
“Cos’è accaduto nel Paese? Lei nel 2014 prese 11 milioni e 200 mila voti; ora poco più di sei milioni. Come se lo spiega?
«Di più: siamo passati da 13 milioni di voti del referendum ai 6 milioni di domenica scorsa. Abbiamo dimezzato i voti assoluti rispetto a quindici mesi fa. Allora eravamo chiari nella proposta e nelle idee. Stavolta — e mi prendo la responsabilità — la linea era confusa, né carne né pesce: così prudenti e moderati da sembrare timidi e rinunciatari. Dopo un dibattito interno logorante, alcuni nostri candidati non hanno neanche proposto il voto sul simbolo del Pd, ma solo sulla loro persona». E’ uno dei passaggi dell’unica intervista che Matteo Renzi abbia concesso alla stampa italiana dopo gli esiti (per lui ed il Pd disastrosi) del voto del 4 marzo. Pubblicata sul Corriere della Sera il 12 marzo.
In molti hanno ricordato, dopo lo sfogo renziano, che anche dalle nostre parti i primi cartelloni elettorali di Graziano Delrio, poi eletto alla Camera, non arrecavano nessun simbolo di partito. La strategia pubblicitaria era tutta incentrata dunque sulla personalizzazione della candidatura più che l’appartenenza ad uno specifico gruppo politico.
Solo in un secondo momento anche i manifesti elettorali di Delrio conterranno esplicitamente il simbolo del suo partito; forse i “generali” renziani, più realisti del loro (oggi ex) comandante, stavano già preparando diciamo così una “exit strategy” guardando al dopo risultato, forse invece una semplice coincidenza.