
Reggio ricorda i suoi dieci abitanti morti a Auschwitz, deportati solo perché ebrei. Dal 9 gennaio tutte le persone che passeranno per il centro di Reggio Emilia, e di Correggio, potranno inciampare in un omaggio-ricordo a queste vittime del fascismo e del nazismo. Nella mattinata del 9 gennaio, infatti, sono state posate le prime dieci pietre di inciampo in terra reggiana, volute e finanziate dai Viaggi della Memoria di Istoreco. Cosa sono? Piccole opere d’arte urbane create dall’artista tedesco Gunter Demnig, parte di un museo diffuso sparso in mezza Europa per ricordare le vittime del nazismo nell’ultimo luogo in cui hanno vissuto libere. A Reggio Emilia, grazie a Istoreco, ora si trovano di fronte alle abitazioni di dieci ebrei catturati dai fascisti fra il 1943 e il 1944 e deportati a Auschwitz/Birkenau, dove trovarono la morte. I loro nomi, Ada, Olga e Bice Corinaldi, Benedetto Melli, Lina Jacchia, Oreste Sinigalia, Beatrice Ravà, Iole e Ilma Rietti e Lucia Finzi. Assieme a Istoreco, hanno lavorato i ragazzi di diverse scuole superiori reggiane, grazie a un laboratorio di ricerca sulle singole storie.
La mattinata di posa ha visto la partecipazione dell’artista tedesco, che si è occupato personalmente della sistemazione delle pietre, assieme agli addetti comunali. Presenti parecchie decine di persone, fra studenti delle superiori, cittadini interessati, alcuni parenti delle vittime e diverse autorità. Tra loro, il rabbino capo della comunità ebraica di Modena e Reggio Beniamo Goldstein, il sindaco di Reggio Luca Vecchi, il presidente provinciale di Anpi Giacomo Notari, il vicesindaco di Casalgrande Marco Cassinadri. Vecchi e Goldstein hanno fatto un intervento pubblico così come Federico Ravà, discendente di tre delle donne deportate, Beatrice Ravà, Iole e Ilma Rietti : l’uomo ha parlato davanti al portone dove le sue parenti sono state catturate.
Si è creato così un lungo serpentone che partendo da viale Montegrappa è arrivato in via Monzermone, nel vecchio ghetto, passando per la via Emilia, attirando la curiosità di tanti abitanti. La mattinata reggiana ha visto un’anticipazione a Correggio, per la posa della pietra in memoria di Lucia Finzi in piazza San Quirino, sempre con Demnig, accompagnato da Matthias Durchfeld di Istoreco e dagli amministratori correggesi.
Reggio fa quindi parte di un circuito europeo con migliaia di pietre, prima città emiliana ad aderire al progetto.
LE PERSONE
Sono storie molto differenti fra loro, quelle ricordate dalle pietre reggiane.
Le prime tre, in viale Montegrappa 18, richiamo alla memoria le tre sorelle Ada, Olga e Bice Corinaldi, che lì passarono tutta la loro vita sino alla cattura. Appartenevano a una famiglia con diverse proprietà terriere, radicatissima nel reggiano.
In via Emilia San Pietro 22 ci sono ora i nomi di Benedetto Melli e Lina Jacchia, marito e moglie. Melli, commerciante molto noto, cercò sino all’ultimo la salvezza, tramite la fuga in Svizzera, ma lui e la moglie vennero catturati sul confine, nel varesotto, rimandati a Reggio e dà lì a Fossoli e poi alla morte.
In via Monzermone, dove un tempo si trovava il ghetto, le pietre sono quattro. La prima è per Oreste Sinigaglia, mobiliere-commerciante nato in Lombardia, dal 1904 a Reggio, dove in seguito apre una bottega in via dell’Aquila, a pochi passai dalla sua casa. Al momento del suo arresto Oreste era già vedovo, sua moglie ha una tomba sul cimitero ebraico della Canalina. La sorella di Alice, la signora Ida Liuzzi, muore di infarto nel suo nascondiglio ad Albinea. Dobbiamo invece ancora scoprire come hanno fatto i due figli, Elvira e Cesare a salvarsi dalla Shoah. Oreste viene arrestato da fascisti e nazisti proprio nel suo appartamento, agli inizi del dicembre 1943, imprigionato prima nel carcere di San Tommaso poi presumibilmente nel Casino Nobili di Cavazzoli.
Vicino a lui viveva Beatrice Ravà, affittacamere, vedova, legatissima alle due figlie Iole e Ilma Rietti. Una di queste perse pure il lavoro alla compagnia telefonica, nel 1938, all’approvazione delle leggi razziali. I fascisti reggiani le vennero a prendere in via Monzermone, e insieme furono deportate. All’arrivo a Birkenau, l’anziana Beatrice venne selezionata per le camere a gas; le figlie avrebbero potuto passare qualche mese nel campo di lavoro, ma preferirono seguirla nel loro destino comune.
Infine, la correggese Lucia Finzi. Avvisata dai carabinieri locali, si nascose per qualche tempo nelle campagne. Poi, esasperata, tornò in città, alla caserma, per spiegare che lei non aveva fatto nulla di male. Purtroppo, quel giorno era presente un gerarca fascista, e i carabinieri furono costretti ad arrestarla e poi a portarla a Fossoli.
Queste sono le dieci storie oggi omaggiate. Ma molte altre hanno radici reggiane, e Istoreco sta già lavorando per nuove pietre d’inciampo. Vittime in modo diverso del nazismo e del fascismo: il figlio di Melli e della Jacchia, ad esempio, che dopo la guerra finì in manicomio per i traumi subiti. O persone che morirono nel reggiano in clandestinità, dove non potevano curarsi a dovere, senza i medicinali necessari. Anche loro vittime da ricordare, su cui inciampare.
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