Morti lavoro, i killer sono regole inadeguate, precarietà e sfruttamento

Firenze – Un presidio per ricordare che in questo Paese la gente muore ancora per lavoro. E non sono casi sporadici, lo dicono i numeri. Non solo lavoratori nel pieno delle attività produttive, ma anche ragazzi: quelli che vengono impegnati nella alternanza scuola-lavoro, presentata, a suo tempo, come formazione. Di fatto, come emerge dalle ultime morti (due ragazzi di 18 e 16 anni, Lorenzo Parelli e Giuseppe Le Noci in una settimana) si tratta comunque di lavoro, senza retribuzione e spesso senza tutele. Il presidio, organizzato dai sindacati di base della Toscana, partiti, movimenti e collettivi uniti nel percorso Ogni giorno il Primo Maggio (presenti anche rappresentanti Rsu dell’ex GKN) ricorda le cifre: le denunce di infortunio denunciate dall’Inail, davanti alla cui sede si è tenuto il presidio odierno, in via delle Porte Nuove a Firenze, sono state nel 2021, 448.110, mentre le morti sul lavoro sono state 1404, con un aumento del 18% rispetto al 2020. I dati per regione, per quanto riguarda i decessi,  sono 78 in Lombardia, 70 in Campania, 55 in Toscana, 53 in Emilia Romagna, 53 in Piemonte, 51 in Veneto, 40 nel Lazio, 34 in Calabria, 32 in Puglia, 30 in Sicilia, 28 in Abruzzo, 24 in Trentino Alto Adige, 22 nelle Marche, 15 in Friuli Venezia Giulia, 15 in Sardegna, 9 in Umbria, 9 in Basilicata, 7 in Liguria e 3 in Valle d’Aosta. Una macabra conta che vede la civile Toscana al terzo posto.

“E’ necessario considerare – dicono nel corso del presidio i vari lavoratori intervenuti – che molti lavoratori non solo non sono assicurati, ma soggiaciono al lavoro nero e dunque non vengono rilevati”. Inoltre, nel corso della pandemia, vanno aggiunti i lavoratori morti per covid-19, attribuibili a mancanza di misure sanitarie e protocolli di sicurezza adeguati. Fra le morti sul lavoro spesso sottaciute, si aggiungono quelle dovute a malattie professionali; fra queste, i casi di decessi come conseguenza all’esposizione da amianto, i più conosciuti, non sono che la punta di un iceberg tutto da quantificare. Fra i motivi, la mancanza di sicurezza, ma anche “la ricerca del massimo profitto”. Una spirale fatale, che produce un ambiente di per sè votato a moltiplicare le occasioni di infortunio. A questo si aggiunge anche l’innalzamento dell’età pensionabile “oltre l’aspettativa di vita media dei lavoratori”, regole e controlli inadeguati, il ribasso di appalti e subappalti, la precarietà del lavoro, che mette sotto scacco il lavoratore impedendogli di “lamentarsi”, pena la perdita di quella che è spesso l’unica fonte di reddito famigliare. Infine, il capitolo studenti, ovvero l’alternanza scuola-lavoro. “Un sistema che dilata i problemi – dice Flavio Coppola, insegnante – che oltre a mettere sotto scacco i ragazzi, che vengono giudicati, per quanto riguarda i crediti scolastici, anche secondo il comportamento che tengono sul lavoro, devono adttarsi a tutte le mansioni del ciclo produttivo, senza conoscenze, il risultato è quello che si vede”. Ma c’è anche un’altro aspetto, che per gli studenti è più sottile. “Di fatto – conclude Coppola – si sta rispritinando il vecchio sistema della scuola d’avviamento, che distingueva secondo i ceti sociali i ragazzi”. Sono le scuole professionali, ovviamente, le più colpite dall’alternanza scuola-lavoro. “Un regresso – osserva Coppola – rispetto alle riforme degli anni ’60, che consegnarono al Paese i tre anni di medie unificate proprio per dare una conoscenza generale uguale a tutti i ragazzi”. Un concetto che si sta sfaldando, e che vede, secondo i lavoratori riuniti oggi nel presidio, un ritorno del passato nel sistema alternanza scuola-lavoro.

 

 

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