
“Stanislao Farri e l’archivio dell’utopia” è il titolo del catalogo e della mostra, curata da Laura Gasparini e Monica Leoni, che la Biblioteca Panizzi dedica al decano dei fotografi reggiani all’interno della tredicesima edizione di Fotografia Europea. Una importante occasione per far conoscere alla città una piccola parte del patrimonio dell’archivio fotografico di Farri, conservato nella Fototeca della Biblioteca, acquisito a partire dal 1995 e costituito da oltre 170.000 pezzi tra negativi e positivi.
L’esposizione che conta oltre cento scatti, realizzati dal fotografo reggiano ultranovantenne tra la fine degli anni cinquanta e gli inizi degli anni ottanta, documenta le diverse sfaccettature del patrimonio culturale, folklorico e industriale locale, includendo anche il paesaggio proposto come “museo diffuso”. La ricerca fotografica di Farri si caratterizza per lo studio costante nel tempo, fondamentale per comprendere sia le sue modalità di lavoro sia le diverse identità culturali che hanno trasformato la città e il territorio nel corso degli anni.
Parallelamente all’attività professionale, Farri si dedica, alla fotografia amatoriale, accentuando, l’interesse per gli aspetti formali dell’immaginazione e realizzando anche, in camera oscura, elaborazioni e sperimentazioni volte a saggiare e a conoscere procedimenti di sviluppo e di stampa. Negli anni Ottanta si confronta inoltre con la fotografia a colori, e dal 1989 comincia talvolta a utilizzare pellicole all’infrarosso.
In occasione del momento inaugurale in aprile Stanislao Farri ha sottolineato l’importanza della fotografia come strumento di documentazione, l’unico in grado di afferrare quei lenti cambiamenti che avvengono mentre noi viviamo e che proprio per questo motivo sono difficili da cogliere. “Un buon fotografo – ha chiarito Farri – deve dotarsi di una dote imprescindibile, la pazienza: la pazienza di scoprire il territorio, di conoscerlo; la pazienza di fare e rifare più scatti, per evitare il rimpianto di non aver fatto quello giusto; la pazienza di aspettare la luce adatta, quella naturale del sole, che sfugge al nostro controllo e che bisogna imparare ad usare”.
Sono tanti gli aneddoti legati alle varie situazioni in cui le fotografie della mostra sono nate: come ad esempio il passaggio in città di un carro di contadini ai quali il fotografo chiese di andare dall’altra parte della strada per poter riprendere oltre a loro in primo piano, anche il cosiddetto “grattacielo” nei pressi della stazione sullo sfondo dell’inquadratura, mettendo così a confronto due mondi lontanissimi eppure contemporanei nella Reggio del dopoguerra. Oppure, i tanti episodi legati agli incontri fatti con il mondo contadino durante la sua ricerca sugli antichi caselli, riguardo alla quale in mostra si è cercato di evidenziare il metodo di lavoro che dall’archivio ha portato ad un’importante pubblicazione.
La mostra ad ingresso gratuito è visitabile fino al 17 giugno negli orari di apertura della biblioteca: dal lunedì al sabato: 9 – 20, domenica 10 – 13 ingresso libero
Stanislao Farri nasce a Bibbiano (provincia di Reggio E.) nel 1924, da un’umile famiglia di origine contadina. Nel 1949 lascia la bottega di calzolaio del padre per lavorare, in città, come apprendista tipografo. Nel contesto lavorativo viene a contatto con la tecnica fotografica e sperimenta i materiali fotosensibili. Nel 1943 partecipa per la prima volta ad una mostra fotografica collettiva. Nel 1955 lascia il lavoro da tipografo e abbraccia quello del fotografo professionista mettendo a frutto l’esperienza maturata nel campo amatoriale che mantiene sempre vivo per tutta la sua carriera.
Farri ha partecipato ad oltre 500 mostre italiane e straniere ottenendo riconoscimenti internazionali nel settore dilettantistico, mentre in quello della fotografia professionale, si è distinto nel campo della documentazione dei beni culturali e nel campo industriale, lasciando una preziosa attestazione della storia del lavoro nella città di Reggio Emilia.
Farri ha intrapreso anche un’intensa attività di indagine relativa alla cultura materiale come, ad esempio, le ricerche sui i caseifici e sugli usi e costumi delle classi più umili, arrivando a costituire, nella moltitudine dei soggetti, un archivio di straordinaria importanza.