L’Unità è viva. La frammentazione anche vegeta

unitàIl “dibattito” sui social network dà spesso la stura allo sciocchezzaio più variegato e multiforme e l’incetta di luoghi comuni non poteva non caratterizzare un argomento già di per se stesso incline al cliché come appunto la chiusura (ennesima, previa sistematica riapertura a suon di soldoni pubblici) del quotidiano l’Unità. Se ne sono lette di ogni, collegate a questa presunta perdita di un “patrimono storico italiano”, dalla scomparsa della famigerata “classe operaia” alla crisi della politica, dalla crisi dell’editoria, fino al complotto più o meno pluto-giudaico-massonico.

La realtà è, come spesso accade, più semplice e al contempo più complessa. Primo: nonostante la presenza di ottimi professionisti, l’Unità si è arresa negli ultimi tempi ad essere “irricevibile” culturalmente. Non più rappresentativa cioè delle residue sacche dell’elettorato veramente di sinistra, magari più propenso alla lettura del Manifesto (o altre testate che ancora pullulano nel monocromatico mondo falcemartellato), impossibilitata a reggere il confronto col Fatto Quotidiano, organo ufficiale del giustizialismo politico da cui l’Unità (in questi tempi di Governo e non di opposizione) ha dovuto prendere le distanze (tranne nel caso in cui indagati e arrestati fossero del centrodestra), non ancora capace di trasformismi estremi da risultare accettabile a un Pd retto da un Renzi molto più simile a Berlusconi che non ad Antonio Gramsci. Per quello c’è la Bibbia dei radical-chic, il quotidiano la Repubblica. In sostanza senza possibilità di posizionamenti ideali e dunque confinata a ideologismi triti e ritriti in cui solo poche migliaia di anziani (qualcuno ha mai visto in edicola ritirare l’Unità da parte di un lettore sotto la settantina?) ancora si riconoscevano.

Secondo: la dura legge del mercato. Indebitata per 30 milioni di euro, già salvata a più riprese, anche la storica testata deve fare i conti coi propri fallimenti, che sono di impresa non meno che di battaglie. Perché dovrebbe essere tenuta in vita, coi soldi di una collettività che ne ha decrato la morte col proprio palese disinteresse, un quotidiano di partito mentre una fabbrica veneta di turaccioli alle prese con debiti insostenibili può tranquillamente defungere senza il piagnisteo da coccodrillo dei politici di turno? Nel mondo hanno chiuso decine e decine di organi di informazione molto più rappresentativi e gloriosi dell’Unità. Senza contorni lagrimevoli da prefiche prezzolate al fine di scenografia salva-facciata.

La crisi dell’editoria, acuita dalla crisi economica e dalla morìa generale dei quotidiani, in Italia è soprattutto crisi di lettura in generale. Perché è una crisi morale e culturale, o culturale e morale a seconda di cosa tiri per prima la volata verso il burrone. In Italia non solo non si leggono giornali ma nemmeno libri. Non si legge punto e basta. In più l’avvento di nuovi media e delle nuove tecnologie permette a chi si voglia informare di farlo senza ormai pagare più un quattrino.

Questo il contesto di cui hanno fatto le spese realtà editoriali ben più solide, diffuse, rappresentative e moderne del quotidiano in questione, senza che nessuno il giorno dopo manco se ne sia accorto. Ciò detto si augura all’Unità di tornare presto a nuova vita, magari con investimenti di un privatto che creda ad un progetto e giammai attraverso parassitismi para-pubblici e/o ai giornalisti che vi lavorano di trovare al più presto nuovi stimoli professionali.

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