Mafia: una retata poco stupefacente

A volte ti capita di leggere i quotidiani locali e, per qualche minuto, ti coglie proprio una vertigine esistenziale, come quando ti risvegli all’improvviso in casa d’altri e ti sembra che tutta la stanza ti ruoti attorno,mentre il tuo cervello cerca invano i punti di riferimento ai quali è abituato nel quotidiano (non il giornale, beninteso). Prima pagina: 120 arresti, o giù di lì, in 24 ore, e poi perché non hanno fatto in tempo ad arrestarne 150. La cosa che ti sorprende di più, però, non è il numero delle misure cautelari – in fondo, Reggio Emilia è citta di Eccellenze: al di là dei campanilismi, noi qui veramente volendo facciamo meglio e più degli altri, qualità e quantità. No; la cosa sorprendente è che qualcuno si sorprenda. Se non fosse inquietante sarebbe anche dolcissima, ‘sta cosa: la capacità di credere alle favole anche da adulti è un lato molto tenero del borghesotto che fino ad oggi credevamo perso, e invece…
Che in una cittadina come Reggio Emilia, nella quale da molti decenni si cerca di alzare meno polvere che sia possibile a tutti i livelli – politico, istituzionale, legale, imprenditoriale – per fare sì che tutti mettano da parte tutto quello che possono agendo indisturbati, secondo noi non fa notizia più di tanto. Dagli anni ’50 in avanti, oltre all’industriosità la cosa che contraddistingue maggiormente le tre cugine in fila sulla via Emilia – Modena, Reggio Emilia, Parma – è infatti quello straordinario mix tra industriosità e mancanza di autocritica che, in fondo, è poi il vero DNA di tanta Italia. Il fatto che ci siano stati 120 arresti, con una premessa del genere, dovrebbe stupire in quanto i numeri sono bassi, non già alti, a prescindere dalla spettacolarità dell’intervento. Poi, però, subito alcuni dati ti riportano alla realtà. Intanto, il fatto che l’operazione non sia partita da Reggio Emilia, ma dalla Dda di Bologna; non è un segreto che da Reggio per Reggio raramente si sia agito, o agito a sufficienza, dal secondo dopoguerra ad oggi. Che poi si tratti di un problema di competenza, di prospettiva sbagliata, come quando sei presbite ma ti ostini a leggere da vicino senza occhiali, o da precise direttive politiche o da volontà opportunistiche, o mancanza di esse, è tutto da vedersi; certo è che i fenomeni criminali hanno fatto serenamente in tempo a radicarsi con forza, e oggi possiamo vantare una delle più belle collezioni di mafie dell’intero territorio: pugliesi, calabresi, nigeriane, siciliane, russe, cinesi, napoletane, rumene, albanesi che convivono serenamente con i tanti sodalizi locali. Un esempio fulgido di integrazione, e anche in questo non siamo secondi proprio a nessuno. Altro dato rassicurante è la presenza familiare dei tanti collusi nostrani, un sistema imprenditoriale che, come già rilevato lo scorso anno (fingevate di esservene dimenticati, eh, spiritosi!) prospera sulla pulizia dei soldi della malavita di mezzo mondo, felice com’è di acquistare treni di fatture false per poter scaricare quel po’ di imponibile che diversamente dovrebbe essere tassato, ah, Governo ladro, se non ci facciamo così il gruzzoletto poi come potremmo fare le vacanze alle Maldive ogni anno?
Infine, a suggello di una serenità ritrovata, la risposta da voci di cittadini e istituzioni pronti a capire quello che pare loro nel marasma scatenatosi alzando il sasso piatto. E’ una vera e propria gara tra chi attribuisce la colpa di ogni cosa ai soliti immigrati cattivi, calabresi ovviamente in prima persona, chi stupisce che siano stati arrestati personaggi reggiani di piccolo cabotaggio, certamente (come potrebbe essere altrimenti?) estranei ai fatti, per colmo di ingiustizia e vessazione evidentemente in odor di sabotaggio politico, e chi avvisa che lei, proprio lei, aveva detto che le mafie a Reggio erano un problema grave, anche se in realtà sembrava che avesse detto il contrario, ma si sa, come accade a tutti i grandi artisti non l’aveva capita nessuno, e ora come Peppe er Pantera l’hanno rimasta sola, sti quattro cornuti.

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