Firenze – Nell’avvincente allestimento di Luca De Fusco, l’Orestea di Eschilo, recentemente approdata alla Pergola di Firenze, ha riproposto tutta l’emozione del teatro greco: teatro di parola, di canto, di danza. L’intera trilogia è stata messa in scena in due spettacoli. Danno forza ad una recitazione serrata e coinvolgente le danzatrici della compagnia Körper con sensuali e misteriose coreografie di Noa Wertheim. Di forte impatto la scenografia di Maurizio Balò (dalla grande porta metallica che si apre sul fondo nero della reggia di Argo, allo schermo per controcampi, ingrandimenti,primi piani; il palcoscenico inclinato ricoperto di sabbia lavica con al centro un lungo schermo-tappeto che diviene striscia di sangue, tomba, acqua) ai suggestivi costumi di Zaira de Vincentiis alle musiche evocative di Ran Bagno che racchiudono modernità e melodia, oriente e occidente.
Insomma, un’opera d’arte totale, che unisce classicismo e tecnologia con effetti speciali che suggestionano senza mai eccedere .
Elisabetta Pozzi (Clitemnestra) intervistata da Angela Consagra in Pergolainsala, mette in rilievo altri due moventi dell’assassinio di Agamennone che si sovrappongono alla presunta volontà di vendicare Ifigenia. “È una donna ferocissima, perfino magnifica nella sua vena di follia ,che è legata alla follia della stirpe –rileva l’attrice, che poi osserva “ in tutte le [precedenti] rappresentazioni[…]c’era sempre Egisto armato che andava ad uccidere Agamennone, sia pur con la complicità di Clitemnestra. Eschilo invece ha fatto proprio di lei un’assassina, la donna che ha infilato la spada nel corpo del marito e di Cassandra, la sua amante”,
E a seguito di un’altra domanda di Angela Conagra Elisabetta Pozzi sottolinea: “Clitemnestra è anche una donna che vuole il potere. Questo aspetto mi incuriosisce molto: in fondo perché soltanto i maschi devono lottare? Clitemnestra di se stessa dice: “Io non mi piego; io lo dico davanti a tutti e non lo nego: quello sono stata proprio io a farlo”. Quindi gelosia e potere che si sovrappongono alla vendetta. I moventi classici di ogni delitto.
La trilogia di Eschilo serba, però l’eco possente e selvaggia dall’epoca arcaica,della vendetta tribale e segna il passaggio a quella classica della legge che fa argine all’arbitrio della violenza. Questa problematica mi ha sollecitato una rilettura del testo di Eschilo dalla quale sono scaturite alcune considerazioni per una lettura trasversale della tragedia e che espongo qui di seguito
Il giudizio dell’Areopago
Oreste, che ha ucciso la madre Clitemnestra per vendicare il padre Agamennone assassinato,appunto, dalla moglie(la quale, a sua volta, aveva detto di voler vendicare la figlia Ifigenia), dopo avere compiuto atti di espiazione, è giudicato dal tribunale ateniese dell’Areopago, presieduto dalla dea Atena ed ottiene clemenza.
Le Erinni, dee della vendetta, si trasformano in Eumenidi, divinità benefiche, affinché sia spezzata la spirale di sangue. Infatti, i tempi nuovi esigono che alla tutela della stirpe si sostituisca il mantenimento dell’ordine sociale mediante l’espiazione e la riparazione. Ma è sintomatica la motivazione con cui Apollo, divinità solare,maschile,ed Atena, la dea vergine e, per certi versi, andorgina[1], sostengono il perdono di Oreste.
«Quello che si dice figlio, a concepirlo/ non è una madre: lei è solo nutrice d’un seme/
Lo concepisce il maschio: e lei, indifferente/ne custodisce il germe»[2]
L’assassinio di una donna viene dunque considerato socialmente meno importante di quello di un uomo perché si credeva che fosse solo quest’ultimo a trasmettere la vita? . Quindi,capovolgendo il giudizio delle Erinni che ritenevano più esecrando il crimine quando c’è comunanza di sangue, le morti di Ifigenia e di Clitemnestra divengono meno importanti di quella di Agamennone.
Quella di Apollo e di Atena è, peraltro, una spiegazione capziosa, anche sulla base delle erronee convinzioni del tempo, perché serve, in realtà,a ratificare il passaggio da una società matrilineare (anche se non propriamente matriarcale) ad una società patriarcale.
Tuttavia, la sentenza di assoluzione non è un mero perdono del matricidio ma una diversa forma risarcitoria.
Restorative justice.
Come ha rilevato Eva Cantarella l’idea che il diritto debba essere solo ragione è stato messa in discussione da alcuni giuristi. di Law and literature per i quali le Erinni, sconfitte, rinunziano al loro lato sanguinario e accettano di entrare nel sistema giudiziario, svolgendovi un ruolo: è la conciliazione dei generi sul piano del diritto[3].
Di conseguenza, all’ interpretazione secondo cui l’ assoluzione di Oreste segna la sconfitta della parte femminile si dovrebbe sostituire una visione più ampia basata sulla “restorative justice”. Ricorda ancora Eva Cantarella che, per la giustizia riparativa, la funzione del diritto è promuovere la riconciliazione tra chi ha commesso e chi ha subito un torto.
Un’interpretazione particolarmente interessante ma anche’essa non appare esaustiva bensì parte di una spiegazione complessiva. Per cogliere appieno la problematica che ci
sottopone Eschilo bisogna esaminare il rapporto tra vendetta e giustizia. Perché la vendetta, modalità primitiva, sommaria di fare giustizia, aveva in civiltà primordiali il compito di difendere il diritto della stirpe . Infatti, parlando della manumissio per vindictam. Saverio Falcone rileva che secondo il diritto materno, colui che otteneva l’affrancamento (manumissio) era come se rientrasse nell’uovo primordialeDa qui il significato simbolicodella ‘verga-vendetta[4]Oreste- osserva,infatti, Saverio Falcone-infrange ilctabù
della consanguineità, dal momento che nell’antica Grecia la discendenza e le relazioni di parentela erano di tipo matrilineare. Per sventare l’assedio delle Erinni “simili a belve assetate di sangue” Apollo, non a caso definito da Eschilo l’obliquo, capovolge, a favore del padre, l’antica legge della consanguineità.
In definitiva, la vicenda dell’Areopago mi suggerisce una triplice considerazione. Sebbene utilizzino una motivazione speciosa (che solo l’uomo assicurasse il mantenimento della stirpe) Apollo e Atena interrompono la spirale della violenza privata e affermano il diritto della collettività. In modo non dissimile, nel 643 d.c. l’editto di Rotari sostituì nel diritto longobardo la faida con il guidrigildo(risarcimento) .
Quanto alla preminenza maschile e patriarcale, essa non nasce con Eschilo perché era già stata affermata nel ciclo omerico: nella guerra di Troia Elena era considerata una proprietà da riconquistare;il fatto stesso che, tornata a Sparta, fosse stata restituita al suo rango regale significa , in realtà, che era oggetto, non soggetto del contendere. E’, peraltro, suggestivo, lo scenario delineato da Valerio Massimo Manfredi che,nel romanzo Hesperia considera le donne degli Achei come appartenenti alla civiltà matriarcale preellenica, unite in una congiura in nome della Potnja Theron,la minoica Dea Madre, per restaurare l’antica civiltà mediterranea.
Quanto all’ affermazione del diritto come salvaguardia della pace sociale, il giudizio dell’ Areopago era stato, per certi versi, anticipato nell’ultimo episodio dell’ Odissea che, non a caso, Atena come protagonista.
Ulisse vendica l’offesa alla sua dignità regale uccidendo i Proci ma i parenti delle vittime insorgono. Atena stabilisce un compromesso e restaura la pace. Dea ex machina? Non esattamente. Anche il potere dello Stato non è assoluto e non può essere esercitato come una sorta di vendetta. Non può essere assoluto nel senso latino di absloutus ,sciolto da ogni vincolo. Per evitare la guerra civile occorre sempre una dialettica fra potere e consenso. Questo l’insegnamento di Atena, che si esercita nell’ultimo canto dell’Odissea e nel giudizio dell’Areopago che si impernia,appunto, sulla conciliazione
[1]http://anticamadre.net/testipdf. Cfr. poi V.Lusetti, Miti in controluce. La mitologia vista da uno psicopatologo, Armando edit ,2009 [2] Traduzione di PP:Pasolini
L’interpretazione più lineare è che il processo dell’Areopago segna la definitiva affermazione degli Achei sulla civiltà preellenica
[3] E.Cantarella, (Il mito che cancella la giustizia maschile. Dalla tragedia classica di Clitennestra l’ idea di un diritto in grado di riconciliare uomini e donne ne Il Corriere della Sera 28 aprile 2008.[4] .S.Falcone ,Teatro della riparazione, Nascita e vicissitudini della coscienza morale in www.golemindispensabile.it