Monti DayMario il salvatore a Reggio tra inchini e proteste

La cronaca della visita del presidente del Consiglio

Due piazze, due mondi. Il presidente del Consiglio Mario Monti fa il suo ingresso (in ritardo) tra gli applausi in piazza Prampolini e meno di un’ora dopo trova un migliaio di contestatori ad attenderlo davanti al Teatri Valli. Sono i due volti di una giornata in cui all’ombra del Tricolore sono andate in scena immagini di un Paese diviso. Certo il protocollo non ha subito variazioni, con le rumorose voci del dissenso separate dal presidente, dal codazzo di autorità e personaggi più o meno noti dalle transenne e da un impressionante dispiegamento di forze dell’ordine. Ma i fischi sono arrivati eccome sotto il porticato.

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Lega Nord, indignados, estrema destra e Rifondazione comunista uniti contro il professore: unica notizia in una giornata di ordinaria retorica, il fuori programma che spezza il plumbeo cerimoniale. Per il resto poco da segnalare, se non la freddezza con cui i reggiani hanno festeggiato il 215° compleanno del vessillo nazionale. Pochi, pochissimi i tricolori che sventolano tra il pubblico all’arrivo del presidente in piazza Prampolini. Dopo gli onori militari, la sfilata dei gonfaloni e l’alzabandiera, la cerimonia si trasferisce in Sala del Tricolore. Ci sono Prodi e Bersani, ci sono i parlamentari reggiani al gran completo, dei politici non manca quasi nessuno, con l’eccezione di quelli leghisti in piazza a fischiare. Questa volta, però, il palcoscenico non è per loro. Gli occhi, le telecamere e gli obiettivi sono tutti puntati sul professore cui è stato affidato il gravoso compito di salvare la baracca e i burattini.

Il saluto del sindaco Delrio, due parole di Monti per dire che il suo governo sta lavorando per i giovani, e la consegna della Costituzione ad una delegazione di studenti appena divenuti maggiorenni o da poco divenuti cittadini italiani; la consegna al sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, il primo Tricolore d’Italia ricordando come la città campana sia stata la prima capitale del dopoguerra. Poi tutti al Teatro Valli ad ascoltare Monti. Una frenesia anomala accompagna i movimenti del presidente, un’eccitazione che in città non si vedeva dai tempi della visita di Giovanni Paolo II nel 1988. D’altronde lo stesso Monti non ha perso occasione più di una volta di rimarcare l’importanza del momento, la prima vista da presidente in una città italiana. Ed è proprio Reggio.

Di fronte al Valli il clima cambia. I leghisti si fanno notare per i decibel: intonano cori contro il governo delle tasse, invocano la secessione, scandiscono “elezioni subito”, sventolano bandiere e striscioni. Poca roba, a confronto, indignados e comunisti, relegati in un angolo della piazza.

Monti scende dall’auto blu e tira dritto come se niente fosse. Nemmeno un accenno alle contestazioni nemmeno durante il discorso ufficiale. In sala l’atmosfera è solenne: in platea sono spalmate caste di ogni ordine e grado, i palchi sono gremiti. Delrio ed Errani recitano la parte e dicono le solite cose, l’unica a metterci del pathos, bisogna dirlo, è la presidente della Provincia Sonia Masini che si lancia in una difesa appassionata dell’ente che lei presiede e che Monti vuole abolire. Tra l’altro Sonia fa presente che è lei unica donna chiamata ad intervenire sul prestigioso palco. Insomma, Sonia non ha nessuna intenzione di fare le valigie e non la manda a dire al presidente.

Finalmente tocca a Monti e piovono applausi. Discorso sobrio, come nel suo stile, proiettato al futuro ma allo stesso tempo denso di richiami ai tempi che furono, al Risorgimento e ai padri della Patria. Parla di crescita, di sviluppo, di equità, di unità e di Europa, parla di giovani e di lavoro. C’è tutto quello che chiede a questo governo la stragrande maggioranza dei cittadini italiani. Alle tasse e ai sacrifici il presidente riserva qualche accenno, anche se è tutto quello che al momento è stato servito sulla tavola degli italiani. Ma a Reggio o si urla in piazza o ci si inginocchia. Chiedere conto non va di moda.

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