Lettera all’amato: la letteratura nel giallo

Conversazione con la scrittrice Elena Marmiroli
Elena Marmiroli

Valeria Montanari

Frugi. Quando Marco Tullio Cicerone utilizza per la prima volta questo termine nelle Discussioni di Tuscolo, ne illustra il significato con chiarezza, sottolineandone sia il valore di frugalità, – quello che arriva fino a noi – sia l’accezione di sobrietà e semplice rigore, significato che invece sfugge all’italiano moderno.

Di Elena Marmiroli mi appartiene questa precisa caratterizzazione: una persona col dono disarmante della semplicità, estremamente affabile, che con lo stesso semplice rigore ha preteso da una classe di terza superiore la comprensione grammaticale, stilistica, storica e sintattica di Le Rossignol, un famoso lais (racconto in rima) di Marie di France, quando le 23 persone in oggetto erano mediamente in difficoltà a coniugare in francese un verbo irregolare al presente.

E’ finita che ci siamo ubriacati di Marie de France, della civiltà cortese coi suoi cantari, della differenza tra linga d’oc e d’oil e abbiamo iniziato a studiare il francese moderno partendo da uno scritto di quasi novecento anni prima. Questa è l’Elena Marmiroli insegnante, una persona alla quale non manca la determinazione, quella più bella e utile, quella intrisa di serenità, che sa anche interrompere una lezione pesante con una bella storia da raccontare.

Quando oggi a quasi vent’anni di distanza ho incontrato la Marmiroli scrittrice e il suo Lettera all’amato nel giorno del suo matrimonio (Miraviglia Editore), ritrovo con immenso piacere tutta “la teofania” che nella mia testa ha sempre accompagnato la sua imagine: il rigore formale delle parole, la razionalità degli intrecci, la conoscenza letteraria, il sense of humor che spinge uno scrittore “coi numeri” a cimentarsi in un giallo, genere letterario considerato di norma dal gotha intellettuale come minore.

E infatti anche nel libro Elena si mette alla prova, e tra delitto e indagini serrate, rende personaggio tra i personaggi un diario apocrifo di “un’anima bella” (cit.) del primo ottocento: un probabile regalo che dona a se stessa e ai suoi lettori, invitati a cogliere unicamente la rarità descrittiva di tale cameo, e non eventuali e probabilmente pesanti implicazioni storico – contestuali.

Quanto hai impiegato a redigere Lettera all’amato?
Direi sei, sette mesi; ma il personaggio del commissario, come pure alcuni scenari, esistevano già.

Quale dei personaggi del libro ami di più e perché?
Senz’altro il commissario Lojacono. Mi piacciono le sue debolezze: che è ipocondriaco, che ha paura degli ospedali, che ha sempre freddo. Mi piace quel suo modo di fare paterno e protettivo con le donne – le quali magari si illudono di poterselo cucinare come vogliono, ma alla fine è lui che la spunta. Mi piace molto anche sua moglie: Heinrike. In questo romanzo compare di fatto soltanto nella seconda parte, ma in quello che sto scrivendo ha un ruolo più ampio. Mi piace di lei questo trovarsi in mezzo fra un desiderio di autonomia e indipendenza e un ruolo che rimane comunque abbastanza tradizionale e che è quello di moglie. Mi piace la coppia che formano: sbilenca ma solida.

Come mai compaiono così tante donne in queste pagine?
Me lo sono chiesta anch’io. Credo che ci siano diversi motivi: intanto le donne sono molto più interessanti, varie e multiformi degli uomini; quindi per uno scrittore sono più gratificanti da descrivere. Poi questo commissario in un certo senso le attrae: è come se anelassero ad accorrere sotto la sua ala protettrice. Infine c’è il paradosso del sospettato principale: sgraziato nell’aspetto ma inspiegabilmente affascinante: anche lui è come una candela che attira le falene…

Qual è il tuo mantra da scrittrice?
Dopo anni di penna rigorosamente stilografica, chili di carta e litri di inchiostro, proprio durante la stesura della Lettera all’amato sono passata al computer; e devo dire che mi ci trovo benissimo, anche se pare che ci se ne debba un po’ vergognare.
Per il resto, scrivo al mattino – quando posso, naturalmente, perchè di mestire faccio l’insegnante, e normalmente al mattino sono a scuola. Ma se posso – la domenica, il giorno libero – scrivo al mattino, subito dopo colazione e in vestaglia. E bevo litri di tè.

E’ abbastanza insolito trovare intrecci letterari in un giallo … Come mai questa scelta?
Be’, bisogna tener presente che questo è un giallo in cui la chiave del caso è la storia di una passione. Si fa fatica a fare la storia di una passione in termini di report giornalistico. Questa passione, poi, non ha nulla di tipizzato: è una passione singola, individuale, unica; e l’unico linguaggio che descrive il singolo è il linguaggio letterario.

La tua storia di insegnante influenza quella di scrittrice? Convivono bene?
Convivono abbastanza bene, anche se vorrei avere più tempo per scrivere (contrariamente a quanto pensa un sacco di gente, l’insegnamento non è un lavoro part-time). Ma rimangono due attività abbastanza parallele. Io non scrivo di scuola né di adolescenti. Permane in me, nonostante l’età, qualche tratto adolescenziale che mi pemette di avere, credo, un buon rapporto con gli studenti. Ma tendo a trattarli come gli adulti che saranno. Credo che il compito della scuola sia di stimolare costantemente, non di far passare il messaggio che “in fondo vanno bene così come sono”. Inoltre il proprio dell’adolescente, il suo orgoglio in un certo senso, è di essere incompreso dall’adulto. Se ci mettiamo a comprenderli troppo gli roviniamo il gioco. Ciò non toglie che la solidarietà e la simpatia dei ragazzi mi è stata spesso, psicologicamente, di grande aiuto anche proprio nei momenti di sconforto “letterario”.

Tre libri che hai letto, amato e che ti hanno ispirata.
E’ una domanda che mi mette in difficoltà. I miei modelli sono decisamente “alti”. Non vorrei, citandoli, fare la figura della presuntuosa, né mettere il mio romanzo di fianco a giganti che lo farebbero apparire necessariamente un nano. Comunque: un libro che ritengo insuperabile nell’analisi psicologica della passione, soprattutto nella sua dialettica con le altre forze dell’anima quali il senso del dovere e della dignità è La principessa di Clèves, di Madame de la Fayette, un capolavoro assoluto del Seicento francese. Per quel che riguarda più precisamente il giallo, mi piacciono quelli in cui l’intreccio vero e proprio lascia spazio alla divagazione, al parlare anche o forse soprattutto di altro: come la Cognizione del dolore di Gadda, per citare un esempio estremo e, di nuovo, altissimo; o anche Il giudice e il suo boia di Duerrenmatt. Detto questo, spero che il lettore non faccia paragoni diretti col mio, se no mi sarei tirata la zappa sui piedi.

Che sensazioni ricavi dallo scrivere?
Euforia quando sono contenta di quello che scrivo. Depressione quando non “gira”. In questo senso la scrittura è sicuramente una forma di nevrosi. D’altra parte noi nevrotici siamo in un certo senso un’élite. Come dice Roland Barthes: sain ne daigne, fou ne puis, névrosé je suis.

Sei soddisfatta di questo lavoro?
Sì. Lo rileggo volentieri, e questo è un buon segno. Quando rileggo cose mie, mi capita spesso di provare un leggero senso di fastidio, quasi di vergogna. In questo caso no. Penso di aver raggiunto la giusta distanza rispetto ai miei personaggi e alle loro vicende. Per uno scrittore questo è molto importante.

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