La riforma del lavoro, l’occupazione e la crescita

L’Italia è una repubblica fondata sullo spread. Termometro dell’indebitamento, indicatore della sostenibilità del debito pubblico. 
L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Il problema crescita per un Paese di vecchia industrializzazione quale l’Italia diviene chiaramente una questione complessa, tuttavia la recente attenzione, tecnica e mediatica, si è concentrata prevalentemente sul mercato del lavoro. Troppo rigido, troppe garanzie per i lavoratori, difficoltà per le imprese nella contrattazione e difficoltà per chi è disoccupato nel riuscire ad entrare sul mercato. Tutto ciò va sommato alle eccessive tutele per chi conclude la vita lavorativa, troppe pensioni, un welfare state non più sostenibile e da modificare. Le principali zavorre alla crescita del Paese. Si dice. Il tutto può essere ridotto ad una sola parola: rigidità. L’Italia ha un mercato del lavoro troppo rigido, in cui è arduo entrarvi ed anche uscirvi. La contrattazione dei salari è troppo accentrata, il che comporta l’impossibilità per le imprese ad adattare il costo del lavoro alla produttività, alla salute dell’azienda ed alla congiuntura di mercato. Smontare la rigidità del mercato del lavoro è la prima pietra da porre per costruire un percorso verso la crescita. Renderlo flessibile. Si dice.

Un utile riferimento che riassume il dibattito attuale, nonché l’agenda politica sul tema dell’attuale governo Monti, è il programma di Pietro Ichino, senatore ex Pd ed ora traghettato nelle fila montiane. Le parole chiave sono essenzialmente due: rigidità e dualismo. Rigidità in uscita quale causa importante di almeno tre mali dell’economia italiana. Disoccupazione, in quanto le imprese non assumono poiché sanno di non poter licenziare facilmente in caso di necessità o di crisi. Crescita zero (negativa), perché le imprese non assumono, non producono, non creano valore aggiunto. Infine dualismo, per l’appunto, in almeno due forme. Quella classica tra chi sta dentro – ha cioè un’occupazione ed è sotto l’ala protettiva del sindacato e pertanto è difficile da eliminare in caso di bisogno – e chi sta fuori –  chi il posto di lavoro non ce l’ha e lo cerca, ma non lo trova perché poi sarebbe difficile da espellere in caso di eccesso – . E poi il dualismo sull’asse pubblico-privato, la differenza in termini di protezione tra chi è impiegato nell’apparato pubblico e chi invece è dipendente di un’impresa.  I primi assunti a tempo indeterminato vita natural durante, i secondi quasi esclusivamente con contratti a tempo determinato, (d’apprendistato, nelle forme di contratto para-subordinato, etc.) e con nessuna tutela alla scadenza. Da qui la proposta inclusa nell’Agenda Monti  – e pensata dallo stesso Ichino – di riformare il mercato del lavoro nella direzione d’annullamento del dualismo, riducendo quindi le differenze nella tutela tra lavoratori, passando quindi dal regime attuale, regolato dall’articolo 18, ad un sistema di flexsecurity. Quest’ultimo dovrebbe basarsi su contratti a tempo indeterminato (security) quali formula dominante, da affiancare esclusivamente a contratti di inserimento per i giovani, ma con clausole di licenziamento più flessibili, meno dispendiose per le aziende, sia in termini di risorse che di tempo (flex).

La riforma dell’articolo 18, così come posta da Ichino, è stata soggetta a molte critiche. Vista da alcuni come un passo necessario da affiancare ad una riforma del Welfare che tenga conto dello stato di un paese quale l’Italia cinquant’anni dopo il miracolo economico del secolo scorso, da altri come un camuffato attacco ai diritti dei lavoratori in continuità con le politiche europee di flessibilizzazione del mercato del lavoro degli ultimi 20 anni, giustificate dall’idea tutta economica – e del tutto opinabile anche all’interno della disciplina – che la tutela dei lavoratori sia la causa di tutti i mali europei. E quindi freno alla crescita.

Proprio in virtù di ciò, piuttosto che entrare nel merito della riforma per sé, qui si vuole analizzarla all’interno della questione nel suo complesso. In altri termini, proviamo a fidarci di un ex sindacalista quale Ichino (prendiamo pertanto per buono che sarà flexsecurity, non solo flessibilità) ed invece analizziamo la riforma del lavoro rispetto all’obiettivo di fondo per cui è stata pensata: la crescita.

La crescita è un fenomeno complesso. Pertanto la lecita domanda è la seguente: può una riforma del lavoro, per quanto importante, andare ad incidere da sola su un problema che attanaglia il Paese da un ventennio, esacerbato dal recente quadro internazionale? E’ davvero possibile affidare ad una singola riforma il peso di un’economia? E’ possibile andare in una direzione che sembra essere quella della competizione sul costo del lavoro, quando sul campo ci sono Paesi come Cina, Vietnam, Taiwan e così via? Chiaramente no. Ed infatti l’agenda Monti elenca una serie di intenzioni politiche, dall’istruzione alla ricerca, che dovrebbero farsi carico di spingere il Paese sulla giusta strada. Tuttavia, l’ultimo anno di politica del governo è andato esclusivamente in due direzioni: riduzione del debito con annessa riforma fiscale il cui onere grava specialmente sull’agonizzante ceto medio italiano; riforma del mercato del lavoro. Prima il dovere poi il piacere, si dice. Tuttavia il piacere di crescere ancora non c’è, la stessa agenda Monti è una dichiarazione d’intenti decennale, in cui si parla di investimento in ricerca ed istruzione. Ma le scelte, i dati, ed i tagli, fino ad oggi, sono chiari. Anche in virtù di ciò, i detrattori della riforma del lavoro avanzano le proprie perplessità. Inoltre, dando ascolto ad alcuni economisti fuori dal coro (vedi Brancaccio), la riforma del lavoro affronta il problema esclusivamente dal lato dell’offerta. Tagliare la spesa pubblica, decentralizzare la contrattazione per ridurre il minimo salariale (the dark side of the moon) affinché le imprese producano di più e, si spera, assumano di più. Tuttavia, soprattutto con la spending review, si trascura che esiste anche il lato della domanda e che, declinando il reddito delle famiglie, diminuisce anche quest’ultima. Insomma, esiste un’alternativa, anche per il mercato del lavoro, orientata a sostenere da subito la domanda, piuttosto che posporre la crescita. Un esempio è dato dalle scelte politiche in America Latina.

C’è inoltre un’altra Questione, non di poco conto, che non solo non è stata mai presa in considerazione negli ultimi dodici mesi di governo, ma non figura neanche nell’Agenda Monti. Il Sud. Si è parlato tanto di dualismo sul mercato del lavoro, ma si è dimenticato, ancora una volta, che l’Italia è un’economia dualistica, da 140 anni. Questo dualismo dimenticato, fa sì che il Sud costituisca oggi un sistema socio-economico-istituzionale altro dal resto del Paese. Ciò implica delle differenze strutturali sostanziali, anche per il mercato del lavoro. Una riforma del lavoro così come proposta non è adatta al Sud di oggi. Nel Meridione non si produce, non si assume, i successi imprenditoriali sono rari, ma risulta difficile poter attribuire la responsabilità alla rigidità in uscita. Esclusa la Cassa del Mezzogiorno, non è mai esistita una politica industriale, in senso lato, per il Sud. E’ difficile parlare di start-up e di skill based employment, quando nell’ultimo decennio l’emigrazione verso il Nord Italia (e d’Europa) è ripresa a ritmi sostenuti, coinvolgendo soprattutto gli individui con un livello d’istruzione maggiore. Il tasso di disoccupazione al Sud è del 15.5%, contro il 6.8% del Nord, dato che schizza al 17.7% contro l’8.1% qualora si considerino le donne. Ancora più disarmante è il dato sul tasso d’inattività tra i 18 e 29 anni: 58.4% (66% se si escludono i maschi) contro 39.5%, il che comporta che il dato sulla disoccupazione sottostima la reale situazione occupazionale del Mezzogiorno (fonti ISTAT). E la drammaticità dei dati è resa più estrema se si considera 1) la forte ipertrofia occupazionale del settore pubblico, su cui i tagli ed i blocchi alle assunzioni incideranno parecchio nei prossimi anni, 2) la forte incidenza del sommerso – criminale e non – che si traduce in lavoro precario ed assenza di diritti per i lavoratori, quale che sia la normativa vigente.

La domanda quindi è la seguente: può la riforma del lavoro incidere su occupazione e crescita al Sud? Onestamente, l’opinione di chi scrive è negativa. Più flexsecurity potrebbe, in teoria, favorire la nascita e d’imprese e l’emersione dal sommerso, se non fosse per le condizioni strutturali a cui è stato relegato il Meridione. La marginalità economica riduce le regioni meridionali a periferia del Paese, poiché prive d’infrastrutture, collegamenti autostradali, ferroviari, telematici. Chiari esempi sono la costa Jonica calabrese e lucana, nonché l’interno siciliano. L’Alta Velocità muore a Salerno. Non a caso Cristo si è fermato ad Eboli. Infine manca lo Stato.

Si potrebbe obiettare che l’intervento debba essere sistemico, che il mercato del lavoro rappresenta solo un tassello del puzzle, che responsabilità e doveri appartengono alle classi dirigenti locali.  Tutto vero. Tuttavia i fenomeni locali fanno parte del sistema unitario che, per volontà, si è reso dualistico.  Si consideri ancora una volta l’Agenda Monti. Qualora si cerchino nel testo le parole “Sud” o “Mezzogiorno”. Il risultato della ricerca sarà nullo nel primo caso, mentre una voce soltanto emergerà nel secondo, con le seguenti parole: “lo spreco dei fondi strutturali dell’Unione Europea, un’occasione unica di investimento per la crescita nelle regioni del nostro mezzogiorno, è uno scandalo che il nostro Paese non può più permettersi. Non si possono chiedere risorse allo Stato, e quindi ai contribuenti, mentre si lasciano svanire risorse europee [..]". Il testo risulta avvilente e dovrebbe provocare quantomeno dello sdegno. Mentre lo spreco è un cancro da combattere, su una direttrice però locale-nazionale, si dimentica che le risorse europee sono complementari alla spesa ordinaria statale per la crescita, dunque alle politiche necessarie per lo sviluppo economico, sociale e per il lavoro. Tema sul quale l’agenda Monti, in linea con i governi precedenti, presenta pagina bianca.

Roberto Martino,

 laureato in economia dello sviluppo con una tesi sul Mezzogiorno d'Italia ed attualmente sta conseguendo il dottorato di ricerca in Economia presso l'Università di Pisa

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