Nel 1963 Vittorio De Sica racconta l’Italia del miracolo economico con Il Boom, interpretato da Alberto Sordi e scritto da Cesare Zavattini (ne approfitto per suggerire la lettura di Giordano Gasparini, Discutiamo Zavattini! Asiago, 1975, The Dot Company, 2023,collana Giano). Il protagonista del film è un piccolo imprenditore romano che vive in un Paese che cresce, consuma e ostenta fiducia nel futuro. Tutti intorno a lui sembrano arricchirsi. Lui no. O meglio: mantiene lo stesso tenore di vita, ma solo grazie ai debiti, rimandando continuamente il momento di fare i conti con la realtà.
Il cuore del film non è la povertà, ma l’illusione di stabilità. Il personaggio di Sordi non ignora la sua situazione economica: la conosce, la rimanda, la nega. Ed è proprio questa dinamica – più che l’ignoranza pura – a rendere Il Boom sorprendentemente attuale.
A distanza di sessant’anni, l’Italia è ultima nei Paesi OCSE analizzati per alfabetizzazione finanziaria. Un dato che non misura soltanto quanto gli italiani conoscano i concetti economici di base, ma soprattutto come prendano decisioni nel tempo. La financial literacy, secondo l’OCSE, è infatti una combinazione di conoscenze, comportamenti e atteggiamenti verso il futuro.
È su quest’ultimo punto che il dato diventa rivelatore. L’Italia non manca di risparmio, ma di pianificazione. Non manca di prudenza, ma di strumenti per valutare il rischio. Come nel film di De Sica, il problema non è non sapere, ma rimandare: rimandare la scelta difficile, la rinuncia, l’aggiustamento dello stile di vita.
Il legame con gli stipendi è spesso letto in modo superficiale. La bassa alfabetizzazione finanziaria non è solo il riflesso di redditi più bassi. Paesi con salari medi simili o inferiori ottengono risultati migliori. La differenza sta nella capacità di adattare le spese al reddito reale, di distinguere tra entrate stabili e temporanee, di non trasformare la crescita di ieri in un obbligo permanente oggi.
Questo limite emerge con chiarezza nel rapporto con il debito. A livello familiare, una scarsa educazione finanziaria porta a sottovalutare il costo del credito, a confondere tassi nominali e tassi effettivi, a utilizzare il debito per sostenere il consumo piuttosto che per costruire stabilità. Il debito spesso, come nel Boom, diventa uno strumento per mantenere un’immagine, non per investire.
Il problema si amplifica quando si guarda alle pensioni. Il sistema italiano è ormai prevalentemente contributivo: ciò che si riceverà dipende da quanto e per quanto tempo si è versato. Eppure molti lavoratori non sono in grado di stimare la propria pensione futura, non conoscono il concetto di gap pensionistico e utilizzano poco la previdenza complementare. Ancora una volta, la difficoltà non è l’assenza di informazioni, ma la tendenza a rimandare la decisione.
Nel finale de Il Boom, il protagonista si trova davanti a una scelta economicamente razionale ma umanamente devastante. È il prezzo di anni passati a evitare il momento del confronto con la realtà. Quel finale, oggi, non parla solo dell’Italia degli anni Sessanta. Parla di un Paese che continua a rimandare l’educazione finanziaria come se fosse un tema secondario.
I dati OCSE raccontano proprio questo: non un deficit di intelligenza, ma una fragilità strutturale nel rapporto con il futuro. E come insegna il cinema di De Sica e Zavattini, prima o poi il conto arriva.