppure bare da saldare nell’ultimo saluto, perché qui non ci sono corpi di defunti, anzi non li vedremo mai  che verso la fine del film, e nel contrasto voluto di una ridente luminosa mattina di primavera, fagotti senza viso ben coperti alla vista che discendono a valle sulle barelle degli addetti al recupero.

Amalric sceglie ben altre strade, e verificheremo nello sviluppo della storia che sono tutte piene di rischi  ed inciampi, ma ricche di fascino e coinvolgenti , tutte come cose “reali”. Questo  avviene  tramite  lo straordinario personaggio di Clarisse, letteralmente abitato , non recitato, da Vicky Krieps ( Il filo nascosto), che si carica -ma senza pianti rituali, a volte persino con auto-ironia lievemente civettuola, a volte con rabbia sdegnata- tutto un peso a prima vista insostenibile per qualsiasi prova d’attrice. Sul filo del rasoio, senza rete. In realtà  tutto il film  è il tentativo di Clarisse affannoso, ostinato, ma senza disperazione, di non voler ancora assumere nella sua coscienza la perdita dei cari , ma di “stringersi forte” a  loro, ancora più forte, in un nodo così inestricabile che nessun certificato di morte potrà mai sciogliere.

Non è la narrazione di una semplice dissociazione da delirio psicopatologico, ma la ri-creazione in una mente di donna, madre e moglie, di tutti i meccanismi possibili per rimanere stretta ai suoi perduti in una valanga di neve :  proiezioni fantasmatiche, rimozioni, sostituzioni, dislocazioni, che avvengono nella logica dei sogni. Strategie di sopravvivenza mentale a una catastrofe psichica indicibile.

Ma l’altra peculiarità di questo film è che non ci sono trascoloramenti nel trattamento della fotografia, parti in b/n o seppiate per distinguere tra realtà e proiezioni fantasmatiche : tutto ha la stessa oggettiva consistenza, abbagliante e livida, e tutto fluisce in un’emozionante rapsodia senza sospensione dell’incredulità, in un’illusione di realtà  che è anche la sua cifra. E che intriga , senza inquietarci come per Mulholland Drive  e Strade Perdute , o spaventarci con The others. Se  Jean Cocteau, coi suoi celebri attraversamenti di specchi in Le sang d’un poète e Orfeo , definiva il cinema come “la morte al lavoro”, Amalric qui all’opposto, con gli altri vari metaforici attraversamenti di specchi della protagonista, cerca di filmare temerariamente invece un allontanamento  della morte (altrui) al lavoro, o meglio di una sua alienazione dalla vita di Clarisse e trasformazione in una realtà finalmente accettabile , con cui convivere alla fine in un tempo calmo. Calmato. Ricomposto.

Tutto questo non deve ingannare circa il “colore” autentico del film, non è un’operazione fredda e intellettualistica, né ha toni funerei, come magari ci si aspetta. Invece abbiamo una vividezza di immagini e situazioni, piene di una grande voglia di vita , di riaffermazione  su qualsiasi istinto di morte.

Clarisse, anche nei momenti più neri, non perde il suo senso dell’umorismo, né la sua femminilità , a tratti civettuola. Come quando  nella piazzola di servizio dove è seduta in sosta nella sua AMC Pacer amaranto del ’79, allungando le gambe in fuori dallo sportello anteriore aperto, raccoglie il commento di un automobilista avviato a riprendere la propria auto: “Bell’automobile, davvero, che linea , complimenti, molto carina! ” E lei di rimando un po’ piccata:  “ E allora io ? Che sono io invece, forse un pomodoro farcito ?”. E liquida l’interdetto cultore del vintage con un “ Adieu bello, a un’altra vita !”, mettendosi in capo per scherno una coroncina di carta.

O come quando aggirandosi ai piedi della “montagna del dolore”, nella sua figurina minuta in jeans e t-shirt, ancora barcollante per i calvados ingurgitati la sera precedente, viene notata da un giovane lavorante spagnolo che a lei (“che ci fa con quella gran rete tra le mani?”) risponde ammiccante “ci prendo i pesci belli”, la avvolge con la stessa rete e lei  ride in un accenno di flirt, subito troncato dal capo mastro che strattona il pescator cortese richiamandolo al lavoro.

In questo percorso,  tra realtà e sublimazione onirica  con cui combatte, riappaiono improvvisi aculei dell’anima, associazioni e proiezioni, anche quando è intenta al suo lavoro di competente guida turistico-culturale. E’ ora a Rochefort sulla fregata Hermione ricostruita nel 2014 nei famosi cantieri navali/museo a cielo aperto  della città, come il suo originale del periodo 1779-81, quando trasportò La Fayette a combattere per la guerra d’indipendenza dei nascenti Stati Uniti. E’ intenta ad illustrare in fluente tedesco a un gruppo di turisti germanici  le meraviglie del leggendario veliero – alberi, cannoni, chiglia, tipo di legname impiegato, il particolare innovativo  rivestimento in rame – quando la sua attenzione è catturata  da un genitore teutonico che strattona per mano il figlio bambino: “I bambini non devono essere trattati così! I bambini non sono giocattoli, devono saltare, correre, divertirsi, muoversi in su e giù, grande pezzo di stronzo!” arriva a urlargli in tedesco, interrompendo la spiegazione di gruppo e andandosene  al bar a farsi un armagnac.

Clarisse nel suo periplo da ulisside alla ricerca del  suo porto dissolto nella neve, utilizza inconsciamente le varie situazioni come prove tecniche di trasformazione del suo problema. Cerca  gli accordi giusti , li mette a punto , ma è appunto un piano/ forte, a contrappuntare i vari stati d’animo cangianti , alternando  la dolcezza lieve di Schubert e  Chopin, coi picchi furibondi di Rachmaninov e Ravel, oltre a Debussy, Rameau, Mozart e naturalmente Beethoven.

Clarisse, nello sforzo di continuare a tenersi  tenacemente legata ai suoi cari, si è anche pensata/proiettata come voce fuori campo che li segue dolcemente e dialoga con loro in momenti cruciali e arriva persino a “pre-vedere” i due figli e il marito nello loro diverse reazioni alla mancanza di lei. “Hai buttato via la mamma!” urla a un certo punto il più piccolo al padre. La più grande invece mantiene uno speciale filo rosso con la madre con la quale si “scambia” un distico che , per legarsi per sempre a vicenda, Clarisse immagina-sogna la figlia ripeterlo in momenti critici : “serre-moi fort , stringimi forte, finché il tuo corpo si faccia così leggero da poterci salvare / serre-moi fort , finché il tuo cuore diventi così leggero da potermi tu salvare”.

Ora guarda in tv la grande pianista Martha Argerich (che esegue tutti i brani del film). Ha accanto un giovane musicologo, che le ricorda tanto suo marito, gli sbottona lieve la camicia solo alle tre prime asole , e si accontenta, senza equivoci, di poggiargli solo ben ferma, la mano sul petto, come una pranoterapeuta al contrario, per carpirne tutto  il calore e la peluria di Marc. E nelle prime sequenze del film, dopo la disgrazia, sale sul cofano della Pacer amaranto, ormai abbandonata e ricoperta di neve, si ricava un pertugio nello strato di ghiaccio del parabrezza, scruta da fuori l’interno e come un’Alice rock anni ’80 si ritrova inghiottita nel ventre caldo del loro incontro primario,  caloroso night con luci delicato rosso soffuso, dove al suono di musiche d’epoca ballano e si scambiano timidamente le prime effusioni e lui l’accompagnerà  a casa  nella sua auto amaranto vintage per iniziare la loro storia.

Ma nei giorni d’attesa della primavera  anche questo “non funziona più, non funziona nemmeno questo”, si ripete ogni tanto sommessa.

E Clarisse arriva a un punto tale in cui osa spingersi ancor oltre . Finisce per immaginare la figlia cresciuta che arriva al momento del suo saggio finale al conservatorio di La Rochelle. E “decide” che una determinata ragazza è la figlia perduta, “la vede”, è lei di certo. La guarda discreta per giorni e  nel momento in cui l’esaminanda  è chiamata al piano, lei entra nella sala , in piedi la fissa intensamente, vorrebbe trasmetterle tutto il suo amore e incoraggiamento, ma invece la ragazza è turbata, sopraffatta da queste attenzioni “estranee”, s’alza d’improvviso dal piano e scappa fuori della sala. Lei allora la rincorre soccorrevole  e non si rende conto di aver ormai deragliato sulla molestia conclamata. La ragazza esasperata e presa dal panico chiama in soccorso i suoi veri genitori, disconoscendo “questa signora che dice di essere mia madre e io non so chi sia, che vuole, io non ho fatto niente !”, e quindi Clarisse riceve dagli interessati una cruda diffida a non avvicinarsi più alla loro figlia, “altrimenti chiamiamo la polizia!”

E allora Clarisse, nel pieno dello psicodramma che si è procurata, percepisce che sta andando oltre, troppo oltre, a un passo della follia; deve scegliere se precipitare definitivamente nel baratro del delirio ossessivo maniacale o dare una nuova direzione alla trasformazione sublimata della sua perdita fin lì inaccettabile. Nell’attesa imminente di essere chiamata per la rivelazione decisiva, attende nell’alberghetto ai piedi della montagna già occupato con Marc e i figli, e ritualisticamente ordina la camera grande con quattro letti a castello,  due scodelle e due caffè, come al solito. La titolare trasale, inondata da empatica pietà,  e perciò s’innervosisce con il cuciniere che non trova le scodelle giuste come richieste dalla cliente.  Ma il giorno dopo, in una smagliante mattina di primavera , Clarisse non può più sottrarsi, ogni velo è strappato, i suoi tre fagotti ben coperti discendono a valle, e glieli depongono per prassi un attimo sul prato verde smeraldo e ricco di fiori e profumi. Clarisse allora finalmente piange, ma non disperata, si sta sciogliendo, sa che tutto intorno a lei è pura vita, reclama vita,  che il cielo, il sole, i fiori, l’abbaiare scodinzolante dei cani, gli dicono che “c’è nell’aria qualcosa di nuovo ”.

Clarisse ritorna ancora una volta alla casa dei suoi affetti , ma ora è pronta, si porterà via nell’anima tutti i ricordi e le sensazioni di Marc e dei suoi figli, ma li lascerà finalmente andare. “E’ forse l’ora di cambiare casa” si dice giudiziosamente  autoironica , prende,della figlia lo spartito sul piano di Per Elisa, del figlio il cavalluccio con cui giocava in giardino e del marito la Pacer amaranto, con cui è iniziata la sua storia d’amore con lui e che serba i suoi odori e sapori.  La Pacer in auto per l’ultima volta incrocia lo scorcio del cancello e del grande albero dove Marc s’appollaiava col figlio ad accudire i nidi e a giocare agli indiani. La Pacer amaranto svolta. Ora  finalmente ,forse, sulla soglia del tempo calmo.

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