Parte dalla Toscana, con la giornata di dibattito avvenuta pochi giorni fa incentrata sulla necessità di “reindustrializzare “ la regione, o meglio, preservare la costola industriale dell’economia toscana (tesi principale, lo ricordiamo, del Quaderno del Circolo Rosselli di gennaio 2025, intitolato “Toscana regione d’Italia”, curato dal Direttore Valdo Spini) una spinta a ripensare e riflettere sulla filiera industriale in grave crisi non solo in Toscana, ma in Italia e anche, allargando la prospettiva, in Europa. Una crisi provocata da vari elementi che abbiamo già avuto occasione di analizzare su queste pagine. Ma sono i sistemi d’uscita, ormai, i protagonisti obbligati di qualsiasi riflessione in tema.
Ed è proprio dallo spirito del Manifesto per la reindustrializzazione della Toscana che emerge un elemento portante per impostare nuove soluzioni alla crisi perlomeno nazionale, ovvero , il richiamo alla convergenza e alla sinergia tra tutti i fattori che possono favorire la reindustrializzazione, non solo della Toscana, ma dell’Italia, valorizzandone la storia, l’operosità e la capacità produttiva. Una sinergia il cui successo dipenderà dalla partecipazione attiva di ogni attore, politica inclusa.
Non si tratta di una semplice proposizione di intenti. La mia esperienza, che parte dalla Toscana ma spazia in tutti i mercati mondiali, mi consente di affermare che l’industria italiana va rilanciata partendo da un percorso obbligato che veda continui aggiornamenti tra circoli della cultura, istituzioni, università, con occasioni di confronto a tutto tondo che permettano di dare concretezza alla visione proposta, affrontando con efficacia anche le sfide legate alla comunicazione e al coordinamento.
Affrontiamo a viso aperto il fatto che i dati relativi alla deindustrializzazione mostrano tendenza negativa; a fronte tuttavia ritengo si possano vedere ancora molte risorse e possibilità, dal momento che il tessuto manifatturiero nazionale è ampio, diversificato e, per sua natura, incline a rinnovarsi continuamente sotto la spinta della competizione globale. Differenziare, sperimentare, tentare nuove vie, creare, inventare sono tratti propri del nostro approccio, che è importante nutrire anche attraverso percorsi che ci ricordino le opportunità ancora a nostra disposizione e il fatto che abbiamo ancora tante e buone carte da giocare.
Le nostre filiere nazionali e regionali restano dinamiche e pronte a recepire le novità; inoltre, le nostre aziende risultano meno indebitate rispetto a quelle europee, abbiamo anche un indice di ritorno sugli investimenti (“ROI”) migliore .
Possiamo abbassare la guardia? No. Da anni oramai l’industria europea, non solo quella italiana o toscana arranca, ed è sottoposta a uno stress eccezionale. Anche quella delle supply chain attraversa una fase critica, segnata dalle conseguenze di eventi che sono fonte di grande incertezza, alla quale quindi è corretto rispondere con la ricerca di nuovi equilibri per affrontare un futuro incerto. Le vulnerabilità emerse negli ultimi anni ci spingono a una profonda revisione delle strategie.
Transizione-Industria 5.0? Deve essere una opportunità e deve essere rilanciata, ma anche finanziata, mancano circa sei miliardi, che servono per il sistema produttivo, per ammodernare l’industria italiana in un contesto caratterizzato da un PIL nazionale stagnante. Da questo punto di vista, la Regione Toscana con l’assessore Marras può essere vista come un esempio positivo, dimostrando di avere una visione strategica, dando garanzie agli investimenti, pensando ai programmi nelle Startup, ai finanziamenti con la Bei, a disegni di legge che spingono sulla necessità di creare e affinare nuovi strumenti di partecipazione dell’economia che potenzino la sinergia pubblico privato. In taluni settori tecnologici, penso alle nuove filiere della transizione, la soglia di capitale e di investimento è spesso troppo alta per essere ingaggiata dalle nostre PMI da sole. Ancorché siano attrezzate, le nostre imprese, per taglia e natura, non lo sono abbastanza se non supportate da una strategia di filiera pubblico-privato.
La frammentazione indebolisce le piccole imprese, che da sole non possono farcela, si sfibrano, lo vediamo, alcune rinunciano e cedono, altre vendono. Parlare di industrializzazione fa tremare i polsi se solo si pensa a quanti top player abbiamo perso.
Come affrontare la transizione allora? Ritengo che i capofiliera dovrebbero essere strutturati dall’alto per collaborare come partner di filera, offrendo servizi condivisi perché questa resti competitiva, e questi capofiliera dovrebbero essere legati al pubblico, a organismi di indirizzo di politica industriale pubblica, costituiti (anche) da brain trust tecnici e ben attrezzati che favoriscano, orientino, l’investimento e la transizione, la riqualificazione del tessuto industriale.
Un meccanismo che vede due pilastri irrinunciabili nella formazione e nell’istruzione, elementi fondamentali per colmare il divario tra domanda e offerta di lavoro e per valorizzare ogni talento fin dalla scuola media. Puntare su orientamento e su lauree professionalizzanti come gli ITS e IFTS è senz’altro positivo, ma occorre forse di più: perché non attrezzare un polo fisico fatto di aule e laboratori, un hub da ospitare su alcuni territori regionali, magari proprio in Toscana, hub che possano costituire un tassello di congiunzione col mondo industriale e reale, mettendo insieme giovani, creatività, tecnologia, innovazione, che consentano ai ragazzi di tornare a sognare di essere imprenditori (una vocazione che va rilanciata) e non solo dirigenti, per far sì che nuove generazioni di creativi, progettisti, imprenditori, designer, di nuovi Armani, vorrei dire, emergano. Questo hub, concepito in stretta sinergia con i tessuti produttivi locale e primari attori accademici, potrebbe consentire di progettare percorsi formativi mirati, aggiornati alle ultime innovazioni tecnologiche e orientati alle reali esigenze delle imprese, un capofila nazionale della cultura rinnovata della manifattura, valorizzando il capitale umano e creando un ambiente in cui giovani e professionisti possano acquisire, perfezionare e certificare le proprie competenze tecniche.
Un ultimo punto, circa la critica che spesso viene mossa all’economia italiana di avere un’eccessiva vocazione all’export, con punte molto alte per regioni come l’Emilia Romagna, la Lombardia, il Veneto, la Toscana, il Piemonte. Non lo vedo come un punto a sfavore, piuttosto, nelle mie numerose trasferte di lavoro all’estero ho osservato che altri paesi, sia quelli nel Far East, sia gli Usa, orientano molte risorse pubbliche alla ricerca e sviluppo e alla creazione e difesa dei propri distretti, e molti capitali (diversi dai prestiti…), per svariati punti di Pil, creando così filiere rilevanti e un dominio nella tecnica, dimostrato non a caso da primati nelle pubblicazioni scientifiche, nei brevetti industriali. Un primato al quale dobbiamo tornare anche noi, e per il quale certo necessario il ruolo della Politica (la cito con la P maiuscola citando così il capolavoro di Valdo Spini, “La Buona Politica, Da Machiavelli alla Terza Repubblica”). Infine, invertendo un trend che ci fa male, l’Italia deve riuscire anche ad attrarre talenti e idee, magari facendo leva su ulteriori leggi, o promuovendone la costituzione, affinché i cervelli dei nostri giovani andati all’estero, rientrino. In conclusione, penso che si possa tornare a una crescita industriale italiana, ma solo se si recupera la sinergia pubblico-privato e la capacità di formazione che sono valori fondanti della migliore tradizione del nostro Paese.