L’armonia degli sguardi nel mondo della comunicazione globale

Il libro di Emiliano Manfredonia Presidente Nazionale delle ACLI

Nel mondo di oggi la comunicazione globale  è sempre più mediata da supporti informatici. Non ci vediamo, nemmeno parliamo, ci scambiamo messaggi che l’IA rende sempre più stereotipati. Eppure lo sguardo è il primo mezzo di comunicazione, spesso è specchio dell’anima.  Frastornato da un rumore di fondo continuo e pervasivo, l’uomo di oggi teme il silenzio di uno sguardo. Eppure, per tentare risposte su noi stessi e sul mondo e avviare una ricerca ― anche cristiana ― di significato, occorre alzare gli occhi, discostarsi dalla singolarità dell’io e aprirsi all’altro.

Il nuovo libro di Emiliano Manfredonia, che ha iniziato il suo secondo mandato come Presidente Nazionale delle ACLI  s’intitola, appunto, L’armonia degli sguardi (Editrice San Paolo). 

L’autore sulla scorta di dati, avvenimenti, riflessioni storiche ed esperienze personali, propone una via fiduciosa di apertura. In queste pagine troviamo significativi spunti per un percorso che sappia scardinare il ripiegamento intimo prima che si traduca in egoismo. Stando faccia a faccia con l’altro, riconoscendo i volti, rispettando le voci di ciascuno, la speranza non tarderà a riaffiorare, seppure in tempi così complessi: l’armonia degli sguardi  – rileva Manfredonia – renderà nitida l’immagine di  Dio che negli altri è riflessa.

In questo lavoro  analisi  sociopolitiche ed esperienze vissute, si uniscono  a  racconti evocativi,  metafore o apologhi  ( come Il tappeto di Aziz). Un viaggio nella nostra coscienza collettiva  che affronta  problematiche sociali ed esistenziali oggi sopite nel grigiore della vita irrelata  che sembra priva di valori e di fini. Sembra, appunto ma ci sono potenzialità che dobbiamo far emergere.

All’inizio è lo sguardo, appunto. Manfredonia sottolinea che occorre spostarlo “da dentro di noi, dal nostro sentirci il centro dell’universo, dal nostro innato egoismo, e spostare il nostro baricentro verso un “tu” che è l’altro che sta di fronte a noi”.

Leggendo questo libro mi sono reso conto che gli sguardi, prima ancora della parola, sono l’aspetto centrale della vita di relazione. Non a caso diciamo. “Dobbiamo vederci” per dialogare in presa diretta, senza lo schermo degli smartphone, delle conversazioni da remoto o, peggio ancora, quelle in cui uno scritto stereotipato di sostituisce alla vivacità e del linguaggio non verbale. Manfredonia, senza pretesa di fornire al lettore soluzioni infallibili ci invita a uscire dal solipsismo tecnologico che è matrice di egoismo sociale il quale, a sua volta, è radice di molti mali della nostra epoca.

La solitudine, ad esempio, come forma di disagio sociale. L’autore ricorda gli anni drammatici del covid, del lockdown quando abbiamo sperimentato l’angoscia dell’isolamento assoluto. Poi con un salto all’indietro di 80 anni si rievoca l’Italia del dopoguerra che si rialzava dalle macerie era di fronte a gravi difficoltà economiche ma aveva fiducia nel futuro.Le persone riscoprivano il gusto di incontrarsi, di collaborare, anche quando avevano posizioni politiche differenti “ potevano iniziare a costruire”.

 Non a caso questo libro ricostruisce con vivacità i dialoghi fra i più autorevoli membri della Costituente che portarono a quell’ammirevole art.1 della Costituzione: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.

Ecco, il tema cruciale del lavoro oggi di fronte all’intelligenza artificiale a cu Manfredonia dedica un importante capitolo .Egli osserva che “la rivoluzione dell’AI, sviluppo di quella informatica, è oggi il nuovo paradigma in cui ci troviamo a confrontarci quotidianamente. Anche se questo modello forse non è ancora giunto a maturità, nei fatti è irreversibile, e pone interrogativi profondi ad almeno tre livelli, di tipo morale, sociale e politico”.

Che poi spiega dettagliatamente mettendo anche in rilievo che il rischio radicale insito nell’abuso e nella non comprensione delle potenzialità dell’AI “è che l’essere umano non sia più capace di interrogarsi fino in fondo sulle questioni fondamentali dell’esistenza, che rimanga sempre al di qua delle questioni ultime, impegnato com’è nell’immediatezza dei propri bisogni”.

Ma il momento centrale di questo coinvolgente itinerario nella nostra epoca mi è parso quello in cui l’autore ci conduce nelle sue esperienze di volontario in luoghi-simbolo della tragedia della guerra. In Ucraina, con i bambini impauriti, accovacciati con le braccia intorno alle gambe come ad attutire i colpi che tuonavano fuori senza poter fare nulla per alleviare il loro dolore. E in Bosnia, in un punto di transito dei profughi, gli ultimi del mondo e i più dimenticati.  

“ Sono stato in Terra Santa -così inizia un altro capitolo – sul finire del 2019 e il ricordo più vivo che ho sono le pietre. Le ho viste intorno a me, ovunque” lo spunto per parlare della tragedia delle guerra in Medio Oriente. Tutti questi luoghi del dolore dell’assurdità della guerra,Emiliano  non li ha “visitati” ma li ha vissuti con l’empatia che lo contraddistingue.

Naturalmente non mancano le problematiche sociali che sono parte del suo impegno quotidiano alla guida delle ACLI. La necessità di reagire con forza se una sanità pubblica  non curi più quote crescenti di malati, se rinuncia alla prevenzione, alle diagnosi, se crea liste di attesa e file interminabili, persino nei pronto soccorso. E che non sia più strumento di sicurezza sociale. 

Inoltre il tema della comunicazione e la preoccupazione per la manipolazione informativa che oggi dilaga sui social. 

E il dramma quotidiano dei migranti che a discapito della Costituzione sono respinti, esclusi, cacciati negli angoli bui delle città quando invece la loro integrazione sarebbe una grande risorsa.

Poi l’appello affinché la politica non sia schiava del tweet dell’ultima ora, dei sondaggi, .  Perché in questo modo non sa osare più, non sa capire le vere urgenze delle persone.  “La politica così soffoca e toglie orizzonte al domani. 

”Siamo su di un crinale della storia – rileva Manfredonia –  che non può vederci indifferenti e non possiamo permettere alle paure di bloccarci come statue oppure al “si è sempre fatto così”. E allora ascoltare Dio, fare esperienza di Lui nel reale significa farci delle domande su noi stessi, sulla natura, sulla società, perché il tutto abbia un senso, perché il tutto trovi un equilibrio.

Cercare l’esperienza di Dio nella vita dell’altro. Capire che la speranza è la chiave del tutto, e siamo chiamati  a  costruire speranza,  di fronte alla violenza esplicita come la guerra e implicita come il malessere che consuma l’anima dal di dentro.

Questa speranza scrive Emiliano Manfredonia tornando al tema degli sguardi, “è presente nel volto delle persone. Una speranza che nasce dal desiderio di bene che ha ognuno, nessuno escluso. Ed è negli occhi, nello sguardo delle persone che si può scorgere quell’attesa. Saremo felici se vi sapremo rispondere”

In foto, Emiliano Manfredonia

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