Firenze – Quarantanove rifugiati, 49 famiglie, 49 storie: saranno tutte e 49 lì, ad accogliere Francesco, domenica, momento in cui il Papa sarà a Firenze, in questi giorni patria di pace, non solo, viste le ultime vicende ucraine, mediterranea.
Storie di vita, spezzate dalla violenza e dalla guerra, ma pronte a ricominciare con le loro competenze e il loro carico, affettivo e di speranza nel futuro. Come Mohamad Anosh e la moglie Reha, Mohammad Azreakhsh (anch’egli con la famiglia), e Joseph. Quattro dei 49 rifugiati ospitati a Firenze, che domenica mattina in Sala d’Arme a Palazzo Vecchio incontreranno il papa dei migranti e dei poveri, il papa degli esclusi. Un incontro che avrà purtroppo un ancora più tragico senso, ora che la guerra, dopo le drammamtiche vicende dell’ex Jgoslvaia, torna ancora una volta ad affacciarsi in Europa.
Papa Francesco, in città per l’ultimo giorno dell’Incontro tra vescovi e sindaci del Mediterraneo, vedrà dunque donne e uomini nati in vari Paesi tra cui Afghanistan, Etiopia, Siria, Somalia, Costa d’Avorio, Eritrea e Nigeria, Repubblica democratica del Congo, Gana e Mali.
Le storie si intrecciano alle storie. Stamattina, in Palagio di Parte Guelfa, quattro protagonisti dell’incontro col Pontefice, hanno narrato le loro esistenze. All’incontro, l’assessore al welfare Sara Funaro e Riccardo Bonechi, presidente della Caritas fiorentina. Così, dalle labbra di Joseph, 32 anni, nigeriano, apprendiamo cosa sono i “lager”, come li ha definiti Papa Francesco, della Libia. Un ricordo che ancora adesso rimane così indelebile e tragico da essere, come si esprime lui stesso, “non spiegabile”. Il viaggio di Joseph verso l’Italia ha avuto tempi biblici, come ricorda il suo nome. Un anno e cinque mesi, passando dalla Libia, imbarcandosi nei barconi della speranza, arrivando a Lampedusa. Da qui, è stato trasferito a Firenze. Ha fatto un tirocinio in città nel 2017 e ancora oggi è un prezioso collaboratore della Fondazione Caritas. Inizialmente ospitato in una struttura Cas e poi in una Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), adesso è autonomo e va nelle scuole cittadine a raccontare la propria testimonianza di vita. “Sono contento di poter incontrare Papa Francesco – dice, in preda all’emozione – dice, in preda all’emozione – perché ho visto ciò che fa per tutti”.
.Una giovane coppia di afghani, Mohamad Anosh e la moglie Reha. Fin dal loro arrivo in Italia, le loro due figlie sono state iscritte a scuola e frequentano, rispettivamente, la scuola elementare e dell’infanzia.Tutta la famiglia ha ottenuto lo status di rifugiato e attualmente sono in corso le pratiche per il rilascio del permesso di soggiorno per la richiesta di asilo politico. Anosh è un chirurgo pediatrico e vorrebbe riuscire a esercitare la professione anche in Italia. Nel proprio paese d’origine Reha era un’attivista per i diritti umani e ha collaborato a diversi progetti realizzati in Afghanistan dal Cospe. Fra circa un mese la famiglia si allargherà in quanto è in arrivo il terzo figlio, un maschio. Reha ha anche un fratello che vorrebbe riprendere in Italia il proprio percorso di studi universitari e laurearsi.
C’è anche Mohammad Azreakhsh, anche lui afgano, fin dall’arrivo in Italia i suoi figli sono stati inseriti, grazie anche alla collaborazione dell’Istituto Universitario Europeo, rispettivamente presso la scuola dell’infanzia e l’asilo nido. Tutta la famiglia ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato ed è già in possesso del permesso di soggiorno per asilo politico. Azreakhsh è un tecnico informatico e, poco dopo il suo arrivo in Italia, ha iniziato a collaborare con l’UE proprio nel settore in cui si è specializzato, riuscendo a portare avanti il suo percorso professionale. Sua moglie Lina è laureata in Scienze biologiche, in Afghanistan svolgeva la professione di insegnante. I signori Roshangar vorrebbero riuscire a portare in Italia i propri genitori e fratelli che, purtroppo, non sono riusciti a lasciare l’Afghanistan in modo da ricongiungersi con loro.
I rifugiati presenti all’incontro con il Santo Padre sono inseriti nei percorsi di accoglienza e integrazione con la Fondazione Solidarietà Caritas, dalla Diaconia Valdese, dall’associazione Cinque pani e due pesci e dalla cooperativa sociale Il Girasole. Le 49 persone sono state ‘scelte’ per la loro diversa esperienza di accoglienza in città. Il modello di accoglienza di Firenze prevede infatti varie fasi e possibilità: c’è l’accoglienza nei Centri di prima accoglienza straordinaria (Cas) e nel sistema di accoglienza e integrazione (Sai); ci sono persone arrivate attraverso i Corridoi umanitari e altre che dopo essere passate dai percorsi di accoglienza in struttura adesso hanno una vita autonoma e hanno completato il processo di integrazione.
La questione dell’accoglimento, aiuto, integrazione è sottolineata da Riccardo Bonechi, direttore della Caritas. “Si tratta di famiglie e singoli che conosciamo – dice Bonechi – famiglie che hanno trovato accoglimento, lavoro, casa, coinvolgimento sociale nella diocesi. Il nostro compito non si esaurisce nell’incontro col Papa, ma in un accompagnamento verso gli obiettivi delle persone. Sono famiglie e singoli che conosciamo da diversi anni, sia come Caritas, ma anche assistite dalle altre realtà del territorio fiorentino che fanno parte della Consulta delle attività caritative. Sono profughi e migranti che hanno già fatto un percorso di inserimento nella realtà cittadina e provengono da vari Paesi, soprattutto dalle coste del Mediterraneo”. “Le loro sono testimonianze significative di inclusione e accompagnamento all’interno della nostra città – ha continuato – a Firenze queste persone hanno trovato una casa, un lavoro seppure con le difficoltà che purtroppo rimangono per la loro storia di migranti. Sono soprattutto nuclei familiari quelli che il Papa incontrerà, abbiamo voluto dare una rappresentanza geografica, ma anche spirituale, sono persone di diverse religioni”.
“Siamo tutti molto emozionati per l’incontro di domenica con Papa Francesco – ha detto l’assessore a Welfare Sara Funaro – quando avremo l’occasione di fargli incontrare i rifugiati e mostrargli il nostro sistema di accoglienza e integrazione. Firenze ha ormai da tempo un modello consolidato che parte dall’accoglienza in strutture di vario tipo e si chiude con il percorso di integrazione nella nostra comunità”.
“Ogni persona e ogni famiglia ha una storia a sé – ha continuato l’assessore – purtroppo si tratta di storie di grande sofferenza, ma tutte accomunate dalla speranza di una rinascita sul nostro territorio. Rinascita che stiamo cercando di dare a tutti. Svariate sono le storie di persone che oggi vivono in maniera autonoma in città, lavorano e hanno una nuova vita e noi ne siamo felici ed orgogliosi”.