Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?

gaberjaannaccifoMa cos’è la destra, cos’è la sinistra, cantava il povero Giorgio Gaber, preso in ostaggio tra una delusione comunista, la fine di questa e la corsa all’accaparramento del cantastorie dalle diverse fazioni, una volta rinnegata la tessera. E poi, in un feroce scherzoso gioco di cinghiate fratricide, cominciava a far l’elenco con Luporini alla lavagna: segna, la minestrina è di sinistra, il minestrone, di destra. La mortadella: di sinistra, neanche a dirsi, e il culatello di destra, forse con una gomitata alla memoria di Giò Stajano e di tanti supermaschi gerarchi e gerarchetti e i loro peccatucci coi trenini rosa post Ricostruzione dei salotti bene, illuminati ad appliques. E poi, le bastonate più feroci, a se stesso e a tanti colleghi: “tutti i films che fanno oggi son di destra / se annoiano son di sinistra”, a indicare tutta una vastissima, ancora purtroppo non morta logorroica, asfittica produzione incomprensibile di robe grigissime e dis-emozionanti in grado di sopravvivere solo grazie ad un monito che si leva silente sulla folla: non è lo spettacolo una cagata, come direbbe Fantozzi, sei tu che sei ignorante e non lo capisci.
E la folla fa di sì con la testa, non capisce ma simula. E ancora: “il concerto nello stadio è di sinistra / i prezzi sono un po’ di destra”, l’arte delle masse, liberatevi nei luoghi a ciò deputati e poi lamentiamoci del rusco da portare via, tutto va bene purché il peso dell’operazione sia collettivo e gli incassi privati; stagione ideologico-musicale che a Reggio ben conosciamo, per trascorsi anche piuttosto recenti. Nel solco di questa fasullissima diatriba si pone anche, mai fuori tempo massimo a quanto pare, la querelle provocata (l’avreste mai detto?) dalla scomparsa del povero Dario Fo, reo di essere morto, lui, Nobel, nel giorno della proclamazione di un altro scomodo Nobel, del quale parleremo fra poco.
Il popolo Web, e non solo, si divide le spoglie del guitto nazionale ormai stanco e per decorsi limiti di età logicamente un po’ decotto tirandole di qua e di là come fanno i kazaki nel buzkashi, che si strappano di mano l’un l’altro a frustate la carogna dell’agnellone da una parte all’altra del campo di gioco, sospingendola per necessità e per opportunismo di qua e di là dall’ipotetica linea che, sola, pare contendersi da sempre l’intero dibattito italiano sulla cultura: sarà di destra, o di sinistra? Dario Fo, sarà stato di destra, o di sinistra?
Naturalmente, gli otto decimi dell’intellighenzia italiana non si sforzano neppure tanto: eh beh, ma c’è da dirlo, era di sinistra, dei nostri, ce l’aveva coi poteri forti. E la destra insorge: ma che state a ddì, era borghese e neanche piccolo piccolo, usciva dai teatri popolari, sì, ma subito dopo spammava i salotti bene e lo trovavi a Cortina e in via Montenapoleone e a Pesaro alle prime rossiniane, è chiaro che era dei Nostri; ipotesi suffragata peraltro dalla Fallaci, la quale l’unico giudizio artistico che è mai stata in grado di dare sul Nobel a Fo è stato, appunto, politico: ma come, un Nobel ad un fascista? Come se per statuto fosse vietato, peraltro: o come se l’essere appartenuti millanta anni fa ad una compagine, in toto o per sbaglio o per caso, inficiasse il valore dell’operato artistico.
Reductio ad hominem della più bell’acqua; passò sotto silenzio, ora rispunta fuori, assieme a tutte le sclerate di Oriana, ogni volta che per puro caso l’argomento rientra tra quelli da lei toccati (con veleno). Per cui: insomma, Dario Fo era di sinistra o di destra? Dopo tante opinioni altrui, ecco la nostra: ma chi se ne frega? Nel momento in cui dovessimo dire che lo apprezzavamo perché politico dovremmo anche arrivare ad ammettere che più incomprensibile era, più ci sembrava cervellotico e quindi culturale e quindi di sinistra, magari, e quindi ce lo dovevamo far piacere; e sentiamo Gaber che ride amaro fin da qui. Su tutto la grande amarezza mai abbastanza compresa della famosa frase di Montanelli, “Mussolini è colpevole di averci dato vent’anni di fascismo e vent’anni di antifascismo”; se fosse ancora vivo oggi aggiungerebbe altri trenta o quarant’anni di inutile dibattito politichese sul valore di cultura e arte che paiono ancora e sempre soffocate da questi inutili dubbi.
Perché è innegabile che, per un certo lungo periodo e ancora oggi via strascichi, mentre altro ci sono artisti di destra e di sinistra e non di destra e non di sinistra, da noi si era – si è – o artisti, o di destra, oppure si tace e si manda la gente in confusione; perché ancora è necessario sapere cosa vota o con chi va a letto chi produce emozioni e sapere, evidentemente. Chissà a che titolo di utilità. Come se fosse necessario andare a letto con Renato Zero o Elton John per apprezzarne la caratura artistica. A proposito, di che fazione sarà Zero? O Alberto Sordi? E perché non si è mai sposato? Eeehh… In quel preciso momento, come direbbe il compiantissimo Buzzati, mentre qui un premio Nobel purtroppo ancora politico spirava dall’altra parte del mondo veniva assegnato un altro politicissimo Nobel ad un uomo che, ancora in questo momento, mentre scriviamo, se pure ha una opinione su tale riconoscimento (che sia o no politica) ancora non ci è dato saperla.
La sua, no; quella di mezzo mondo, invece, sì. Che quel Robert Zimmermann che tutti in un modo o nell’altro conosciamo – impossibile evitarlo, vi piaccia o no – sia la persona più adatta, lui cantautore e musicista, per essere insignito di un premio per la Letteratura, certo può essere argomento di disquisizione: che c’entra la chitarra, che c’entra il canto? Ma la letteratura non era scrivere libri? Poesie, racconti, romanzi, quelle robe lì? Certo. Eppure; cosa definisce la letteratura? Se la poesia è letteratura, non può esserlo anche un fumetto, o una sceneggiatura? E se sì, perché no il testo di una canzone? Che differenza c’è tra chi scrive racconti e chi li poeta? Il ruolo come narratore del cantastorie, in questo frangente, non è stato apparentemente considerato dai tanti che, come Baricco e altri che rosicano o magari solo offrono pareri colti e cauti, forse sono schierati dalla parte di chi pensa che letteratura sia solo scrivere testi destinati ad un pubblico di riferimento colto e sofisticato, oppure in grado di annoiarsi a sufficienza per dire: ecco, questa sì che è letteratura! Intendendo con ciò che è letteratura degna di questo nome.
Dylan, tanto per non smentirsi, non ha nemmeno ancora risposto. Noi, dall’umile canto nostro, pensiamo che il Nobel per la letteratura possa benissimo andare assegnato a qualcuno che racconti storie, anche minime, anche musicandole, e che si sia meritato un riconoscimento di simile portata per avere decisamente influenzato le idee di un intero mondo nell’arco di tempo che abbraccia tre o quattro generazioni. Ci piacerebbe anche vederlo assegnato allo stesso modo a persone allo stesso modo fuori dai giochi, magnifiche e influenti nel loro campo quali Moebius e Pratt per il fumetto, ma purtroppo quello postumo non è possibile – e non sappiamo neppure, dopo tanta cagnara su quello di Dylan, se i tempi possano essere maturi e se la cricca degli intellettuali a tutto tondo non se la prenderebbe troppo a male. Nel frattempo, con buona pace di tanti che stanno lì a parlare di questioni di lana caprina, notiamo come nel 2001 (sì, era già in lizza anche allora) Dario Fo alla vigilia della consegna intervistato ebbe a dire: “Sarei proprio contento se fosse Bob Dylan”. Il cerchio, come spesso accade, si chiude, alla faccia di quanti stanno ancora a pensare alle ideologie.
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