Firenze – Il vero protagonista di questo allestimento di Pagliacci e Cavalleria rusticana andato in scena al Teatro del Maggio, al di là delle qualità vocali degli interpreti tutti, il palcoscenico. Il palcoscenico inteso dal regista canadese Robert Carsen, firma internazionale fra le più ardite già più volte applaudito a Firenze, come luogo della finzione e della verosimiglianza, spazio dialettico, eclettico e convertibile dove il gioco della messinscena si nutre della realtà stessa dei protagonisti fino a confondersi con le vicende di cui sono gli artefici e i portatori.
Il dispositivo è interessante. Azzera la cronaca dei fatti, qualsiasi connotazione storica. Non c’è alcun bisogno di aggiornamento o trasferimento del libretto ai giorni nostri, perché quel che avviene, che vediamo, quel che accade in scena sta tutto nella logica della contemporaneità. Come a dire che ci troviamo nel bel mezzo di una “prova” alla quale lo spettatore è invitato perché sempre si spettacolo si tratta. Ma alla fine anche se non ci fosse sarebbe lo stesso. Il meccanismo della moltiplicazione, dello sdoppiamento e della fuggevolezza del quadro funziona assai bene in Pagliacci (titolo che a differenza dalla tradizione apre il dittico) con quel dipanarsi, uno dopo l’altro, dei sipari rosso fuoco e quel rovesciarsi della prospettiva, interno esterno e viceversa, con quel campo largo meta teatrale già proprio dell’opera di Leoncavallo, ma che qui e ora si amplifica fino ad abbracciare tutta la superficie del teatro, i suoi volumi, il palcoscenico e la platea, in un bel ricorrersi di campi e controcampi.
In Cavalleria necessita invece di qualche impervia forzatura per risultare convincente (ma comunque ce la fa anche oscurando ogni sudista rimando ambientale con la servizievole “saracinesca” che cala in proscenio) riservando però forse il momento più alto di tutto questo contrappunto linguistico, di questo specchiarsi fra le quinte e venirne fuori, di questa sarabanda di “gente” che sa di essere artista (sa cioè di doversi calare al meglio nella parte, primadonna o comprimario che sia) ma al tempo stesso di non farne parte, è solo un lavoro, una professione, di Lola e Turiddu e Santuzza c’importa poco. Avviene quando il coro schierato all’unisono, voci maschili da un lato, femminili dall’altro, intona la sua magnifica forza d’urto diretto dal maestro Lorenzo Fratini, come farebbe in sala prove, mentre in contemporanea in buca il maestro Riccardo Frizza dirige l’orchestra e in condizioni “normali” anche il complesso vocale.
L’effetto è avvolgente. Bellissimo. Un vero stato di grazia musicale. Il tanto decantato verismo di Pagliacci e Cavalleria trova così sfogo, ed esibizionismo, più che nelle architetture scenografiche o nei riferimenti geografico cronologici o nel naturalismo degli interpreti (comunque votati all’immedesimazione e non all’astrazione) nella forza attrattiva, intrinsecamente attrattiva, del palcoscenico, con le sue zone d’ombra, i suoi nascondigli e i suoi retroterra, un territorio neutrale ma più vero del vero perché ne ha visti tutti i colori e di tutte le trame.
La finzione scenica e la dimensione reale dello spettacolo si toccano e si distaccano, la performance e la vita si intrecciano fino a confondersi, creando un traumatico corto circuito, ora docile, ora forzato, ora suggestivo, ora indiavolato, sempre comunque coerente con le traiettorie imposte da Carsen che, non esente da una giovanile suggestione pirandelliana, a proposito della sua impostazione parla “una regia vista attraverso la lente del realismo, ma anche del meta-realismo e persino del sovra realismo”.
L’allestimento ha debuttato nel 2019 alla Dutch National Opera di Amsterdam mentre Frizza lo ricordiamo sul podio di L’amico Fritz, sempre in ottica verista, qui andata in scena nel marzo del 2022. Consapevole e all’altezza la compagnia di canto che in Pagliacci sfoggiava una sensuale Corinne Winters come Nedda, Brian Jagde magnifico Canio, più Roman Burdenko nel ruolo di Tonio, Lorenzo Martelli e Hae Kang rispettivamente Peppe e Silvio, mentre in Cavalleria si esaltava la Santuza di Martina Belli affiancata da Luciano Ganci (Turiddu), Manuela Custer (Lucia), ancora Roman Burdenko (Alfio) e Janetka Hoşco (Lola).
Successo vivissimo con qualche dissenso del tutto ingiustificato per Carsen al suo affacciarsi al termine dello spettacolo. Per la storia ricordiamo che al Maggio, Pagliacci è andato in scena per cinque volte, di cui l’ultima nel settembre del 2019 in dittico con l’opera contemporanea Noi, due, quattro di Riccardo Panfili mentre Cavalleria rusticana è stata proposta in undici occasioni, l’ultima nel febbraio del 2019 in dittico con Un mari à la porte di Jacques Offenbach. Insieme Cavalleria e Pagliacci lo sono stati solo in due occasioni, nel 1971 con la direzione di Riccardo Muti e la regia di Mauro Bolognini e nel 2000 con la direzione di Bruno Bartoletti e la regia di Liliana Cavani. Repliche mercoledì 25 febbraio alle 20, sabato 28 febbraio alle 15,30 e martedì 3 marzo alle 20.