Bernd Wolfgang Lindemann, direttore della Gemaldegalerie di Berlino, e Maria Vittoria Marini Clarelli, Soprintendente alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, sono stati i relatori di una conversazione tenutasi il 5 aprile scorso alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia. La conferenza, dal titolo “Lo spazio e il tempo del paesaggio”, ha introdotto il nuovo progetto dell’artista leccese Flavio de Marco. Lindemann ha presentato un personale percorso attraverso la pittura paesaggistica, in origine non identificabile come genere autonomo, ma affermatasi come tale con il passare del tempo.
Non c’è traccia alcuna di paesaggio, ad esempio, nelle pale risalenti al 1200: lo sfondo alle figure è spesso uniforme e piano; d’altra parte, quando introdotto, l’elemento naturale funge all’inizio da semplice cornice ai personaggi, non svolgendo un ruolo attivo nella composizione. Si parla invece di interazione tra scena e soggetto, quando la prima integra la propria essenza spaziale con la dimensione temporale e la sfera psicologica: esempi di questo genere si collocano a partire dal XV secolo. Il paesaggio arriva dunque a rappresentare un elemento straniante in molteplici rappresentazioni discordanti rispetto all’iconografia classica, facendosi portatore di una dimensione psicologica. E’ in questi casi che si parla di autonomia dell’elemento naturale, dotato di una connotazione intima e simbolica. Lindemann porta come esempio Cranach il Vecchio, che nel 1504 dipinge “Riposo durante la fuga in Egitto” esaltando la drammaticità dell’episodio attraverso l’introduzione sullo sfondo di catene montuose e alberi sempreverdi. L’abete centrale nella scena, in particolare, si lega alla figura di San Giuseppe, paterna, protettrice. Il contributo del paesaggio è determinante alla comprensione del dipinto: si fa carico di esaltarne il carattere più sensibile, a discapito della coerenza spaziale, temporale ed iconografica.
Maria Vittoria Marini Clarelli presenta invece un resoconto rispetto alla concezione del tema nel corso del ‘900. Con la Land Art il paesaggio è vero e proprio oggetto di intervento, essenza del gesto artistico: lo si trasforma, rendendolo vero protagonista in un decennio, gli anni sessanta, di rinata coscienza ecologica. Marini Clarelli individua come effetto dell’avanzamento tecnologico il nuovo modo di osservare l’ambiente naturale, spesso attraverso i finestrini dei nuovi mezzi di trasporto: automobili, treni, aerei. La diffusione del progresso è la principale responsabile degli stravolgimenti estetici del paesaggio: ferrovie, autostrade, infrastrutture per i trasporti, hanno radicalmente modificato l’ambiente naturale e continueranno a farlo. Il secolo scorso oscilla dunque tra il mito del progresso e la conseguente esaltazione della trasformazione del paesaggio per mano dell’uomo, e una ricerca a ritroso, verso l’autenticità della natura. A partire da Gauguin, attraversando i Fauves che a lui si ispirarono, fino a giungere alla più recente Land Art e all’arte povera, troviamo anche oggi nuovi slanci etici ed artistici in difesa del paesaggio. Questo perché la sua ineguagliabile essenza possa continuare a rivelarcisi, e non si debba mai ricorrere ad incomparabili surrogati virtuali.
Anna Vittoria Zuliani