Ci sono voluti 17 mesi di trattativa, più di un anno, compresa una rottura clamorosa tra le parti con conseguenti 40 ore di sciopero, quelle che la presidente del consiglio Meloni considera un escamotage per farsi un week end di vacanza ma che ai lavoratori sono costate una media di 400 euro di salario a testa: in tempi in cui è già difficile arrivare a fine mese anche con il salario intero. Finalmente, dopo un’ininterrotta maratona di 4 giorni di trattativa, il 22 novembre scorso le controparti hanno firmato il contratto nazionale dei metalmeccanici, il cuore della manifattura italiana: Federmeccanica-Assistal per i datori di lavoro da una parte e i sindacati uniti, Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uilm, dall’altra. Non era per niente scontato che ci si arrivasse.
I metalmeccanici contano in Italia un milione e seicento mila lavoratori secondo Federmeccnica, ma per altri si avvicinano ai 2 milioni, comunque quasi il 10% del totale di 21 milioni di lavoratori italiani, e rappresentano il secondo settore metalmeccanico più grande d’Europa dopo la sola Germania. Coinvolgendo circa 105.000 aziende e generando un valore aggiunto di circa 110 miliardi di euro . Eppure hanno dovuto combattere per farsi sentire. Il contratto precedente era scaduto il 24 giugno del 2024 , la norma prevede al massimo 12 mesi tra scadenza e rinnovo, ce ne sono voluti 17, e sudati. I sindacati erano partiti con una piattaforma unitaria in cui, di fronte alla gigantesca perdita del potere d’acquisto, si chiedevano 280 euro lordi al mese di aumento salariale, Federmeccanica aveva ribattuto con 170 euro e una contropiattafirma che con quella dei sindacati non aveva niente a che vedere. Si è a lungo trattato, si è rotto il tavolo, si è scioperato come raramente. Si è restati così a lungo fermi e così divisi come i metalmeccanici non erano mai stati negli ultimi trent’anni e Federmeccanica mai cosi sorda, criticata perfino dai alcuni dei propri iscritti. .
Alla fine ora ci siamo. La firma è arrivata. I sindacati dichiarano come risultati importanti sia l’aver salvato l’istituzione stessa del contratto nazionale di lavoro, sia l’avere sgominato il tentativo di ritorno indietro rispetto al precedente contratto su cui denunciano avessero puntato le associazioni datoriali, sia la conquista di un aumento di 205 euro lordi mensili scaglionati in quattro anni invece di tre ma comunque una cifra superiore all’inflazione programmata, oltre a una serie di avanzamenti sulla sicurezza, la formazione, il precariato, le politiche di genere.
Ovviamente, come tutti i contratti, quello tanto combattuto e atteso dei metalmeccanici è frutto di una mediazione. Tuttavia, i sindacati lo considerano una buona vittoria, tenuto conto delle condizioni rese difficili non solo dall’iniziale chiusura di Federmeccanica – Assistal , delle difficoltà derivate dalla mancanza di una politica industriale nel paese e delle disastrose politiche economiche di questo governo che non si spende per lo sviluppo industriale e a cui preme di più sostenere lo strato alto – grandi patrimoni e rendite – che quello basso della popolazione.
Insomma, secondo Fim, Fiom e Uilm si è raggiunto il massimo ottenibile in questa situazione tramite un contratto nazionale. Già di per sé, sostengono, vale soprattutto l’averlo finalmente firmato, vale che il contratto dei metalmeccanici ci sia e che preveda, come sottolineano insieme Fim, Fiom e Uilm, un avanzamento nello stato dei lavoratori. Dopodiché nessun contratto al mondo potrebbe riempire, in questo paese governato da una destra che inneggia ai propri immaginari capolavori, il gap tra i salari più bassi d’Europa e, al contrario, il forsennato aumento del costo della vita. Il tutto all’interno di una pericolosa stagnazione industriale. E con all’orizzonte una manovra di bilancio, la più povera che sia mai vista e che perfino Banca Italia e Istat indicano fortemente sbilanciata a vantaggio dei più ricchi e a svantaggio di lavoratori e classi popolari. Come, di ritorno dalle trattative, sottolinea Daniele Calosi, segretario Fiom Firenze-Prato-Pistoia.
Per prima cosa, dichiarano insieme i segretari generali di Fim-Fiom-Uilm, Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Rocco Palombella, “abbiamo salvato il Ccnl che non ha mai smesso di essere sotto attacco”. Un risultato che, essendo i metalmeccanici una delle categorie più forti, darà fiato anche agli altri lavoratori ancora senza contratto. Vantaggio non secondario, l’unità sindacale in tempi difficili. “È stata una trattativa molto sofferta, ma siamo riusciti a superare le distanze e a firmare un buon contratto”, concludono i tre segretari. Un contratto che prevede un aumento salariale medio complessivo di 205 euro (lordi) mensili che andrà a regime nei 4 anni in cui il contratto sarà vigente: la prima rata di 27,70 euro è stata già erogata l’1 di giugno 2025, a cui seguiranno le rate per i prossimi anni: 53,17 euro il 1° giugno 2026, 59,58 il 1°giugno 2027 e 64,87 il 1° giugno 2028, tutto al lordo. Più maggiori regole per la sicurezza, maggiore possibilità di formazione, più tutele per i lavoratori in appalto e per le donne vvittime di violenze, attenzione alla parità di genere sul lavoro.
Nonostante i vantaggi vengano diluiti su quattro anni invece di tre, secondo Samuele Lodi che per conto della segreteria nazionale della Fiom Cgil è stato uno di protagonisti della lunga trattativa, “ questo è un ottimo contratto. Non solo gli aumenti complessivi sono del 9,64%, e dunque già superano l’aumento previsto del tasso di inflazione del 7,20% , ma siamo riusciti a confermare anche la clausola di salvaguardia conquistata nel precedente contratto che ha permesso allora di fare entrare nelle buste paga 311 euro corrispondenti all’inflazione reale invece dei 112 dovuti per l’inflazione programmata. E questo, in virtù della clausola di salvaguardia ottenuta allora e che siamo riusciti a conservare nonostante Federmeccanica e Assistal puntassero a togliercela”.
La clausola è uno dei successi sul versante economico che Lodi sottolinea di più, significa che i salari non verrano solamente adeguati all’inflazione prevista (ipca) e poi vada come vada, ma anche all’ inflazione reale se dovesse crescere negli anni di vigenza del contratto, cosa che abbiamo visto non essere così peregrina di questi tempi. Secondo Lodi la conferma della clausola bilancia i quattro anni , invece di tre, di durata del contratto.
Altra vittoria fondamentale, ricorda il sindacalista, è che “dopo tanti anni in cui non si riusciva a ottenere niente, neanche di parlarne, il contratto preveda anche alcune misure di contenimento del precariato dilagante, ovvero che il 20% dei contratti a tempo determinato vengano stabilizzati e che, dopo 48 mesi, vengano assunti a tempo indeterminato anche i lavoratori con contratti con le agenzie del lavoro invece che con le aziende dove sono impiegati. E non secondo un automatismo ma come un diritto: saranno i lavoratori stessi a scegliere se passare nell’azienda o restare nell’agenzia”,
Dopodiché Lodi mette anche in evidenza gli interventi sulla sicurezza per cui diventerà obbligatoria, anche nelle piccole fabbriche, l’analisi congiunta da parte dei rappresentanti per la sicurezza aziendali e sindacali degli incidenti sul lavoro, sia avvenuti che sfiorati. Quanto alla sperimentazione sulle 35 ore di lavoro settimanale chiesta dai sindacati, quella, niente: “Se ne parlerà nel prossimo contratto”. Per ora i datori di lavoro non intendono saperne: tuttavia il contratto prevede un alleggerimento dell’orario dei turnisti tramite qualche permesso in più. Una carta, quella dei permessi, con cui si potrebbe fare molto, vedi la mosca rara della Lamborghini di Sant’Agata Bolognese dove gli operai su tre turni sono già arrivati alle 35 ore tramite, appunto, un meccanismo di permessi.
Complessivamente il contratto, evidenziano tutte e tre le sigle sindacali, prevede più sicurezza, più formazione, maggiore tutele per i lavoratori in appalto come per le donne vittime di violenza, più garanzie per la parità di genere e maggiore contribuzione per la previdenza complementare per le donne (lo 0,2% in più, in modo da arrivare al 2,2%). E ancora l’estensione a buona parte dei metalmeccanici della detassazione dei rinnovi contrattuali tramite l’innalzamento del tetto di reddito dai 28 mila euro, previsti dalla manovra, a 35 mila euro.
Comunque, più delle cifre, conta secondo i sindacati, il contratto nazionale salvato che, se lo si firma, è sempre una vittoria, soprattutto questa volta, dopo tanto tempo di scioperi e tanta perdita di denaro da parte dei lavoratori. Tanto più di valore, il contratto, in quanto unitario, sottolineano le sigle. Soprattutto quando l’atmosfera generale non è favorevole. “Abbiamo conquistato uno dei contratti più difficili degli ultimi 20 anni, che ha visto una stagione di lotta, conflitti e mobilitazione come non si vedeva da tempo per ottenere un rinnovo contrattuale che rappresenta un elemento di giustizia sociale”, e’orgoglioso il segretario nazionale Fim Cisl, Ferdinando Uliano. “E’ stato possibile – continua – solo grazie alla partecipazione dei lavoratori e l’unione del fronte sindacale. Non dimentichiamo lo scontro e la rottura del tavolo con Federmeccanica e Assistal che volevano addirittura mettere in discussione gli importanti risultati del contratto del 2021 con la presentazione di una contro-piattaforma” .
Adesso toccherà ai lavoratori far proprio il nuovo contratto nelle assemblee di fabbrica e nella pratica. Comunque, lo si ripete, il contratto da solo non può farcela. In un paese dove non si regge più l’aumento della spesa in particolare di alimentari, dove, se si lavora, si è soprattutto precari e anche chi ha il posto fisso sempre più spesso può non essere in grado di assicurare a sé e alla famiglia una vita al di sopra della povertà, dove non si consuma, non ci si cura più, si produce poco e soprattutto nella catena bassa piuttosto che in quella alta del valore e di conseguenza si produce poco, si guadagna poco, non si cresce in tecnologia, non si consuma. Un paese dove non si nasce e, se si nasce, poi si scappa, dove la previsione. Nessun contratto può rimpolpare salari reali, ossia in rapporto con il costo della vita, diminuiti di 9 punti rispetto all’inizio del 2001, mentre da ottobre 2021 allo stesso mese del 2025 i costi dei generi alimentari sono aumentati iquasi del 25%: un impatto sul potere d’acquisto che l’Istat definisce assolutamente “rilevante”.