L’avvio dei corsi di aggiornamento obbligatorio per tutti gli iscritti all’Albo dei giornalisti da più di 3 anni è una grande occasione per ripensare protocollo e strumenti di una categoria che si trova in un difficile momento di passaggio. Il drammatico sviluppo delle tecnologie multimediali e i cambiamenti nel processo produttivo dell’informazione e nelle stesse modalità di accesso dei lettori/utenti stanno cambiando gli stessi fondamenti della professione. Importante dunque che i giornalisti colgano l’opportunità di ritrovarsi insieme a condividere idee ed esperienze come è accaduto mercoledì 28 maggio a Siena nell’incontro diretto dal segretario dell’Ordine dei giornalisti della Toscana Paolo Mori. Queste riflessioni vorrebbero essere un contributo alla discussione.
Il giornalismo – ha scritto Furio Colombo – “è un mestiere che è sempre stato segnato da una forte instabilità, soggetto a turbolenze, pressioni, cambiamenti anche dove le condizioni storiche e ambientali sono più favorevoli”. Alla base del lavoro del giornalista nella sua veste basic, cioè quella del reporter, c’è un negoziato continuo, spesso un rozzo contrattare, con le fonti, chiamiamole genericamente il potere, per ottenere informazioni. Egli agisce come agente del diritto dei cittadini a essere informati previsto dalla Costituzione all’articolo 21: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Oggi, siamo di fronte a una trasformazione radicale di questo mestiere, e in generale di tutto il sistema dell’informazione indotta dalle nuove tecnologie Ict e dalla rete Internet. E’ stato teorizzato che, grazie ad esse, chiunque è in grado di informare o di ottenere da solo l’informazione di cui ha bisogno. E’ dunque un mestiere che sta scomparendo? E’ ipotizzabile una società dove chiunque può fare il giornalista o occorre pur sempre una terza parte, un arbitro riconosciuto da tutti che stabilisce alcuni dati condivisi fra le parti, dati e che sono la condizione per un qualunque dialogo o confronto, dunque per qualunque processo di formazione dell’opinione che è la premessa per una decisione?
Partiamo allora da alcuni aspetti teorici del lavoro del giornalista. C’è un aspetto che attiene alla deontologia professionale e un aspetto che riguarda l’impatto di questo lavoro sui cittadini, il coinvolgimento di cittadini.
Il primo investe la competenza e la professionalità. Nel momento in cui il giornalista si pone la missione di rendere trasparenti i fatti di rilevanza sociale, per mostrarne anomalie, scorrettezze, corruzioni, ingiustizie etc. soggettive od oggettive, il giornalista si trova in mezzo a un rapporto di forza: da una parte il potere in senso generale, il potere della fonte il cui interesse principale è per lo più che le cose avvengano nel segreto e nella riservatezza. Il piatto viene servito in tavola, ma non state a chiedere come è stato cucinato. Che le sue azioni non subiscano nessun esame e nessuna valutazione. Ovviamente qui si parla delle notizie che mettono in qualche modo in discussione la fonte, perché le altre, quelle che certificano il lavoro e la missione della fonte, sono addirittura sollecitate a volte anche con più o meno sottili forme di scambio.
Bisogna uscire da una sorta di inganno ben alimentato e cioè il fatto che sembra che l’unico vero problema dei politici, specie di quelli che governano e amministrano, sia quello di comunicare. Con questo intendono comunicare quello che serve per la propria carriera politica. In realtà il processo decisionale profondo, quello che muove uomini e denaro, resta celato e può essere solo oggetto di interpretazione. Compito del giornalista è portarlo alla luce.
Il disvelamento normalmente avviene per intervento di un organo istituzionale di controllo. Ma anche in questo caso ci sono dei rischi per il giornalista: lavorare al rimorchio dell’istituzione che produce notizie. In questo caso vi è il vantaggio di alimentare naturalmente il circuito informativo senza bisogno di grandi sforzi. E la comodità e la facilità non agevola l’attenzione e il rigore.
Oppure affiora soprattutto a grazie a conflitti fra persone o a incidenti imprevisti che non tengono più conto delle regole e tutto viene messo in piazza. Ed è qui che interviene il giornalista il cui compito essenziale che mette alla prova la sua competenza e la sua professionalità è quello di verificare quanto le singole parti affermano.
- Il giornalista e il segreto
Vale la pena fare un breve accenno alla questione del segreto. Il braccio di ferro vecchio come il mondo fra potere e informazione ha subito un cambiamento epocale con la vicenda del sito Wikileaks dell’australiano Julian Assange che ha pubblicato documenti riservati, prima relativi alla guerra in Afghanistan, poi alla guerra in Iraq, infine i 250mila dispacci inviati al Dipartimento di Stato americano che hanno fatto tremare le diplomazie di tutto il mondo.
Bene, la rivelazione di documenti riservati per scoprire giochi di potere illeciti o illegittimi, per rendere il re nudo come si dice, è un obiettivo che fa parte della missione del giornalista. Quello che è cambiato è la potenza del mezzo. Il giornalismo – diceva Montanelli – col segreto non potrà mai mettersi d’accordo. Tuttavia vale la pena discutere se ci possono essere limiti al segreto quando si tratta di azioni o politiche che rientrano nella ordinaria attività dello Stato e la cui rivelazione può danneggiare questa legittima attività.
Nei meccanismi sopra descritti (rapporto di forza/ protezione o pubblicazione di segreti), entra in gioco la deontologia del giornalista la cui attività diventa un fattore chiave dell’evento. L’osservatore condiziona il fenomeno. Chiarissima questa realtà si mostra nel settore economico. L’attività del giornalista condiziona e può anche distorcere le regole di mercato. E’ nota la forza che ha l’informazione soprattutto nel settore della finanza. Chi riesce ad ottenere informazioni riservate, le dovrebbe utilizzare per rendere più simmetrica l’interazione dei soggetti economici, ma può essere tentato di usarle per acquisire notevoli guadagni modificando l’andamento del mercato. L’esempio più banale riguarda un’azienda quotata in borsa che sta per rendere pubblico l’andamento semestrale. Se questo è negativo, è ovvio che l’azione si deprezzerà; se è positivo viceversa l’azione crescerà di valore. Se sono in possesso in anticipo di queste informazioni posso acquistare o vendere le azioni di quella società a seconda di qual è il vantaggio che posso procurarmi.
C’è un reato che descrive questo comportamento ed è l’insider trading che distorce il mercato a favore di chi apprende informazioni in un momento nel quale non sono ancora diventate patrimonio comune.
Negli anni 80 e 90 ci sono stati diversi casi di giornalisti che sono stati sottoposti a procedure disciplinari per comportamenti illeciti. Realtà che ha spinto molti quotidiani, prima di tutto in Italia Il Sole 24 Ore, a stabilire un codice etico dell’informazione che impedisce di accettare regali oltre 80 euro, sul modello del Wall Street Journal e del Financial Times : un giornalista che ha un interesse economico in una società quotata o di altro genere non potrà mai occuparsi di finanza.
Il conflitto di interessi così evidente nel giornalismo economico diventa più sottile a causa del passaggio continuo del giornalista da ruoli di reporting e di informazioni a ruoli di addetto alla comunicazione come nel caso degli uffici stampa pubblici o privati. In generale un giornalista che si occupa di un certo argomento come addetto di un ufficio stampa, quindi con una funzione di comunicazione/ informazione di un ente o di un’azienda non dovrebbe poi scriverne su un periodico giornalistico di quell’argomento sul quale esprime inevitabilmente l’interesse specifico del suo datore di lavoro.
Questo ragionamento vale anche per gli uffici stampa degli enti e delle associazioni. Il valore sociale diciamo così dell’ente non elimina il fatto che colui che lo rappresenta di fronte alla comunità dei giornalisti non può avere nei suoi confronti il necessario distacco che porta anche eventualmente a sottolinearne aspetti critici che, fra l’altro, possono essere utili proprio per migliorare la capacità di quell’ente di portare a compimento la sua missione.
Nel quadro della deontologia professionale entra anche “la correttezza politica”, il codice non scritto di comportamento per garantire il rispetto dei sessi e delle minoranze. In Italia, tuttavia, purtroppo il livello del dibattito pubblico è sceso talmente in basso, che anche nel riportarlo è difficile mantenersi nei limiti almeno della buona educazione.
- Il caso Boffo
La deontologia professionale, infatti, svanisce come d’incanto quando il conflitto di interessi si esprime nel fatto che il giornalista lavora per una parte politica contro un’altra e l’informazione è indirizzata prevalentemente a colpire l’avversario.
Mi riferisco per esempio all’uso e l’abuso delle informazione come arma di lotta politica. Di questo fenomeno – la cosiddetta macchina del fango – le cronache di questi anni sono piene. In Italia, tuttavia, la manipolazione dell’informazione come strumento di lotta politica è stata un problema costante: nel periodo degli attentati, dello stragismo, del terrorismo, o in generale nel periodo della guerra fredda, era costante la battaglia fra servizi segreti più o meno deviati che passavano a giornalisti non molto schizzinosi sul controllo della fonte documenti riservati spesso taroccati, o parzialmente veri per depistare non solo indagini di qualunque natura esse fossero, ma anche il giudizio sereno dell’opinione pubblica. L’uso dell’informazione per far fuori il proprio avversario politico, quello che si può tranquillamente definire squadrismo giornalistico, è poi stata la prassi di questi ultimi anni di decadenza della Repubblica. Di esempi se ne possono citare a decine, ma “il padre di tutti “ è il caso Boffo.
- L’obiettività
Ma come prevenire la manipolazione delle informazioni e del mestiere di giornalista? Da tempo ci si interroga su quali sono i criteri fondamentali sui quali si basa anche l’intera deontologia professionale. Ci sono alcuni concetti base che vengono sempre più enfatizzati. Quello che è fondativo di questa professione è molto noto (era il motto di Panorama nei suoi tempi migliori): i fatti separati dalle opinioni. Stabilendo il principio del distacco del reporter dai fatti che non devono contenere un grammo della sua soggettività.
L’obiettività nel giornalismo è una questione di scelte e di metodo. Poiché il giornalismo non è una scienza, ma un’attività intellettuale inserita in un contesto storico, economico e politico, i giornalisti devono decidere a chi serve il loro lavoro. Niente è scontato in questa materia. Ma se scelgono che il loro lavoro serve a soddisfare il bisogno di informazioni del pubblico, la loro credibilità dipenderà unicamente dalla loro capacità di seguire un metodo riconoscibile, dichiarato e applicato con coerenza. Sarà questo metodo il nuovo nome dell’obiettività.
Non si parla più di oggettività come se ci fosse una realtà all’esterno del soggetto descrivibile in modo identico da tutti – come descriveremo tutti con le stesse parole l’oggetto penna – con solo una differenza di stile nel linguaggio.
Si parla invece di concetti quali “lealtà”, “correttezza”, “trasparenza”. Si ammette che il giornalista non può diventare un fotografo freddo della realtà esterna, ma il suo impegno andrà nella direzione di essere consapevole di questa sua soggettività, e l’onestà deve spingerlo a riconoscerla nel momento in cui comincia a raccontare.
Se perdi la fiducia del lettore, infatti, la tua missione di giornalista decade. Qualunque altra cosa tu faccia dipende da quel rapporto di fiducia. “Se il lettore pensa, anche solo per un attimo di non potersi fidare di ciò che trova scritto sul giornale, il contratto è risolto”, ha detto il direttore del New York Times, Paul Hayes. Ma avere la fiducia dei lettori non significa assecondarne sempre umori e pregiudizi, ecco l’altro rischio che corre il giornalista in questa morsa fra il potere della fonte e il suo pubblico. Ancora Furio Colombo: Il giornalismo è al suo meglio quando è un consulente indipendente del pubblico, non quando si inchina ai suoi umori.
Le possibilità di sopravvivenza del lavoro giornalistico stanno nell’equilibrio fra queste due pressioni. L’alternativa per i professionisti del giornalismo, è tornare allo spazio alto del notaio-garante di eventi accertati, di fonti identificate, di ragioni conosciute. Di ricostruzioni indipendenti. Tutto ciò forse avverrà in spazi di mercato più stretti, con modalità più povere, con un grado di risonanza minore. E poco spettacolo. Ma col tempo potrebbe ricostruire quei rapporti di rispetto, quella investitura di fiducia del pubblico e di cautela dei poteri, che non sono l’aspetto più tipico e più diffuso del modo di fare giornalismo.
Foto: colum.edu