È iniziato con sfoggio di musicisti l’ormai tradizionale Festival quartetto d’archi di Reggio Emilia, in programma in Cavallerizza quasi tutte le sere fino al 12 giugno.
Dopo l’apertura ufficiale con i solisti della Mahler ieri sera, giovedì 4 giugno, è stato il turno del Trio di Parma che con l’aggiunta speciale di Simonide Braconi, viola solista, ha dato sfoggio di sé sul rovente palco della Cavallerizza.
Nota per gli avventori: munirsi di ventaglio.
Il festival del quartetto ci ha abituati a interessantissime performance e a momenti molto densi, alti e freschi della produzione musicale.
Soffermarsi quindi sulla qualità dell’esecuzione è del tutto inutile perché perfettamente intonata agli standard fin qui proposti, anche quando si avvale di maestranze coltivate a pochi chilometri da casa.
Imperdibile nel festival e in ogni singolo concerto – presente compreso – la scelta del repertorio, che indaga il quartetto e in generale il ristretto consesso della musica da camera.
Le note risuonate ieri sera sono state quelle di Schubert, con l’adagio in mi bem.magg. op.148 e a seguire, di maggiore impegno e spessore, il trio n. 1 in si bem magg. op. 99.
Quest’ultimo scritto in contemporanea con il più noto trio n. 100, meritatamente ascoltatissimo e molto conosciuto anche per l’intenso uso cinematografico (su tutti utilizzato come tema in Berry Lyndon di Kubrik https://www.youtube.com/watch?v=kI1O7HX2TKk, ma anche nella Pianista l’inquietante film di Haneke del 2001) è meno noto anche, forse, per un disegno più idillico e lirico, meno drammatico e patetico, che quindi è connotato da una scrittura fluida e leggera.
Ancora nella prima metà dell’Ottocento, sebbene l’intervento di Beethoven avesse portato un contributo importante alla composizione del genere portando maggior spessore alla partitura musicale, il trio era considerato un genere commerciale perché destinato in particolare alla riproduzione domestica, destinato a non professionisti per una esecuzione semplice e, in qualche maniera, amabile e allegra. E anche l’op. 99, pur mostrando un equilibrio e una densità che certamente derivano dal Maestro romantico, si iscrive perfettamente in questo spirito di grazia e amenità domestica. Non a caso il momento più intenso dell’opera è il secondo movimento, quasi un notturno in cui domina la voce maggiormnte drammatica del violoncello.
E poi arriva Brahms.
Qui l’amena conversazione domenicale da camera si trasforma in una dichiarazione appassionata. Senza nulla togliere a Schubert e alla sua intensità, il dialogo cameristico di Brahms è ricco, colto, appassionato, vorticoso e struggente. In Brahms l’ameno racconto compositivo diventa un fiume in piena, una storia di passioni e intensità, con sfumature, slanci e ritorni.
Il gran finale è quello che ruba il cuore. Il rondò zingaro (memore delle danze ungheresi così note) turbinoso e trionfante, che chiude con quella nota mesta e selvaggia tipica della musica popolare.
https://www.youtube.com/watch?v=DKy5HbFgK9w
Nota particolarmente d’effetto il bis con l’andante cantabile del quartetto per pianoforte di Schumann. Struggente e lacrimevole come solo archi e pianoforte insieme, in una composizione per pochi (pochi strumenti e pochi uditori) sanno essere.
Già l’attacco è tutto un programma: https://www.youtube.com/watch?v=xbvEq87vI5c.
Da non perdere i prossimi appuntamenti.