Firenze – Anche la compilazione di programmi è un’arte e felicissima è parsa la scelta di coniugare in uno stesso appuntamento concertistico la prima e l’ultima sinfonia di Dmitrij Šostakovic. Un programma monografico, interamente dedicato al compositore russo, che la London Symphony Orchestra ha eseguito ieri al Teatro dell’Opera di Firenze all’interno della programmazione del Maggio Musicale che in questi giorni procede a tutto regime con manifestazioni, musicali e non, in tutta la città.
La compagine inglese con il suo Direttore Principale sul podio Valery Gergiev, è considerata a buon diritto una delle orchestre più prestigiose del mondo e già dalle prime battute della Ouverture Festiva op. 96, altro brano di Šostakovic posto in apertura di programma, si è potuto capirne il perché dal suono ricco di colori, corposo e smagliante coniugato ad una straordinaria disciplina nell’andar uniti come un sol uomo. L’ Ouverture Festiva op. 96, composta 1947 per celebrare il trentesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre (ma eseguita per la prima volta soltanto sette anni più tardi), si inserisce in quello stile di celebrativismo ambiguo in cui Šostakovic era maestro, chiarissima però è la sua intenzione di mettere in luce le qualità virtuosistiche degli esecutori.
Gergiev è un direttore carismatico e intenso . Dall’alto dei sui sessantadue anni può dire di aver vissuto in prima persona le trasformazioni che hanno portato l’Unione sovietica a diventare la Russia di oggi. Ha conosciuto Šostakovic. Sceglie così una via anomala, più intima e segreta per parlare del compositore russo. Non le opere più note e famose , ma quelle che segnano il percorso di una vita . Che Šostakovic sarebbe diventato un grande sinfonista, il più grande del Novecento, lo si capisce dunque da subito, la Sinfonia n. 1 in fa minore op. 10 è il brano composto per il diploma in Conservatorio. Originale nella scelta timbrica, con l’aggiunta anche di un pianoforte nell’organico, geniale nelle soluzioni armoniche, allineate alle tendenze della musica contemporanea dell’epoca.
Siamo nel 1925 e il compositore ha 19 anni. Questa prorompente vena non conosce le maglie della numerologia e osa sfatare quel muro ideale , nove, contro cui si erano scontrati altri grandi sinfonisti come Mahler e Bruckner. Lui di sinfonie ne compone 15. L’ultima, a pochi anni dalla sua morte, nel 1971 che giocoforza assume il valore di un testamento. Molto è cambiato dalle sinfonie ruggenti degli anni della maturità. Come Rossini, di cui si cita curiosamente la Ouverture del Guglielmo Tell , nel primo tempo , forse anche qui siamo in presenza di un péché de vieillesse.
Gergiev , con lo strumento formidabile che dirige, scolpisce ogni nervatura della pagina, dilata l’ampio Adagio quasi smarrendosi nei meandri di un’evoluzione ripiegata su se stessa fino a giungere alla inarrivabile intensità dell’ultimo movimento dove tra struggenti citazioni wagneriane, autocitazioni di opere e figurazioni del passato, si arriva alla coda in pianissimo, una progressiva rarefazione di suoni, che diventano nelle mani di Gergiev, intenzioni, memoria, ricordo, tenerezza, come un addio e un distacco sereno e malinconico.
Si parlava, tra il pubblico, di esecuzione da archivio, certamente un concerto– siglato da ovazioni unanimi – che resterà nella memoria di chi c’era. Non un tutto esaurito, come era giusto e auspicabile che fosse, motivo di riflessione per quanti frequentano il teatro dell’Opera e credono nelle sue sorti magnifiche e progressive.
Foto: www.mariinsky.ru